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Ora e sempre, desistenza

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July 25, 2014 by Mosè Viero

Il conflitto Israele-Palestina accompagna la mia generazione, e le generazioni precedenti la mia, da tutta la vita. Questa guerra ha, nel nostro Occidente più o meno sereno, una straordinaria risonanza mediatica: forse comunque insufficiente vista la gravità dei fatti, ma comunque enormemente superiore a quella riservata ai tanti altri conflitti in corso, combattuti nel disinteresse generale. Citerò l’esempio più facile: il regime siriano negli ultimi tre anni ha fatto fuori più di 170000 persone. Eppure, i morti siriani non hanno lo stesso appeal di quelli palestinesi: probabilmente perché l’Occidente ha, per i morti palestinesi, una leggera coda di paglia. Il conflitto israelo-palestinese ci interessa perché sotto sotto sappiamo che la responsabilità è nostra, per i motivi storici che tutti conosciamo.

La conseguenza diretta della risonanza mediatica è il tifo: quando si parla della guerra tra Israele e Palestina, sembra sia impossibile rifiutarsi di parteggiare per una parte o per l’altra. Essendo io di sinistra, e frequentando dunque prevalentemente persone di sinistra, il tifo ‘obbligatorio’ è per la Palestina. Fino a non tanti anni fa, simpatizzare per i Palestinesi era per me un riflesso condizionato: quando si riaccendevano le ostilità, scendevo subito in piazza con la kefiah, senza nemmeno informarmi su quel che poteva essere successo. Perché noi di sinistra siamo tanto attivi e militanti, ma siamo anche un po’ scemi: basta che tra due contendenti uno abbia l’aria leggermente più sfigata dell’altro e noi parteggiamo subito per lui. Perché a noi piacciono gli ultimi, i derelitti, le vittime. E quale “vittima” migliore potremmo trovare delle decine e decine di Palestinesi trucidati periodicamente dall’esercito israeliano? Per fugare ogni dubbio, basta solo confrontare il numero delle vittime tra l’esercito A e l’esercito B: se il primo ha più vittime del secondo, è evidente che il secondo è più cattivo. Senza contare che i Palestinesi hanno un’iconografia giornalistica che sembra fatta apposta per attirare le simpatie di noi sinistrorsi: sembrano molto poveri, sono vestiti di stracci, sono scuri di pelle. Dall’altra parte del campo, gli Israeliani sembrano molto ricchi, hanno armi ultra-tecnologiche, e per di più sembrano quasi tutti di pelle bianca: una vera e propria provocazione, per il razzismo-al-contrario di cui talvolta ci nutriamo noi sinistrorsi.

Ebbene, penso sia finalmente giunto per me il momento di liberarmi da un peso che ho dentro ormai da diversi anni: a me, Israele e Palestina fanno schifo entrambi.

Naturalmente mi fa schifo Israele, che ha tutto il diritto di difendersi dal terrorismo di Hamas ma che non può farlo bombardando a caso e ammazzando decine di civili innocenti.

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Ma mi fanno schifo anche i Palestinesi, che continuano a supportare un movimento folle, terrorista e fondamentalista come Hamas, che usa i propri militanti come scudi umani, che lancia razzi verso Israele per scatenare la controffensiva e poi recitare la parte della vittima. (Tra parentesi, ci sono molte meno vittime israeliane solo perché gli Israeliani sanno come difendersi e non si usano a vicenda come scudi umani, ndr).

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E mi fanno schifo anche, pensa un po’, tutti gli intellettualoidi del menga che coi cadaveri ancora freschi davanti a loro discutono di sionismo e antisionismo. Certo, anche secondo me la creazione dello stato di Israele è stata una minchiata pazzesca: come è stata decisamente insoddisfacente la strategia messa in campo dai Veneziani nella battaglia di Agnadello del 1509. Peccato che adesso siamo nel 2014: nei convegni di storia discuteremo del 1509 o del 1948, ma ora dobbiamo decidere cosa fare in questo momento per fermare la violenza. Se giustifichi la “resistenza” palestinese sulla base di un torto fatto cinquant’anni fa, sei proprio come gli Ebrei ortodossi, che basano le loro pretese sulla base di testi sacri scritti secoli fa.

