Referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026: dichiarazione di voto
0March 16, 2026 by Mosè Viero
Domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026 siamo chiamati a votare al referendum costituzionale confermativo sulla cosiddetta riforma della Giustizia. Si tratta di un pacchetto di modifiche alla Costituzione realizzato dal Governo in carica e già approvato dal Parlamento: gli elettori non possono modificare la riforma né approvarne solamente una parte, ma devono semplicemente dire sì o no all’intero pacchetto. Trattandosi di un referendum confermativo e non abrogativo, non è previsto il quorum.
Io voterò convintamente SÌ alla riforma, e in questo articolo vi spiego il perché della mia scelta.
I punti principali della riforma
1. Separazione delle carriere
Questa è forse la modifica primaria, e infatti viene spesso usata per riassumere l’intera consultazione.
In Italia la magistratura requirente, ovvero i cosiddetti PM (Pubblici Ministeri), appartiene allo stesso ordine a cui appartiene la magistratura giudicante, ovvero i giudici propriamente detti. Il PM è il rappresentante dell’accusa, anche se in teoria dovrebbe raccogliere anche gli indizi in difesa dell’imputato; il giudice invece è colui che emette la sentenza al termine del processo.
Il fatto che giudici e PM appartengano allo stesso ordine vuol dire non tanto che possano passare disinvoltamente da una funzione all’altra: la separazione delle funzioni è anzi già stata in qualche modo messa in atto dalla cosiddetta riforma Cartabia, e oggi il numero di magistrati che passa dall’una all’altra funzione è molto basso.
Il problema è, piuttosto, nel fatto che magistratura requirente e magistratura giudicante condividono il medesimo organo di auto-governo, ovvero il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). Il CSM si occupa di tutto ciò che riguarda la vita professionale dei magistrati: nomine, trasferimenti, progressioni di carriera, incarichi direttivi, valutazioni e sanzioni. Questo ci porta diretti all’altra importante novità prodotta dalla riforma.
2. Creazione di due CSM distinti
La vera grande novità che logicamente succede alla separazione delle carriere è la creazione di due CSM distinti: uno per la magistratura requirente e uno per la magistratura giudicante.
Non cambia la composizione dei membri: proprio come oggi, ciascun Consiglio avrà 2/3 di membri “togati”, ovvero magistrati di professione, e 1/3 di membri “laici”, ovvero non magistrati, eletti dal Parlamento. Chiaramente però i magistrati nel Consiglio arriveranno solo dalla ‘carriera’ corrispondente: questo eviterà la situazione incestuosa odierna, in base alla quale i PM devono assecondare i giudici e viceversa, visto che qualunque decisione relativa alla carriera e alla disciplina viene presa da un organo di autogoverno condiviso.
3. Il sorteggio dei membri “togati”
Un’altra importantissima novità della riforma riguarda il sistema di selezione dei magistrati all’interno dei due CSM: non saranno più eletti dai magistrati medesimi, bensì sorteggiati, chiaramente all’interno di un pool di nomi con determinati pre-requisiti di carriera e anzianità.
Questo punto è fondamentale in quanto riduce drasticamente il potere delle correnti nel determinare la composizione del CSM, rendendo quest’ultimo più libero e indipendente da pressioni dovute a logiche correntizie o di relazione.
4. L’Alta Corte Disciplinare
Infine, la riforma prevede la creazione di un organo completamente nuovo, l’Alta Corte Disciplinare della Magistratura, di rango costituzionale. Sarà composta da 15 membri: 3 nominati dal Presidente della Repubblica, 3 eletti dal Parlamento e 9 magistrati estratti a sorte (6 giudici e 3 PM).
Oggi le sanzioni disciplinari nei confronti dei magistrati dovrebbero essere emesse da un’apposita sezione del CSM, che però è chiaramente manchevole (per usare un eufemismo), visto che nessun magistrato incapace/incompetente/ideologizzato è mai stato sanzionato. Questo nuovo organo dovrà occuparsi proprio di questo, introducendo in magistratura il semplice (ma da quelle parti rivoluzionario) concetto che ognuno è responsabile dei propri errori.
Perché SÌ?
