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Elezioni politiche del 25 settembre 2022: dichiarazione di voto

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September 12, 2022 by Mosè Viero

Domenica 25 settembre 2022, e solo quel giorno, saremo chiamati alle urne per il rinnovo del nostro Parlamento in occasione dello scioglimento delle Camere avvenuto il 21 luglio scorso. Quella che si conclude è la XVIII Legislatura: come ahinoi accade spesso, si tratta di una chiusura anticipata, ma di poco, dato che il termine naturale sarebbe stato nel marzo 2023. Con la decisione del Movimento 5 Stelle, della Lega e di Forza Italia di togliere l’appoggio al Governo Draghi, il terzo della Legislatura, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha deciso di non tentare nemmeno la formazione di un quarto Governo e di mandare il Paese direttamente alle urne.

Prima di entrare nel merito della consultazione, è importante avere chiaro il funzionamento della Legge elettorale. Voteremo con il cosiddetto Rosatellum, dal nome del primo firmatario della Legge, Ettore Rosato, allora nel PD e ora in Italia Viva: la Legge, approvata nel 2017 e già usata nelle scorse elezioni politiche, fu voluta congiuntamente da PD, Forza Italia e Lega. La sua genesi è diretta conseguenza del fallimento del referendum costituzionale promosso dal Governo Renzi nel 2016, che avrebbe dovuto collegarsi a una Legge a doppio turno chiamata Italicum che per forza di cose non vide mai la luce. Quella con cui voteremo il 25 settembre è in realtà una versione 2.0 del Rosatellum, resasi necessaria dopo il taglio dei Parlamentari.
Si tratta di una Legge mista, in parte proporzionale e in parte maggioritaria. Dei 400 seggi della Camera dei Deputati 147 saranno assegnati col sistema maggioritario e 245 col sistema proporzionale (i restanti 8 sono per gli italiani all’estero); dei 200 seggi del Senato 74 saranno assegnati col sistema maggioritario e 122 col sistema proporzionale (gli altri 4 sono sempre per gli italiani all’estero).
Cosa vuol dire all’atto pratico? Vuol dire che ci verranno consegnate 2 schede, una per la Camera e una per il Senato. Per ciascuna coalizione che si presenta al voto, vedremo un nome scritto in grande e sotto, di fianco al simbolo dei partiti (o del partito) della coalizione, una lista di nomi scritti in piccolo: il nome scritto in grande è il candidato al seggio per il maggioritario (o, come a volte si dice, per l’uninominale), quelli scritti in piccolo sono i candidati per i seggi dati col proporzionale (o per il plurinominale). Il seggio per il maggioritario lo ottiene chi prende più voti, punto e basta: c’è un unico seggio in ballo in ciascuna circoscrizione, ossia in ciascun pezzo di territorio in cui è stata divisa l’Italia per gestire il voto (le circoscrizioni sono quindi 147 per la Camera e 74 per il Senato). I seggi per il proporzionale sono invece ripartiti in proporzione ai voti ricevuti, dando la precedenza a chi è in cima alla lista per ciascuna coalizione.
Si vota mettendo una croce sul nome del candidato all’uninominale ed eventualmente sul simbolo di un partito che fa parte della stessa coalizione. Si può anche mettere un’unica croce: votando un partito si voterà automaticamente anche il candidato all’uninominale a esso collegato, votando il candidato all’uninominale si votano automaticamente tutti i partiti che lo sostengono. Non è possibile esprimere preferenze né effettuare il cosiddetto voto disgiunto: se scrivete nomi o se votate un candidato all’uninominale e un partito di un’altra coalizione, la scheda verrà annullata. Un altro punto importante è che esistono soglie di sbarramento: al proporzionale la soglia è al 3% (ovvero i partiti che prendono meno del 3% sono esclusi dalla ripartizione dei seggi), mentre per le coalizioni la soglia è al 10%. I partiti coalizzati che prendano tra l’1 e il 3% però possono riversare i loro voti sui partiti alleati: in quel caso solo se si resta sotto l’1% si verrà completamente ignorati.

