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Primarie del Partito Democratico del 3 marzo 2019: dichiarazione di voto

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February 25, 2019 by Mosè Viero

Il prossimo 3 marzo avranno luogo le elezioni primarie per l’elezione del Segretario del Partito Democratico. È un appuntamento importante per tutta la cittadinanza, dato che si tratta di decidere non solo il futuro leader ma anche la futura linea politica del più importante partito progressista d’Italia, in vista di una scadenza fondamentale per la storia dell’Occidente quale sarà l’elezione del Parlamento Europeo in maggio, già definito da autorevoli opinionisti come il voto più importante da quello del 1948 dato che vi si deciderà, in ultima istanza, il destino e la sopravvivenza dell’Unione Europea.

Va detto che, al di là di chi si affermerà come nuovo Segretario, il PD non sembra attrezzato a dovere per affrontare il decisivo evento: il più importante partito attualmente all’opposizione ha al suo interno due ‘anime’ in perenne conflitto, divise non su dettagli operativi ma proprio a livello di opzioni strategiche, così tanto da spendere inevitabilmente gran parte delle proprie energie nel cercare di imporsi l’una sull’altra, dando vita a quella litigiosità interna che è ahinoi nota a tutti. I tre candidati alle Primarie incarnano plasticamente questa situazione: due di loro rappresentano le due opzioni perennemente in lotta, mentre il terzo cerca di rappresentare una sorta di opzione di compromesso, mostrandone peraltro i limiti e la contraddittorietà.

Vediamo più in dettaglio tra chi saremo chiamati a scegliere. Va sottolineato che le Primarie sono aperte a tutti e non solo agli elettori del Partito, e che per parteciparvi è necessario versare un contributo di 2 euro.

Il candidato favorito, sia dai sondaggi sia in forza del voto tra gli iscritti che l’ha già premiato con una maggioranza relativa, è l’attuale Governatore della Regione Lazio Nicola Zingaretti. La sua è la candidatura della discontinuità, interpretando questo termine soprattutto in relazione alle recenti esperienze di Governo piddino e in particolare in relazione alla leadership di Matteo Renzi. L’opzione zingarettiana è l’incarnazione del progressismo più conservatore e “di sistema”, più fedele a certi dettami dell’ideologia post-marxista. Non è un caso che molti commentatori diano per scontato, in caso di probabile vittoria del Governatore del Lazio, il rientro nel Partito dei fuoriusciti di Liberi e Uguali, lo sfortunato esperimento di partito di sinistra ‘radicale’ rimasto, nelle ultime elezioni politiche, fuori dal Parlamento. I sostenitori della mozione zingarettiana, tra i quali figurano curiosamente molti ex ministri dei Governi Renzi e Gentiloni, non esitano a criticare aspramente non solo il ‘leaderismo’ della stagione renziana ma anche molte delle scelte di politica economica e sociale messe in campo dall’ex sindaco di Firenze, per esempio il cosiddetto Jobs Act o la cosiddetta Buona Scuola. Ma a scatenare forse le discussioni più accese tra le diverse mozioni è il tema del rapporto tra il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle: la mozione Zingaretti nega di voler effettuare un accordo o un’alleanza di vertice, ma afferma di voler recuperare i presunti voti pentastellati fuggiti dal PD, teorizzando una differenza sostanziale tra un populismo ‘cattivo’ incarnato dalla Lega di Salvini e un populismo ‘buono’ o quantomeno sprovveduto e quindi ‘ammaestrabile’ incarnato dai grillini. Il testo della mozione si spinge anche oltre, arrivando a dare al PD fieramente anti-populista la colpa dell’alleanza attualmente al Governo: segno che, come peraltro molti sospettano, una parte del PD avrebbe tranquillamente fatto un’alleanza con il M5S dopo le ultime elezioni.

Il candidato che i sondaggi danno secondo in classifica è Maurizio Martina, attuale Segretario reggente ed ex ministro nei Governi Renzi e Gentiloni, nonché ex stretto collaboratore di Matteo Renzi nell’ultima campagna elettorale per le Politiche. Con una giravolta notevole, Martina ha ‘scaricato’ Renzi dopo la sconfitta registrata alle urne, e ora propone una mozione che tenta, almeno a parole, di incarnare una opzione ‘unitaria’, che ponga un freno alla conflittualità interna. La critica alla stagione renziana è meno feroce che quella messa in campo dai zingarettiani ma è comunque presente, anche se non sembra risolversi in una apertura di campo verso i populismi, sempre indicati come il vero nemico da combattere. La lettura della mozione sembra suggerire piuttosto una insofferenza verso la ‘personalizzazione’ dello scontro, contrapposta sistematicamente alla collegialità: in questo la posizione dei martiniani è comunque ‘conservatrice’ tanto quanto quella degli zingarettiani.

