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Sommersi dall’incompetenza

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November 16, 2019 by Mosè Viero

Un Paese serio, o semplicemente normale, riesce a sublimare le tragedie facendole diventare occasione di riflessione, apprendimento e sviluppo. Le recenti e tutt’ora in corso acque alte straordinarie di Venezia, invece, stanno avendo come unica conseguenza quella di farci capire una volta di più quanto l’Italia sia tutt’altro che seria e tutt’altro che normale.

Prendiamo ad esempio la figura di Luca Zaia. Già Presidente della Provincia di Treviso e Ministro delle Politiche Agricole, è Presidente della Regione Veneto dal 2010. Di fronte alla tragedia vissuta dal capoluogo della sua Regione, si è speso nella specialità dei politici italiani più inetti: ha fatto finta di non saperne nulla e di non c’entrare nulla. Indossata la sua faccia più indignata, ha rilasciato interviste in cui si chiedeva come mai il MOSE, il sistema di dighe mobili che dovrebbe proteggere la Laguna, non è entrato in funzione. Come se non fosse lui e più in generale il suo schieramento, che comanda il Veneto praticamente da sempre, a essere responsabile del disastro. Come se *davvero* non avesse idea del perché il MOSE non funziona: un talento d’attore davvero sprecato per un Presidente di Regione.

Tra un’indignazione e l’altra, peraltro, il nostro eroe ha anche avuto il tempo di fare un salto a Bologna per fare la groupie di Lucia Bergonzoni, la candidata fascioleghista alla Presidenza della Regione Emilia Romagna: lì ovviamente Zaia ha indossato la faccia sorridente e garrula di chi annuncia le magnifiche sorti e progressive del territorio liberato dalla feccia comunista che vessa la Regione, notoriamente tra le più arretrate d’Europa.

Ma questo è niente: un altro momento di gloria del nostro che val la pena ricordare è quando fece spendere milioni di soldi pubblici alla sua Regione per indire un referendum consultivo sull’autonomia, che ovviamente non ha avuto alcun effetto se non far parlare di lui i TG per qualche quarto d’ora. Il copione è sempre più o meno lo stesso: fingo di arrivare da Marte e chiedo a gran voce qualcosa che *io stesso* dovrei fare e per il quale in teoria sono stato eletto. In pratica dichiaro urbi et orbi che sono un incapace, e nel farlo dilapido quintalate di risorse pubbliche.

Ora: in un Paese per l’appunto normale, un personaggio così potrebbe forse fare il consigliere comunale di terza fila, quello che mandi davanti alle telecamere nei casi di emergenza, quando tutti gli altri sono a casa con l’influenza. Qui invece Luca Zaia non solo comanda incontrastato da quasi dieci anni, ma il suo gradimento, sondaggi alla mano, è alle stelle. Questo, d’altro canto, è il suo secondo mandato: gli elettori si sono messi nelle sue mani non una ma due volte. E tutto lascia pensare che avrà anche un terzo mandato, reso possibile da alcune recenti riforme della legge regionale.

Come si spiega? Siamo sicuri che basti il razzismo o più in generale la paura del diverso per spiegare il radicamento sul territorio di uomini politici così palesemente inadeguati? La mia impressione è che il fenomeno sia assai più ampio e complesso e che si possa riassumere così: in Italia, ahinoi, mancano completamente il riconoscimento del merito e la punizione per il demerito. Alla fine, il riconoscimento di un politico come valido o incapace dovrebbe dipendere anzitutto dai risultati. Certi Governi producono un aumento della produttività e del reddito pro-capite, certi altri il contrario: si stava *oggettivamente* meglio sotto i Governi Renzi e Gentiloni di quanto si sta sotto i Governi Conte, per esempio. Oppure: le amministrazioni Pisapia e Sala a Milano sono *palesemente* migliori di quelle che le hanno precedute: basta una visita di mezz’ora alla città per rendersene conto; come basta una vista di mezz’ora a Roma per rendersi conto che la giunta Raggi è peggio di una invasione barbarica. Certo, c’è sempre chi vota sulla base di suggestioni emotive o ideologiche, e va benissimo: il problema è quando l’opinione pubblica è largamente dominata da sentimenti che sono in netto contrasto con l’esperienza. Lì non si tratta più di ideologia, quanto di vera e propria deficienza cognitiva. Causata, per l’appunto, dalla mancata valorizzazione del merito. A livello anche e soprattutto comunicativo, giornalistico.

Attenzione però: anche coloro che condividono il ragionamento appena fatto cadono spesso in un errore fatale. Che è quello di pensare che la faccenda sia squisitamente politica, quando in realtà non lo è. Il problema della mancata valorizzazione del merito e della competenza in Italia è endemico e pervade ogni ambito della società. Basta aprire gli occhi in una qualunque giornata di lavoro: viviamo in ambienti asfittici e soffocanti, nei quali la competizione è declinata in modo paradossale, tutto costruito attorno alla rendita di posizione. Siamo circondati da colleghi incapaci, sciatti, menefreghisti: ma nessuno o quasi li sfida su quel terreno, perché questo scatenerebbe tensioni e ritorsioni. Il risultato è che tutti sono trattati allo stesso modo: chi produce e chi non produce, chi è puntuale e chi arriva in ritardo, chi lavora bene e chi lavora male. Questo mortifica il talento e l’intraprendenza e appiattisce tutti sullo stesso livello: quello più basso.

Il concetto fondamentale da introiettare è che questo è davvero un ambito in cui il cambiamento deve partire dal basso. È inutile indignarsi per il politico incompetente e cazzaro se poi si accetta di buon grado il collega incompetente e cazzaro senza ribellarsi prima di tutto contro quest’ultimo. E attenzione: la ribellione può costare cara. L’ambiente asfittico e soffocante dell’appiattimento non ammette eccezioni. Quando denuncio il collega cazzaro al ‘capo’, può succedere di tutto: per esempio, può succedere che mi si accusi di fare la spia, come se fossimo dentro una specie di setta mafiosa. La ribellione al conformismo anti-meritocratico è anzitutto assunzione di responsabilità. Ciascuno di noi deve metterci la faccia e rischiare, usando la qualità del proprio operato come unico scudo contro odio e ritorsioni.

In altre parole: rendiamoci conto del nostro valore e usiamolo per rivendicare ciò che ci spetta. Anche a rischio di perdere tutto se arriva qualcuno più bravo di noi. Se non ci esponiamo e non corriamo questo rischio anzitutto nella nostra vita, come possiamo sperare che talento e competenza vengano valorizzati quando si parla di politica? L’Italia ha bisogno di una rivoluzione basata sul merito: più questa rivoluzione verrà procrastinata, più frequenti saranno le acque alte, reali o metaforiche.


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