Fac simile di una scheda elettorale per la Camera

Cosa farò dunque con le 2 schede che mi verranno date? Partiamo con la solita premessa: le elezioni non servono per affermare la nostra identità o per scegliere qualcuno che ci sta simpatico, servono per cercare di incidere nella vita pubblica, confermando scelte già prese o prendendone di nuove nel consesso nazionale e internazionale. Userò quindi il mio solito criterio di valutazione: sceglierò anzitutto le liste più vicine alla mia identità e poi quelle che secondo me risultano più ‘utili’ da votare, e la mia preferenza andrà per queste ultime. Chiaramente ci concentreremo sulle coalizioni e liste principali: lasceremo perdere il Partito della Follia Creativa, il partito No Green Pass e il Partito Animalista (tutti nomi di liste che si presenteranno davvero al voto e che prenderanno, si spera, molto meno dell’1%).

Cominciamo dalla coalizione di centrodestra, che si presenta unita e compatta e che, a giudicare dai sondaggi, vincerà questa tornata elettorale. I quattro partiti principali al suo interno sono Fratelli d’Italia, guidato da Giorgia Meloni, la Lega di Matteo Salvini, Forza Italia di Silvio Berlusconi e Noi Moderati guidato da Maurizio Lupi (dentro il quale sono confluiti anche Coraggio Italia di Luigi Brugnaro e Italia al Centro di Giovanni Toti). Chi mi conosce sa che per quanto mi riguarda la destra non è mai stata un’opzione, per ragioni ideologiche ma anche pratiche. In Italia uno schieramento conservatore ‘serio’ non è mai esistito, almeno non nella cosiddetta Seconda Repubblica: inizialmente questa parte era dominata dal berlusconismo, con la sua impresentabilità dovuta ai conflitti di interessi; in seguito è stata appannaggio del peggior populismo nazionalista, incarnato inizialmente da Salvini e ora da Meloni. È un problema serio: dato che non si può chiedere all’elettorato di essere tutto di sinistra, una destra presentabile è necessaria. Ogni tanto qualche passo in questa direzione sembra possibile: si vedano per esempio la doppia identità della Lega, populista e sfascista per bocca del suo leader e sobria e ‘governista’ per bocca dei suoi amministratori locali, o gli sbandamenti di Meloni, che alterna momenti di lucidità (sulla questione ucraina, sulle politiche energetiche, sulla NATO) a momenti di imbarazzante intolleranza (“sono una madre, sono cristianaaaaah!”). È chiaro che posizioni così incongrue sono il risultato di una identità irrisolta: ed è la stessa cosa che si può dire, in forme uguali e contrarie, dello schieramento di centrosinistra. A destra però sono più bravi a fare squadra e a nascondere le differenze: i nodi verranno al pettine quando sarà davvero necessario prendere decisioni. I due leader maggiori, d’altro canto, sono molto più vicini alla parte populista che a quella popolare, usando questo termine in riferimento agli schieramenti europei: il programma della coalizione di centrodestra, se applicato, scasserebbe completamente i conti pubblici, ci porterebbe fuori dall’Europa e ci condannerebbe all’irrilevanza internazionale, oltre che al tracollo del nostro benessere economico. Senza contare che uno dei leader della coalizione è anche schierato apertamente dalla parte sbagliata nel conflitto che sta scuotendo il mondo: votare Lega significa a tutti gli effetti votare per Putin, ed è una cosa che nessun cittadino dotato di un minimo di raziocinio dovrebbe voler fare, neanche indirettamente.

