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Referendum dell’8 e 9 giugno 2025: dichiarazione di voto

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May 25, 2025 by Mosè Viero

Domenica 8 e lunedì 9 giugno si vota per cinque referendum abrogativi, quattro dedicati alla legislazione sul lavoro e uno dedicato al tema della cittadinanza. La consultazione è soggetta al raggiungimento del quorum del 50% + 1 dei votanti: se il quorum non viene raggiunto, il risultato è nullo.

Le informazioni che si leggono e si sentono su questi referendum sono non solo decisamente scarse, ma anche quasi sempre del tutto scombiccherate. La motivazione è che molti dei quesiti non hanno realmente uno scopo riformatore, quanto piuttosto di affermazione di una determinata posizione ideologica. I referendum sul lavoro sono, per dirla chiaramente, una sorta di ‘vendetta’ della sinistra radicale contro la sinistra riformista, rea di aver tentato di riformare la legislazione in senso più moderno e flessibile, peraltro in forme che ormai sono fin superate dalla realtà dei fatti. Questa consultazione è, con l’eccezione del quesito sulla cittadinanza, una battaglia di retroguardia, che cerca di chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati (e quando anche, aggiungeremmo, a nessuno interessa più veramente che quei buoi stiano nella stalla).

La prima e più grave fake news che si sente continuamente è che votare è un dovere, che chi invita all’astensione è un nemico della democrazia, che è uno scandalo che importanti cariche come il Presidente del Senato invitino la gente a non andare a votare eccetera. Ora: per quanto io non abbia alcuna simpatia per Ignazio La Russa, si tratta evidentemente di stupidaggini. L’esistenza del quorum rende del tutto legittima la battaglia per l’astensione: anzi, se si vuole dire NO si ha il dovere di astenersi, visto che si tratta con ogni evidenza del modo più efficiente per far fallire la consultazione.

È giusto o sbagliato che esista il quorum? Se ne può discutere: io per esempio sarei a favore della sua eliminazione, anche se capisco il Legislatore quando ha deciso di implementarlo. L’idea di base è: non solo devi dimostrare che la tua volontà di riforma è maggioritaria tra i votanti, devi anche dimostrare che è effettivamente sentita nella comunità dei cittadini, coinvolgendone un numero sufficiente. Finché esisterà il quorum, chi è contrario al quesito referendario avrà tutto il diritto di astenersi e di fare appelli per l’astensione: spetta a chi promuove il referendum coinvolgere la cittadinanza, non certo a chi è contrario.

Tolto di mezzo questo equivoco, vediamo i quesiti uno per uno e cerchiamo di capire qual è la posizione più sensata per ciascuno di essi.


Scheda VERDE: Contratto di lavoro a tutele crescenti – Disciplina dei licenziamenti illegittimi: Abrogazione

A leggere in giro, sembra che questo quesito voglia abolire il famigerato Jobs Act introdotto dal Governo Renzi nel 2015 così da tornare al mitico Articolo 18, che proteggeva i lavoratori dai licenziamenti illegittimi. Nulla di più falso: il quesito chiede l’abolizione di uno solo dei 7 decreti di cui era composto il Jobs Act, più precisamente quello che stabiliva le cosiddette tutele crescenti.
Piccolo riassunto: l’Articolo 18 era già stato ampiamente rimaneggiato dalla riforma cosiddetta Monti-Fornero, che ne aveva limitato significativamente l’implementazione ai casi di “manifesta illegittimità”, da dimostrare davanti a un giudice; il Jobs Act lo abolisce quasi del tutto, sostituendo il reintegro con un indennizzo che varia a seconda della durata del rapporto di lavoro che si è interrotto, fino a un massimo di 24 mensilità (continua a esserci il reintegro in caso di intento manifestamente discriminatorio). In seguito, il cosiddetto “Decreto Dignità” del Governo Conte I aumenta l’indennizzo fino a 36 mensilità, e in seguito una sentenza della Corte Costituzionale abolisce gli automatismi e decide che dev’essere sempre un giudice a stabilire l’entità dell’indennizzo.
Se vince il sì, non si torna certo all’Articolo 18 com’era negli anni Settanta, come sembrano affermare tronfi i promotori del referendum. Più prosaicamente, si torna alla fattispecie prevista dalla riforma Monti-Fornero: è vero che torna il reintegro nei casi di “manifesta illegittimità”, da dimostrare davanti a un giudice, che presumibilmente ci metterà mesi se non anni a prendere una decisione (auguri). Ma è anche vero che si annullano tutte le riforme successive, quindi per esempio si torna a una indennità massima di 24 mensilità anziché 36.
Curiosità: se passa il sì, si abolisce anche un’altra fattispecie introdotta dal Jobs Act, ovvero l’estensione delle tutele anche ai lavoratori delle Associazioni di tendenza, ovvero partiti e sindacati. In altri termini, i lavoratori dei sindacati diventano più facilmente licenziabili. HA!