C’è un solo modo per fermare la violenza: *fermare la violenza*. Certo, quando c’è di mezzo la vita e la morte dei propri cari, rispondere alle provocazioni è estremamente complicato. E lo diventa ancora di più se il resto del mondo anziché urlare “fermatevi” e anziché sostenere la parte buona di entrambi gli schieramenti si abbandona a una sterile contrapposizione tra sostenitori di uno e sostenitori dell’altro. Cari amici che scendete in piazza a favore di Gaza e della Palestina: sappiate che non state facendo un buon servizio alla causa. Il gran numero di vittime che il popolo palestinese sta piangendo è responsabilità anzitutto della classe dirigente palestinese, che è composta da pazzi furiosi e ignoranti. Ovviamente a pagare sono soprattutto gli innocenti, come in tutte le guerre contemporanee. Ma una seria opposizione alla guerra deve sempre partire da una seria conoscenza dei fatti: altrimenti si è solo pedine nelle mani di chi è interessato alla prosecuzione del conflitto, e che sicuramente si sfrega le mani tutte le volte che si rende conto di essere riuscito a coinvolgere nella tifoseria nuovi battaglioni di ultras.

Il capitalismo ha bisogno della guerra per sopravvivere: se noi di sinistra vogliamo davvero superare il capitalismo, dobbiamo imparare a sottrarci dalla logica della guerra, comunque essa si presenti. È una strada lunga e difficile, ma è *la* strada verso il futuro.


1 comment »

  1. Nemo says:

    All’interno di una chiesa cattolica e apostolica, o all’interno di un circolo ristretto di affabili intellettuali di sinistra, le guerre e gli accadimenti di portata mondiale vengono sempre visti attraverso la miopia degli ideali. Bisogna invece avere l’onestà di lasciar cadere le nostre maschere da moralisti e pacifisti, unte dalla tipica presunzione occidentale, e di considerare la cruda realtà. Al di là delle innumerevoli vicende che hanno formato la situazione presente, basti considerare unicamente il massimo comun divisore di tutta la vicenda palestinese: migliaia di individui sfrattati dalle loro case, senza pudore né rispetto, con il solo obiettivo di costituire in Medio Oriente una roccaforte statunitense. Sui siti della BBC e della CNN sono riportati in bella vista le spese, sostenute dagli U.S.A., per finanziare l’Iron Dome. Dovrebbe nascere spontaneamente due domande: Perché? E in cambio di cosa? Niente viene fatto per niente. Riporta l’articolo, con madornale fallacia: ‘gli israeliani sanno come difendersi’. No, gli israeliani hanno le spalle coperte dalla nazione più potente del mondo. I palestinesi non dispongono di questo privilegio. Ma altri quesiti, ancora più importanti, non dovrebbero venire tralasciati. Perché gli ebrei persero la loro terra natia? Ma era veramente la loro terra natia? E in base a quale diritto la dichiararono tale? In base a quello delle trombe che suonarono sotto le mura di Gerico? Ed è giusto il criterio di porre sulla stessa bilancia morale un avvenimento accaduto tremila anni fa (Gerico) con uno accaduto in piena età moderna, *appena* sessantasei anni fa?

    Il Regno Unito decise di *regalare* un suo protettorato (la Palestina) non ad un popolo, ma ad un insieme variegato di persone accomunate dalla stessa religione. Perché non stona un evento del genere? Perché nessuno si è mai chiesto come mai l’avida, arrogante e imperialista Inghilterra si sia trasformata, di punto in bianco, in una gentile e filantropa signora? Quali interessi hanno alimentato la dichiarazione di Balfour del 1917? Peccato che i libri di Storia non vengano letti. E come mai si parla sempre di fondamentalismo islamico e mai di quello ebraico? Eppure esiste. Documentatevi, l’intera rete è al vostro servizio. Israele è uno di quei pochi Stati moderni in cui la politica interna si mescola palesemente e senza alcun freno inibitore ai dettami di un libro religioso: la Bibbia. Ma guarda un po’.

    Mi chiedo come reagiremmo noi se una qualche coalizione mondiale decidesse di istituire nel nostro territorio una nazione sovrana abitata da un popolo straniero. Mi chiedo come reagiremmo se tutti noi, dall’oggi al domani, venissimo derubati della nostra terra e delle nostre case. Costretti a vivere in ghetti delimitati da filo spinato, rinchiusi in capanne fatiscenti e pattugliati a vista da cecchini, carrarmati e cacciabombardieri.

    Cosa hanno da dire la Ragione e la Morale dinanzi a questi espropri?

    Eppure il bilancio delle vittime parla chiaro: da una parte meno di cento israeliani (tutti soldati professionisti e stipendiati) e dall’altra 1 500 civili palestinesi, il cui unico peccato è stato quello di essere nati in una terra che i loro avi hanno abitato per interi secoli.

    E se rimane l’opinione che non bisogna giustificare il torto palestinese subìto più di 60 anni fa (non cinquanta) allora propongo di abolire il Giorno della Memoria. A quanto pare chi ha subìto i peggiori orrori della storia non ha imparato molto dalle sue passate esperienze… Non erano quelli i tempi maturi per adottare un’ideologia di desistenza?

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