A sfidare questa accolita dovrebbe essere anzitutto la coalizione di centrosinistra, formata dal Partito Democratico, attualmente guidato da Enrico Letta, dall’Alleanza Verdi e Sinistra, capitanata da Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, da +Europa di Emma Bonino e da Impegno Civico di Luigi Di Maio. Non serve nemmeno spendere troppo tempo nel definire l’inconsistenza di questo raggruppamento, al cui interno c’è veramente tutto e il contrario di tutto: da ex democristiani ultra-governisti come Pier Ferdinando Casini a “rivoluzionari” come Fratoianni, che al Governo Draghi ha fatto un’opposizione più feroce di quella della Meloni; da economisti di provata esperienza come Carlo Cottarelli a ex grillini senza arte né parte come Luigi Di Maio o Laura Castelli. A peggiorare la situazione è stata, in queste ultime settimane, la leadership, o per meglio dire la mancanza della stessa, di Enrico Letta: il ‘nuovo’ capo del PD, richiamato a furor di popolo dopo il fallimento della fase Zingaretti, non ne ha fatta una giusta, né nel costruire la coalizione né nel condurre la campagna elettorale. La coalizione è stata fatta praticamente sulla base di simpatie e antipatie personali del Segretario: non è né in funzione dell’agenda Draghi né in funzione anti-Meloni né risponde alla “vocazione maggioritaria” che aveva il PD ‘originale’ di Walter Veltroni. La campagna elettorale è tutta all’insegna del “votate me sennò vincono gli altri”: il tipico argomento di chi non ha argomenti. È un peccato, anche perché nel programma del PD ci sono diverse belle idee, ma non ne parla nessuno: il Segretario parla solo di quanto è pericolosa la Meloni (salvo poi farci sedici dibattiti a settimana: quindi è o non è un interlocutore credibile?) e di quanto sono cattivi quelli che vogliono rubargli i voti (signora mia, i partiti si presentano alle elezioni e vogliono anche essere votati: dove andremo a finire?)

Il terzo schieramento, almeno a giudicare dai sondaggi, è il redivivo Movimento 5 Stelle, capitanato da Giuseppe Conte. Non mi pare sia il caso di parlarne troppo a lungo: è la quintessenza del populismo, uno schieramento che nessuno sano di mente dovrebbe sostenere (a meno che non siate fancazzisti privi di ogni talento e inventiva che vogliano vivere di sussidi a spese del prossimo: in quel caso per voi è una buona scelta).

Il quarto schieramento, anche se a loro piace chiamarsi “terzo polo”, è l’alleanza tra Italia Viva di Matteo Renzi e Azione di Carlo Calenda: il nuovo partito non ha ancora un vero nome ma sul simbolo riporta la dicitura Renew Europe, come il gruppo liberale nel Parlamento europeo. Per onestà intellettuale, devo dire che io sono iscritto a Italia Viva: ho fatto il grande passo (non mi ero mai iscritto a un partito politico prima) quando Renzi ha mandato via Conte aprendo le porte al Governo Draghi. In quel momento in cui molti sedicenti progressisti lottavano con tutte le forze per far restare al suo posto il re dei populisti ho sentito di dover dare un segnale a chi secondo me stava facendo la cosa giusta, peraltro in un momento così importante per il Paese (nel pieno della gestione della pandemia e del processo di ottenimento del recovery fund: con Conte probabilmente saremmo ancora in lockdown e nella guerra all’Ucraina ci saremmo schierati con la Russia). Italia Viva dunque è in un certo senso il ‘mio’ partito: ma che io abbia la tessera non vuol dire che lo voterò a occhi chiusi per sempre, ovviamente. Penso che Renzi sia un politico eccezionale, di gran lunga il migliore sulla piazza, pur avendo egli fatto in passato diversi passi falsi; ma penso anche che Calenda, che pure è stato a suo tempo un ottimo Ministro dell’Industria, sia un politico decisamente scarso. Le sue prese di posizione sono spesso ‘apocalittiche’, dettate dalla volontà di apparire rigoroso e coerente: ma da un politico non mi aspetto la coerenza (che in politica è sinonimo di integralismo), mi aspetto che sia pragmatico ed efficiente. Renzi da questo punto di vista è il contrario di Calenda: per bloccare Salvini che chiede i “pieni poteri” serve allearsi coi grillini? Ci si allea coi grillini senza fare tante storie: ci sarà poi tempo per abbandonarli al momento opportuno. Un buon politico deve avere pelo sullo stomaco: altrimenti serve solo a fare testimonianza, come i tanti partitelli di sinistra che non scendono mai a patti con nessuno e che infatti non hanno mai deciso niente che abbia davvero influito sulle nostre vite. Calenda, poi, è anche l’incarnazione perfetta del boomer del tutto incapace di ‘sintonizzarsi’ con le nuove generazioni. È passata alla storia l’epica intervista in cui si vantava di proibire i videogiochi ai suoi figli, e anche nei suoi ultimi comizi è tutto un fiorire di “signora mia i giovani non leggono”, “ah si è persa l’educazione” e altre simili idiozie. Purtuttavia, il programma del “terzo polo” e il suo posizionamento sullo scacchiere politico e ideologico sono a me piuttosto affini: il partito di Renzi e Calenda è un partito liberale riformista, un po’ come doveva essere il PD nell’idea originale di Veltroni, ed è il posto dove dovrebbero essere tutti i riformisti inspiegabilmente rimasti nel PD.