Questa riforma è fondamentale perché completa quella del Codice di Procedura Penale introdotta nel 1988 e spesso chiamata col nome del suo ‘padre’, Giuliano Vassalli, insigne giurista nonché partigiano. La riforma Vassalli fa sì che quello italiano passi dall’essere un sistema inquisitorio all’essere un sistema accusatorio: nel primo il giudice è anche colui che raccoglie le prove per giudicare l’imputato, mentre nel secondo si stabilisce una struttura a tre, col giudice in posizione neutrale tra l’accusatore, ovvero il PM, e l’imputato. Lo stesso Vassalli prevedeva di completare il suo percorso di riforma con la separazione delle carriere: ma a causa delle vicissitudini dell’epoca non si arrivò mai al termine del progetto.
Finora quindi ci siamo sempre trovati in un bizzarro sistema misto, in cui giudici e PM hanno in teoria funzioni molto diverse per non dire opposte, ma devono per forza lavorare insieme visto che hanno sopra di loro lo stesso organo di autogoverno.
Questo ha portato ad abusi e inconsistenze che abbiamo la possibilità di conoscere e studiare solo in minima parte e che sono ben esemplificati da quello che i giornalisti chiamano “sistema Palamara”, in riferimento allo scandalo scoperchiato qualche anno fa dall’ex magistrato Luca Palamara, che svelò che la magistratura si muove spesso sulla base di meccanismi correntizi e spartitori, senza alcuna considerazione per la meritocrazia, il talento ma anche, paradossalmente, senza alcuna considerazione per la giustizia.
Se vivessimo in un mondo normale, tutte le forze politiche interessate a una giustizia giusta e al garantismo sarebbero schierate come un sol uomo per il SÌ.
Invece siamo immersi in un dibattito surreale, in cui quasi nessuno entra nel merito della riforma: ci si schiera pro o contro chi l’ha proposta, trasformando di fatto la consultazione in una specie di referendum sul Governo in carica. Se ti piace la Meloni, devi votare SÌ, se non ti piace devi votare NO.
Ma il referendum non è sulla Meloni: è su questioni molto tecniche che riguardano il funzionamento del nostro sistema giudiziario. La Meloni sarà presto sottoposta al voto popolare e dovrà riguadagnarsi il suo potere, com’è giusto in un sistema democratico: questa riforma è invece un’occasione unica, un treno che non ripasserà mai più, e che ci consente di adeguare il nostro sistema agli standard consueti nelle democrazie mature.
Dire NO per ragioni contingenti è miope: avere una giustizia giusta è interesse di tutti, destra e sinistra.
Gli argomenti del NO
Nei rarissimi momenti in cui il fronte del NO prova a usare qualche argomento tecnico risulta assai poco convincente. Vediamo alcuni esempi.
“Eh ma la separazione delle carriere c’è già, ci sono solo trenta trasferimenti l’anno!”
Quella è la separazione delle funzioni: vedi sopra. Il punto non è bloccare i passaggi da un ruolo all’altro, ma dare a ciascun ruolo una funzione pienamente distinta anche e soprattutto per quel che riguarda gli organi di autogoverno.
“Eh ma i giudici non sono piegati ai PM, il tasso di assoluzioni è superiore al 30%!”
I dati statistici sono un’arma di distrazione: stiamo parlando di una riforma di sistema. Magari le assoluzioni dovrebbero essere ancora di più di quel che sono. E comunque il problema è soprattutto la perdita di tempo ed energie in fase di indagine: è lì che emerge con nettezza quanto il giudice sia succube del PM, visto che le richieste di quest’ultimo sono quasi sempre accolte.
“Eh ma i “laici” tra i membri del CSM saranno scelti tra una lista stilata dalla maggioranza: si mettono i giudici sotto il potere del governooooh!”
Questa è una pura e semplice invenzione. Le leggi attuative, OVVIAMENTE, andranno stilate solo dopo l’approvazione della riforma: è chiaro che trattandosi di organi costituzionali serviranno sempre maggioranze qualificate.
“Eh ma i giudici si auto-disciplinano bene già adesso, l’anno scorso sono state decise ben 23978692643989 sanzioni!” (Numero a caso, nda).
Fuffa. Le sanzioni attualmente comminate non servono a nulla, e infatti in nessun caso hanno bloccato la carriera di qualche magistrato, neanche di quelli palesemente incapaci o che agiscono solo per avere risonanza mediatica.
