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Ne uccide più la matita che il manganello

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October 2, 2017 by Mosè Viero

Qualche giorno fa scrissi un articolo in cui prendevo a pretesto le manovre indipendentiste della Catalogna per parlare, in generale, della matrice anti-individualista e rinunciataria dei sentimenti quali il patriottismo o il desiderio di secessione. Il tanto temuto pseudo-referendum sull’indipendenza della Catalogna nel frattempo si è tenuto, e la polizia spagnola ha cercato di impedirlo con azioni che definire azzardate è un eufemismo.

Oggi, i social network traboccano di indignazione. Il problema è che il rigetto sembra tutto rivolto alla reazione un po’ sopra le righe del governo di Madrid: ben pochi tra i miei contatti stigmatizzano la folle condotta di una parte delle autorità catalane e la patetica e disinformata ingenuità di chi quelle autorità sta seguendo. Il riflesso condizionato, in particolare da parte dei sinistrorsi, è il seguente: se la polizia picchia i cittadini inermi, è fascismo. Oppure: nessuna violenza è mai giustificata contro chi sta solo esprimendo la sua opinione. Ecco, a titolo di esempio, il commento della ex presidente di Emergency Cecilia Strada.

Apparentemente, è giusto. Se uno Stato è libero e democratico, deve garantire la libertà di espressione. E cos’è il voto se non l’incarnazione massima della libertà di espressione?

Bocce ferme. Il voto è emanazione della volontà popolare solo se avviene all’interno di una cornice regolamentata e codificata. Votare, in sé e per sé, è solo un’azione meccanica, come avvitare un bullone. Non è che se voti allora diventi automaticamente un araldo della democrazia. Quando nelle mie visite guidate racconto il funzionamento del sistema politico veneziano, mi soffermo molto su questo concetto. Ci sono fior di saggi storici che affermano che la Repubblica di Venezia aveva un sistema politico modernissimo per l’epoca, frutto di menti illuminate e progredite. Ora, si trattava senz’altro di un sistema più avanzato delle monarchie assolute che imperversavano altrove, ma da lì a dire che si trattasse di un sistema moderno ce ne corre: siamo pur sempre nell’ancien régime, i diritti politici spettavano solo alla nobiltà, le compravendite dei voti si svolgevano alla luce del sole, e in generale mancavano completamente le garanzie per i cittadini nonché qualunque tipo di separazione dei poteri. Il sistema politico della Repubblica Veneta era, in tutto e per tutto, pre-moderno: se molti pensano e scrivono il contrario, è solo a causa del colossale equivoco di cui sopra. A Venezia si votava, in quasi tutti gli altri Stati pre-moderni no: ergo, Venezia era il faro della modernità nell’Europa dilaniata dalla barbarie. Ma votare in sé e per sé non significa nulla, se il voto non si svolge all’interno di una cornice costituzionale.

Torniamo alla Catalogna. Possiamo forse dire che referendum per l’indipendenza si è svolto all’interno di un contesto regolamentato e costituzionale? Assolutamente no. Anzitutto, il referendum è illegale sulla base dello stesso sistema politico catalano, essendo stato votato dal Parlamento senza la maggioranza dei due terzi richiesta per la modifica dello Statuto di Autonomia. In secondo luogo, si è svolto secondo modalità assolutamente improbabili, del tutto incompatibili con lo stato di diritto: ci si stampava la scheda a casa (!), si andava in uno qualunque dei seggi (!!), si votava davanti agli occhi di tutti (!!!)

Questa non è espressione della volontà popolare: questa è, come correttamente affermato dal governo spagnolo, una buffonata, per giunta dal sapore chiaramente autoritario. L’azione violenta, nella giornata del ‘voto’, è stata compiuta anzitutto da chi ha partecipato al ‘voto’, dato che ha legittimato una iniziativa golpista volta a demolire una comunità che si è data, secondo un processo davvero democratico, delle regole e una Costituzione ritenuta peraltro tra le migliori d’Europa, essendo tra le più giovani in circolazione. La posta in gioco è chiara: da una parte c’è chi tenta di demolire l’ordine costituzionale, dall’altra c’è chi tenta, maldestralmente, di difenderlo. Ecco uno dei commenti a risposta di quello sopra citato di Cecilia Strada.