Qual è dunque, tra questi quattro schieramenti principali, quello in cui mi riconosco maggiormente? Rispondere a questa domanda in occasione di queste elezioni è particolarmente complicato. Come ho appena scritto ho la tessera di Italia Viva e apprezzo molto Matteo Renzi per il suo essere un politico efficiente, spregiudicato quanto basta e sempre attento al supremo interesse nazionale anche a prescindere dagli effetti delle sue azioni sul suo gradimento personale (questo è sempre un segno che si è di fronte a un signor politico). D’altro canto, il suo neoalleato Calenda non mi entusiasma particolarmente, come non mi entusiasmano i resti di Forza Italia che quest’ultimo si è caricato (o meglio: sono contento di Carfagna, che è una politica promettente e una grande oratrice, ma molto meno di Gelmini, che a suo tempo fece disastri con la scuola e l’università). Non sono neanche particolarmente soddisfatto dallo scarso peso che nel programma di Azione e Italia Viva hanno i diritti civili, sui quali anzi Calenda è piuttosto reticente: pochi giorni fa ha fatto capire, per esempio, di essere contrario alla legalizzazione delle droghe leggere (non che sia una sorpresa da parte di un boomer come lui). Da questo punto di vista +Europa ha una linea a me più affine: d’altro canto va detto che gli unici risultati davvero tangibili sul piano dei diritti li ha portati a casa sempre Renzi, mentre il PD con la vicenda del DDL Zan si è dimostrato capace solo di piantare bandierine ideologiche. Lo schieramento di centrosinistra peraltro è per me poco votabile soprattutto perché al suo interno c’è gentaglia come i Verdi, contrari a tutto (forse anche alla cottura a microonde), Fratoianni, che su tante cose ha le stesse posizioni della Meloni, nonché una fauna di ex grillini che non vedrei volentieri neanche allo zoo (Di Maio, Castelli, Azzolina). Senza contare che molti esponenti della “Ditta”, ossia della vecchia dirigenza dalemiana, stanno già dichiarando urbi et orbi che appena dopo il voto si alleeranno di nuovo direttamente col Movimento 5 Stelle. Quindi direi che se dovessi guardare all’affinità, il mio voto dovrebbe andare al “terzo polo”, ovvero ad Azione e Italia Viva.