Scheda ARANCIONE: Piccole imprese – Licenziamenti e relativa indennità: Abrogazione parziale

Questo quesito chiede di rimuovere il limite massimo, attualmente fissato a 6 mensilità, per l’indennizzo da assicurare a chi viene illegittimamente licenziato da imprese con meno di 15 dipendenti. Il limite dei 15 lavoratori esiste, nella legislazione sul lavoro, fin dagli anni Sessanta: lo Statuto dei Lavoratori del 1970 lo ribadisce, stabilendo che il reintegro in caso di licenziamento illegittimo deve avvenire solo nelle imprese con più di 15 dipendenti, mentre nelle piccole imprese è sufficiente l’indennizzo economico. Se passa il sì, sarà il giudice a decidere l’entità dell’indennizzo, senza limiti di sorta.
Su questo specifico tema i promotori del referendum hanno delle ragioni: ci sono aziende molto piccole che fatturano tantissimo, quindi non si capisce perché ci dev’essere un limite al risarcimento arbitrariamente deciso sulla base delle dimensioni dell’azienda.
Curiosità: nel 2003 Rifondazione Comunista promosse un referendum per estendere il reintegro alle imprese con meno di 15 dipendenti. La consultazione fallì perché andò a votare solo il 25% circa degli aventi diritto. All’epoca, i DS erano ferocemente contrari, e fecero campagna per l’astensione, ovvero quello per cui adesso il PD si scandalizza.


Scheda GRIGIA: Abrogazione parziale di norme in materia di apposizione di termine al contratto di lavoro subordinato, durata massima e condizioni per proroghe e rinnovi

Questo quesito è il più inutile e ridicolo, e il modo in cui viene ‘raccontato’ dai promotori è il più demenziale. Sembra che votando sì si contribuisca ad arginare il precariato, la cui esistenza sarebbe colpa, ovviamente, del Jobs Act (in realtà quest’ultimo include il decreto in oggetto solo per la procedura di riscrittura della legge, che c’era già prima). Quando si attiva un contratto a tempo determinato di durata superiore ai 12 mesi, bisogna indicare nel contratto la “causale”, ovvero la motivazione per cui dopo 12 mesi il contratto non sarà più in essere. Se vince il sì, andrà indicata la causale anche nei contratti a tempo determinato di durata pari o inferiore a 12 mesi. Una vera e propria rivoluzione! È probabile che l’unico effetto tangibile sarà dare più lavoro agli avvocati, dato che con la causale ci saranno più appigli per le controversie.
Non sono certo i contratti a tempo determinato, peraltro, il primo problema che dovremmo porci se vogliamo combattere la tanto temuta “precarietà”. I contratti a tempo determinato esistono in tutto il mondo e sono essenziali per evitare il lavoro nero. Magari ci dovremmo scagliare contro altre fattispecie, tipo le finte partite IVA o gli stage non pagati.


Scheda ROSSA: Esclusione della responsabilità solidale del committente, dell’appaltatore e del subappaltatore per infortuni subiti dal lavoratore dipendente di impresa appaltatrice o subappaltatrice, come conseguenza dei rischi specifici propri dell’attività delle imprese appaltatrici o subappaltatrici: Abrogazione

Su questo specifico quesito c’è un certo dibattito tra gli esperti giuslavoristi. Attualmente, se una ditta ottiene un appalto e lo subappalta a un’altra ditta, solo quest’ultima è responsabile per eventuali problemi di sicurezza. Il referendum propone di estendere la responsabilità anche all’appaltatore d’origine e al committente. C’è chi afferma che estendendo la responsabilità si possano evitare appalti al ribasso che pregiudichino la sicurezza; ma c’è anche chi afferma che estendendo la responsabilità si rischi di bloccare tutto, perché difficilmente un condominio che appalta dei lavori vedrà l’amministratore prendersi carico delle procedure di sicurezza delle varie ditte.


Scheda GIALLA: Cittadinanza italiana: Dimezzamento da 10 a 5 anni dei tempi di residenza legale in Italia dello straniero maggiorenne extracomunitario per la richiesta di concessione della cittadinanza italiana

Questo quesito fa storia a sé rispetto agli altri quattro e vede una adesione più o meno generalizzata di tutto lo schieramento liberale e progressista, con l’opposizione invece dello schieramento conservatore. La legge attuale prevede che gli stranieri possano ottenere la cittadinanza italiana una volta maggiorenni dopo 5 anni di residenza in Italia se sono stati adottati da italiani e dopo 10 anni di residenza in Italia in tutti gli altri casi (tecnicamente dopo questi lassi di tempo possono fare domanda: per la concessione vera e propria passano altri anni). Se passa il referendum, il tempo di attesa passa per tutti a 5 anni. Restano intatti tutti gli altri requisiti necessari: conoscenza della lingua italiana, possesso di un determinato reddito, pagamento regolare delle tasse, fedina penale pulita. È molto divertente pensare a quanti italiani purosangue perderebbero la cittadinanza all’istante se applicassimo a tutti questi criteri (basterebbe il primo).