“Eh ma questa riforma non accelera i tempi dei processi! Quindi non serve a nienteeeeh!”
Nessuno ha mai sostenuto che l’obiettivo sia accelerare i tempi dei processi: per quello serve una riforma del processo, non dell’ordinamento. Sarebbe come lamentarsi perché la riforma non fa nulla per il traffico nei weekend.
Il dramma vero, però, è che il fronte del NO ricorre appunto solo raramente ad argomenti tecnici. Il più delle volte si cerca di solleticare il posizionamento politico generale, l’avversità nei confronti del Governo, la presunta sacralità della Costituzione, perfino le problematiche della pace e della guerra.
È una fattispecie non troppo diversa da quella che si verificò nel 2016 con il tentativo di riforma costituzionale promosso dal Governo Renzi: anche in quel caso la consultazione si trasformò in un referendum sullo stesso Renzi. Allora però c’era almeno la promessa, da parte di quest’ultimo, di dimettersi in caso di insuccesso: fu lo stesso Renzi, colpevolmente, a “personalizzare” il referendum. In questo caso invece Meloni ha dichiarato più e più volte che non ha alcuna intenzione di dimettersi a prescindere dal risultato. Motivo in più per cercare di restare sul merito.
Conclusioni
Certo, va detto che anche il fronte del SÌ si è prodotto, nelle ultime settimane, in uscite scioccamente divisive e riguardanti tematiche anch’esse del tutto avulse dal quesito referendario, facendo passare quest’ultimo come una sorta di ‘punizione’ nei confronti dei giudici, che sono invece i primi ad avere l’interesse che il sistema della giustizia sia inattaccabile.
Di fronte al surreale dibattito in corso, si può facilmente avere l’impressione che la fuffa sia equamente distribuita su entrambi i fronti. Per comprendere la reale posta in gioco occorre sforzarsi più del solito.
C’è un ulteriore punto su cui vorrei soffermarmi.
Un argomento usato dai sostenitori del NO che mi fa veramente perdere la ragione, e successe anche ai tempi del referendum Renzi, è il contrapporre a questa riforma una qualche altra ipotetica riforma migliore, ideale, perfetta o quasi, magari da portare avanti in un momento storico più adatto, in cui non ci sia una destra sovranista montante in tutto il mondo.
Ebbene, questo argomento è frutto di una colossale ipocrisia. Se è vero che l’esito di una consultazione ha effetti che vanno sempre inevitabilmente al di là della materia del contendere, il primo di questi effetti collaterali di un respingimento è bloccare la situazione per decenni. Non stiamo scegliendo tra la riforma Nordio e un’altra, migliore e imminente riforma della giustizia: stiamo scegliendo se riformare la giustizia o se non toccarla mai più per almeno trent’anni, dando libero dominio alle correnti, che in questi ultimi decenni hanno spadroneggiato nel CSM, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
Non ci sarà, dopo il referendum, un nuovo percorso riformatore: un referendum bocciato vuol dire che la situazione resterà immutata per lunghissimo tempo. È sempre stato così e sarà così per sempre. Il punto è che la riforma ideale non esiste: e non esiste nemmeno il momento ideale per farla. Non ci sarà un Governo composto da sinceri garantisti che la proporrà, né domani né mai. Quindi dobbiamo scegliere se vogliamo provare a fare qualche passo in avanti, purtroppo insieme alla Meloni e insieme a Salvini (orrore!), oppure di stare fermi per decenni, rinunciando definitivamente a portare a compimento il progetto di quel sant’uomo di Vassalli.
Io sono orgoglioso di essere in grado di comportarmi da adulto, riconoscendo le ragioni portate avanti (anche) dagli avversari, per questioni che stanno più in alto dello scontro politico contingente. Questa è un’occasione storica per portare a compimento una riforma di interesse generale, su cui gli schieramenti litigano solo per la piccolezza dei rispettivi esponenti, da una parte e dall’altra. Non a caso, la separazione delle carriere era, negli anni Novanta, nel programma di tutti i partiti: a destra come a sinistra.
Siate adulti anche voi: votate SÌ.
Category Politica | Tags:


Leave a Reply