La terza opzione in campo è la candidatura di Roberto Giachetti, parlamentare romano di lungo corso, già candidato Sindaco di Roma, che si presenta in tandem con la giovane ed energica deputata Anna Ascani. Quella incarnata da Giachetti è la posizione del riformismo liberale, decisamente più post-marxista e anti-populista rispetto alle altre mozioni in campo: verrebbe da dire che si tratta dell’opzione ‘renziana’, anche se Renzi stesso ha deciso di tenersi fuori dal confronto evitando di dare un suo endorsement. La mozione Giachetti-Ascani si presenta con l’orgoglio di chi è convinto di aver fatto bene ma non abbastanza: non ci sono mea culpa se non sul piano, appunto, della insufficiente radicalità, e non ci sono dubbi sul respingere non solo qualunque alleanza di vertice con il M5S, ma anche qualunque tentativo di blandirne l’elettorato attraverso un avvicinamento alle relative istanze. Nei dibattiti gli esponenti di questa mozione non mancano occasione di prendere le distanze anche dai fuoriusciti di LeU, identificando dunque come alternativi al PD non solo il populismo reazionario ma anche il neo-pseudo-marxismo istituzionalizzato.

Io domenica andrò a votare e voterò per Roberto Giachetti e Anna Ascani. Più che un’adesione alla loro mozione in sé, la mia è una scelta di carattere strategico generale. Nelle imminenti elezioni europee, la lotta sarà tra europeismo antieuropeismo. Se l’europeismo (cioè, in ultima istanza, la pace) vuole prevalere o almeno limitare i danni, deve presentarsi come una opzione compattamente e radicalmente alternativa al populismo anti-europeista: qualunque incertezza da questo punto di vista può essere drammatica perché può dare vita a un innaturale bipolarismo populista, con da una parte populisti “di destra” e dall’altra populisti “di sinistra”, nel quale anziché lottare per l’ideale della pace e dell’unità dei popoli si lotta su quali siano le istanze attorno alle quali dividersi e guerreggiare. La mozione Giachetti-Ascani è l’unica chiara e priva di dubbi in questo senso: ed è anche l’unica incarnazione di una sinistra davvero moderna e calata nella realtà, che vede il progressismo come un percorso di piccole conquiste ottenute a ogni costo, anche col compromesso, e che mette in soffitta i fantasmi delle contrapposizioni novecentesche, il cui manicheismo si traduce, a conti fatti, in totale immobilismo.

I temi qui accennati meriterebbero ben altri approfondimenti. Mi limito a due piccole osservazioni conclusive.
Prima osservazione: chi pensa che il PD possa risalire la china recuperando un fantomatico ‘popolo’ virato verso i 5 Stelle toppa clamorosamente. È vero che c’è una parte dell’elettorato pentastellato che crede di essere di sinistra (ci sarebbe da discutere su quanto lo è veramente), ma questo elettorato non proviene certo dal PD quanto piuttosto da quella frammentata galassia della sinistra ‘radicale’, anarchica e astensionista. C’è tutta una parte di elettorato sedicente sinistrorso che semplicemente non accetta il compromesso e il ‘governativismo’, e che quindi in ultima istanza non accetta il sistema della democrazia rappresentativa: perché sarebbe un sistema intrinsecamente corrotto, dominato dal pragmatismo a scapito dei grandi ideali. Questo elettorato è irrecuperabile: è un elettorato anche colto, ma che ha deciso di muoversi politicamente fuori dal gioco. Anche io, ahimè, ne sono stato parte: quindi so di cosa si tratta. Parlare a questo elettorato è fatica sprecata: per loro qualunque cosa faccia il PD (o un altro partito a vocazione maggioritaria equivalente) sarà sempre e comunque troppo poco di sinistra.
Seconda osservazione, forse la più importante: nessuna forza politica può essere credibile se mette in discussione il suo passato, soprattutto recente. La politica è fatta anche e soprattutto da ideali, e se cambi continuamente posizione (e quindi ideali) perderai sistematicamente credibilità. Non c’entra niente che tu vinca o perda: la direzione in cui ti stai muovendo deve essere chiara, immutata e riconoscibile. Se perdi un’elezione e dici che l’hai persa perché hai sbagliato, perché dovrei darti fiducia? Non si dà fiducia a chi cambia idea dopo aver perso un’elezione: un partito serio è un partito che ha una posizione forte e che lavora per portare l’elettorato verso la sua posizione. Ce la può fare o non ce la può fare, ma l’ideale deve restare chiaro, immutato, riconoscibile. Chi chiede continuamente al PD di fare autocritica è nemico del PD e fiancheggiatore del populismo, perché sta chiedendo all’unico partito per il momento alternativo ai populisti di distruggere la propria credibilità. La mozione Giachetti-Ascani è l’unica ad avere chiaro questo semplicissimo concetto: altro motivo, per quanto mi riguarda, per sostenerla con convinzione.

Errata corrige: il partito Liberi e Uguali non è rimasto fuori dal Parlamento, ha 14 deputati e 4 senatori. Chiedo scusa per l’errore.


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