Ma qual è invece il voto che possa avere la miglior conseguenza positiva ‘tangibile’, al di là delle mie inclinazioni personali? Qui la faccenda si fa più complicata e ci impone di parlare degli effetti collaterali nefasti della discutibile Legge Rosatellum, combinata con la dissennata riduzione del numero dei Parlamentari. Il fatto che il centrodestra sia compatto e che il centrosinistra sia invece diviso tra centrosinistra propriamente detto e “terzo polo” può essere visto come un problema perché causerà con ogni probabilità la vittoria del centrodestra in moltissimi collegi uninominali, in cui, come abbiamo spiegato all’inizio, vince semplicemente chi prende anche solo 1 voto più degli altri. Le proiezioni basate sui sondaggi mostrano un futuro Parlamento dominato dal centrodestra con larghissima maggioranza, sia alla Camera sia al Senato. Questo spinge molti a perorare la causa del cosiddetto “voto utile”: cerchiamo di confluire tutti sullo schieramento che ha più possibilità di essere il più votato tra quelli che si oppongono al centrodestra (ovvero il PD e i suoi alleati), così da cercare di ‘rubare’ al centrodestra quanti più seggi possibile. Questo ragionamento, però, è solo la versione più lunga e più persuasiva del motto di Letta: votate me sennò vincono gli altri. È un discorso che potrebbe avere senso se nel passato recente il PD fosse stato effettivamente l’argine al disastro. Ma ripensiamo a quel che è successo nell’ultima Legislatura. Chi ha bloccato Salvini quando chiedeva elezioni anticipate per ottenere i “pieni poteri”? Il PD? Non proprio: l’ha bloccato Renzi, che in quell’occasione è uscito dal PD. L’allora Segretario del PD, Zingaretti, si accordava anzi con Salvini per andare al più presto alle elezioni (che avrebbe rovinosamente perso). E ancora: chi ha bloccato Conte mentre gestiva in maniera demenziale la pandemia, rischiando di farci perdere i soldi del PNRR? Il PD? HA! Ancora una volta a bloccarlo è stato Renzi: il PD in quei giorni diffondeva tramite i suoi social messaggi come quello qui sotto. Detto in maniera più chiara: il PD preferiva Conte a Draghi, poi si è messo a sostenere Draghi solo per restare al Governo. Non è un caso che adesso la dirigenza del PD non veda l’ora di riabbracciare Conte.

Quello a cui voglio arrivare è questo: potrei accettare il discorso “turiamoci il naso e votiamo tutti per il partito che si oppone alla Meloni”. Il problema è che il PD non ha alcun titolo per vestire i panni di quel partito: nell’ultima Legislatura il PD non si è affatto opposto a sfascisti e populisti, anzi è stato spesso con loro fortemente connivente. Chi si è davvero opposto ai populisti, talvolta con manovre spregiudicate e anche rischiose, è stato Renzi assieme al suo piccolo manipolo di parlamentari. Se esiste un “voto utile”, è il voto che manda in Parlamento politici abili, efficienti e con ben chiara in testa qual è la parte giusta: ovvero la parte opposta al populismo, al nazionalismo, al “tanto peggio tanto meglio”. Perché il PD dovrebbe essere credibile come argine alla Meloni se è pappa e ciccia con Conte? È forse Conte meglio della Meloni? Conte ha firmato i Decreti Sicurezza ed è a capo di un partito i cui membri descrivevano le navi delle ONLUS che salvano i migranti come “taxi del mare”. Perché Conte dovrebbe essere meglio della Meloni? Solo perché la Meloni dice “sono di destra” mentre Conte dice “non siamo né di destra né di sinistra”? Siamo davvero messi così male da farci distrarre da questi slogan per cerebrolesi? Il 25 settembre io voterò per Azione e Italia Viva: voglio che in Parlamento ci sia non gente che urla il suo essere di sinistra per poi andare a braccetto con i peggiori populisti, voglio gente col pelo sullo stomaco che faccia qualsiasi cosa per bloccarli, i populisti. Renzi ha mostrato di saperlo fare, e io lo voglio in Parlamento per rifarlo di nuovo. Anche a costo di veder ferito il mio essere di sinistra. Perché, ancora una volta, le elezioni non sono un modo per affermare la nostra identità. Per quello compratevi una bandiera: le elezioni politiche sono una cosa seria.


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