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Il classismo dal basso dei nemici di Fazio

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July 6, 2017 by Mosè Viero

Si è molto parlato, ultimamente, del rinnovo contrattuale del conduttore e autore televisivo Fabio Fazio. Alla scadenza del suo vecchio contratto con la RAI, sembrava che il suo compenso potesse diminuire drasticamente in seguito alla decisione di porre un tetto agli stipendi in azienda: da lì la possibilità che Fazio decidesse di abbandonare del tutto la TV pubblica a favore di una rete privata. Il problema è stato poi risolto prevedendo contratti speciali per le “prestazioni artistiche”: Fazio rimane in RAI e riceverà un compenso di circa 11 milioni di euro (lordi) per quattro anni, a fronte di un aumento del numero di ore prodotte e condotte.

Apriti cielo. Di fronte a questo nuovo accordo, i social sono stati inondati da commenti indignati: il “popolo della rete”, che solitamente non brilla certo per solidarietà con i più deboli o per velleità di rivoluzione proletaria, si è improvvisamente scoperto alfiere di un anti-capitalismo radicale. Dov’è l’inghippo? Come mai quando si parla di Fazio anche i più destrorsi sembrano improvvisamente scoprire la bontà della redistribuzione del reddito?

Verrebbe da dire che il motivo potrebbe essere la non nascosta vicinanza tra il conduttore e le sensibilità progressiste: nulla fa scatenare il gentismo da tastiera quanto la simpatia verso tematiche quali l’uguaglianza dei diritti o l’apertura al diverso. Senza contare che Fazio ha un atteggiamento e uno stile di vita modesti e dimessi, e questo manda in crisi il sistema binario che governa i due neuroni dell’utente medio di Facebook & affini. Come mai sei ricchissimo e non ostenti la tua ricchezza? Dove sono le tue sedici Ferrari e i tuoi venti yatch? Come mai non sei amico di Briatore come ogni miliardario che si rispetti? Cosa c’è sotto?

Un altro argomento che torna periodicamente in auge ogni volta che un presunto progressista riceve compensi molto alti è l’incoerenza. Ma come, a parole sei tanto vicino ai più deboli e poi accumuli miliardi come un Paperone qualunque? Tra le argomentazioni tipiche del qualunquismo da bar sport questa è quasi un classico e ci tocca puntualmente subirla a proposito di cantanti, attori, uomini politici. Ne fu vittima prediletta a suo tempo anche Beppe Grillo, quando ancora incarnava il ruolo del comico fustigatore dei potenti. Il bug sotteso a questo ragionamento è evidente: viviamo in una società capitalista, e in una società capitalista un artista che ha molto seguito accumula anche molto denaro, proprio come ogni altro imprenditore di successo. Chi accetta l’arricchimento di chi produce scarpe o automobili e non accetta l’arricchimento di chi produce intrattenimento o cultura non ha problemi con il capitalismo: ha problemi con l’intrattenimento e con la cultura.

Ma facciamo un passettino in più. Le critiche becere ricevute da Fazio a causa del suo compenso, compenso che come spiega per bene questo articolo si deve solo ed esclusivamente alle sue capacità imprenditoriali (sul suo valore come artista si potrebbe discutere: a me per esempio non piace più di tanto), mi hanno riportato alla mente certi meccanismi che vedo in atto anche nella vita di tutti i giorni.

Facciamo un esempio. Se nel mio lavoro ho l’impressione di stare subendo qualche torto e qualche ingiustizia dal punto di vista economico e ne parlo con un amico che fa un lavoro pagato molto meno del mio, spesso la reazione che ricevo è qualcosa di simile alla seguente: «Ti lamenti perché ti pagano 15 euro in meno di quell’altro? Ma lo sai che io 15 euro li prendo in tutta una giornata?» In pratica, l’attenzione viene subito spostata dal problema in sé al fatto che io e il mio ipotetico amico abbiamo due situazioni economiche differenti. Il mettere in risalto indirettamente questa differenza viene spesso vissuto come un gesto di maleducazione: se sei più ricco di me, abbi almeno il buon gusto di non farmelo sapere. Ma io non stavo parlando di quanto sono ricco o povero: stavo descrivendo quella che secondo me è un’ingiustizia. E l’ingiustizia è tale anche se coinvolge un miliardario.

È, questa, una rappresentazione plastica quanto sono infidi i meccanismi del capitalismo: il sistema è interamente basato sulla disuguaglianza, che viene magnificata tramite concetti quali la meritocrazia, ma al contempo si accompagna a ideologie e costituzioni che sbandierano continuamente l’uguaglianza dei cittadini davanti alla Legge e allo Stato. L’attrito tra la mia condizione e quella di chi sta economicamente meglio di me, frutto avvelenato dell’ipocrisia delle ideologie e delle Costituzioni di cui sopra, è fonte di distrazione e di stress continui, che mi impediscono di apprezzare quel che ho, che è comunque infinitamente di più di quel che aveva il cittadino medio anche solo pochi decenni or sono.

Certo, c’è un modo per dare un senso alto e nobile alla rabbia dovuta al fatto che c’è chi è più ricco di me: impegnarmi per una società più giusta ed eguale, magari tramite l’attivismo in un partito politico progressista, che lotti per una maggiore redistribuzione del reddito. Ma se quella rabbia si esaurisce nello sfogare la propria invidia nei social network o, peggio, nell’erigere muri tra sé e chi è più ricco o più avvantaggiato, non si andrà molto lontano.

Alla fine, quel che sottintende il mio ipotetico amico di cui sopra è che io dovrei parlare della mia situazione economica solo con chi è ricco quanto me. Ma questo è classismo, puro e cristallino come l’acqua di fonte. Si può essere classisti dall’alto verso il basso, ma anche dal basso verso l’alto. Se accettiamo l’idea che si deve parlare della propria situazione economica solo coi propri pari, il passo successivo sarà accettare l’idea che i ricchi devono frequentarsi solo tra di loro e che i poveri devono frequentarsi solo tra di loro, magari vivendo in appositi ghetti ai margini della comunità.

Essere anticapitalisti vuol dire ragionare a prescindere dalle classi. Un’ingiustizia è un’ingiustizia, punto. Se Fazio fa guadagnare alla RAI più di 200 milioni di euro all’anno e la RAI lo vuole pagare meno di 2 milioni all’anno, è una palese ingiustizia: così come è una palese ingiustizia il fatto che una agenzia voglia pagarmi un certo servizio 15 euro in meno di uno con identica durata. Il fatto che si stia parlando di cifre infinitamente diverse è irrilevante. Se non ‘vedi’ l’ingiustizia di cui può essere vittima un miliardario solo per il suo essere miliardario, non sei anticapitalista: sei un classista. Proprio come Briatore, che si rifiuta di avere a che fare con chi guadagna meno di tremila euro al mese. Tu, allo stesso modo, rifiuti di avere a che fare con chi guadagna milioni di euro l’anno. Lui si identifica nella sua ricchezza, tu ti identifichi nella tua povertà. Entrambi siete i migliori alleati e sostenitori del capitalismo.


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