In sintesi: il quesito verde e quello grigio sono fuffa allo stato puro, il quesito arancione e quello rosso potrebbero avere senso ma riguardano fattispecie molto tecniche e non certo di interesse comune, mentre il quesito giallo è sacrosanto ed è l’unico su cui ha davvero senso fare un referendum.

Perché il problema riguardo ai primi quattro quesiti non è solo che si tratta di una battaglia ideologica di retroguardia, una specie di autodafè collettivo della sinistra-sinistra per dimostrare a sé stessa di essere veramente sinistra-sinistra: il problema è anche e soprattutto che i referendum non si dovrebbero usare in questo modo.
Se anche i quesiti fossero formulati guardando al futuro anziché al passato, con l’intento di aprire il mercato del lavoro anziché chiuderlo ancora di più, resterebbe il fatto che si tratta di questioni molto tecniche, da addetti ai lavori. I referendum si fanno su grandi questioni di carattere universale, su cui tutti sono in grado di farsi velocemente una posizione senza dover studiare gli ultimi vent’anni di legislazione. Monarchia o repubblica, unioni civili sì o no, aborto sì o no, cittadinanza breve sì o no: queste sono materie su cui ha senso fare un referendum. Con la postilla che nel novantanove per cento dei casi è assai meglio se anziché fare un referendum si fa un bel dibattito in Parlamento, dove ci sono persone che sono pagate apposta per studiare e legiferare.

Il sindacato fa le sue battaglie ideologiche principalmente nel tentativo di salvare se stesso: nel mercato del lavoro odierno, più ‘liquido’ e meno irregimentato, c’è meno spazio per le grandi battaglie collettive del Novecento. Possiamo dibattere se questo sia un bene o un male: secondo me è un bene, ma capisco che ci sia chi rimpiange quei tempi. Ciò che non capisco è come ci si possa illudere che battaglie come questa possano farci tornare a epoche così lontane, che i giovani non hanno mai visto e di cui non hanno nessuna nostalgia. Quella per il posto fisso è una ossessione da boomer: fa veramente sorridere che venga fatta propria da una dirigente giovane come Elly Schlein, che quando parla di diritti è proiettata nel futuro mentre quando parla di lavoro sembra mio nonno dopo il quarto grappino. Anziché vagheggiare il ritorno ai tempi in cui si nasceva e si moriva nella stessa fabbrica, dovremmo concentrarci sulle incredibili opportunità che un mercato del lavoro aperto offre a chi è intraprendente. È più rischioso, certo; è più incerto, ovvio: ma oggi ci sono possibilità di farsi strada infinite rispetto a cinquant’anni fa. Sognare un mondo del lavoro rigido e ultra-tutelato vuol dire sostenere, indirettamente, che la cittadinanza è composta da persone fragili e inette, incapaci di iniziativa, che hanno bisogno di appigli legislativi per qualsiasi cosa, fosse anche conservare il proprio posto di lavoro per più di qualche mese. Una legislazione rigidissima può avere senso solo se il mercato del lavoro è chiuso e asfittico: se posso solo andare a lavorare alla FIAT, è giusto che il mio posto alla FIAT sia ragionevolmente blindato. Ma oggi il mondo è cambiato, ed è un BENE. Oggi abbiamo tante possibilità in più: e solo chi è completamente incapace o svogliato può avere nostalgia dei tempi passati. Questi referendum sono ultra-reazionari, perché guardano a un passato che non esiste più e ci fanno perdere tempo ed energie che andrebbero meglio spese per organizzare il futuro.

Per di più, questi referendum sono una manna dal cielo per il Governo, che può guardare divertito le risse in seno all’opposizione nella certezza di poter mantenere il potere ancora a lungo, se l’alternativa è una compagine che sta ancora a perdere tempo regolando i propri conti col passato. Se ci fosse stato solo il referendum sulla cittadinanza, viceversa, l’opposizione compatta (più o meno, visto che i grillini, essendo i più di destra di tutti, sono ovviamente contrari) avrebbe potuto cercare di far uscire le contraddizioni in seno alla maggioranza.

Dal mio punto di vista non c’è alcuna prospettiva da cui si possa guardare con favore alla riuscita della consultazione riguardante i primi quattro quesiti. È vero che due sono anche abbastanza sensati: ma riguardano comunque problematiche troppo circoscritte e troppo tecniche, su cui mai si dovrebbe fare un referendum.
Quindi io farò così: andrò al seggio e ritirerò SOLAMENTE LA SCHEDA GIALLA. È perfettamente consentito, quindi non credete agli scrutatori se vi dicono il contrario: è vostro diritto ritirare solamente una delle schede. A quel referendum voterò SÌ.


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