Il surreale dibattito che questo referendum-farsa ha scatenato è un ottimo esempio della superficialità con cui reagiamo agli eventi collettivi. Riconosciamo la violenza solo quando prende le forme di un volto insanguinato. Ovviamente solidarizzare con chi è oggetto di aggressione fisica è naturale e sacrosanto: ma siamo dotati della capacità di fare ragionamenti complessi e dovremmo approfittarne ogni tanto. I volti sanguinanti della giornata del ‘voto’ catalano erano i volti di persone, deboli e sprovvedute, che si sono fatte armi di un disegno autoritario ed eversivo, che rischia di minare la solidità dell’intero impianto politico europeo, l’impianto politico che sta garantendo da decenni pace e prosperità a milioni di individui. Era dunque giusto picchiare quei ‘votanti’? Ovviamente no: quando la forza pubblica deve scagliarsi violentemente contro i cittadini, è sempre una sconfitta. Condanniamo duramente gli eccessi della polizia, ma condanniamo anche e soprattutto la violenza destabilizzante di quelle matite. A mettere in difficoltà la nostra convivenza futura nel continente europeo non saranno le manganellate della polizia spagnola, ma le matite dei secessionisti.


4 comments »

  1. Vesaniente Vento says:

    Siamo così abituati a vivere nelle “news” che non abbiamo gli occhi o gli strumenti, solo, per osservare eventi di largo respiro. Non entro nel merito delle argomentazioni dell’articolo mi limito a esporre un dissenso generale a quanto ivi espresso. E non mi esprimo sulle peculiarità storiche che caratterizzano le relazioni tra Catalogna e Castiglia. Tanto meno mi esprimo su semplicismi che, attraverso notazioni banali, quali: l’egoismo della ricca Catalogna, trasferiscono le categorie dell’animo all’aspirazione alla secessione di una nazionalità e all’analisi di una volontà politica che è, sebbene e come normale contrastata nel suo stesso interno, ben delineata.
    Se dovessimo pensare che le leggi sono la linea guida delle azioni allora dobbiamo giustificare quanti si sono attenuti senza dubbi alle leggi razziali del 1938, solo per fare un esempio. Ancora di più dovremmo rifiutare di accettare forti azioni politiche come le rivoluzioni inglese, americana o francese, solo per rimanere sul banale oppure, anche se risultò perdente, la tentata secessione degli stati della Confederazione che va al di là della difesa dello schiavismo e che rientra nella dialettica federazione-confederazione. La legge si rispetta e si viola, quello che conta non sono le istituzioni è la fiducia che si concede loro e soprattutto quello che conta, in certi contesti, storici o politici, è la consapevolezza dell’azione.

    • Mosè Viero says:

      Sul discorso generale sono d’accordo, certo. Se l’Italia ripristinasse la pena di morte, farei obiezione di coscienza in ogni occasione. Ma se rimaniamo nel contesto in oggetto, qui siamo di fronte a una comunità ricca e privilegiata, che in nessun modo può essere definita come oppressa, che per il suo miserabile orgoglio campanilistico e per pagare meno tasse mette a rischio la stabilità di uno Stato se non di un intero continente.

  2. Nemo says:

    L’azione repressiva perpetuata dalla polizia spagnola nei confronti dei votanti è un palese esempio di quali azioni bisogna NON intraprendere per risolvere una crisi indipendendista. In particolar modo per un Paese che è uscito da una dittatura appena 40 anni fa.

    Al di là di questa palese considerazione, soltanto l’uomo incivile, incolto, non educato, soltanto il cavernicolo sostiene le proprie argomentazioni utilizzando la violenza e la forza bruta.

    Il buon vivere civile condanna la violenza in ogni situazione. L’abolizione della condanna di morte è universalmente riconosciuto come un atto di elevazione civile. E perfino i carcerati che si sono macchiati dei peggiori crimini non vengono maltrattati e picchiati. Perché la violenza è SEMPRE da evitare.

    Ma tutto è vero soltanto nei paesi civili dove sono presenti persone civili che aborriscono la violenza. Ed evidentemente l’autore di questo articolo non rientra all’interno di questa categoria. Egli è un retrogrado che preferisce tornare ai bei tempi in cui il bastone aveva più potere della parola. Solo gli uomini violenti possono sostenere la violenza.

    In più mi sconcertano alcune sue argomentazioni. Fra le tante, sostiene che le correnti indipendentiste arrecheranno danno all’Unione Europa.

    Eppure chi scrive questo articolo fa finta di ignorare il fatto che la Catalogna non ha mai parlato di uscire dall’UE. Sempre chi scrive questo articolo dimentica che la Scozia ha votato per l’indipendenza proprio per assicurarsi legami più saldi e duratuti con l’UE. E infatti in seguito alla Brexit la Scozia ha fatto sapere che è suo interesse proclamare un’altro referendum per l’indipendenza, proprio perché la maggior parte degli scozzesi (il 62%) vogliono rimanere nell’UE.

    Quindi questo discorso sull’indipendentismo che rovina l’UE non torna. E mi chiedo, infine: il giorno in cui il Regno Unito ha votato per uscire dall’UE, l’autore di questo articolo dov’era? Perché non ha condannato questo atto di secessionismo perpretato dalla destra conservatrice inglese?

    Considerando soprattutto che il Regno Unito è immensamente più importante della Catalogna.

  3. Mosè Viero says:

    Quante inesattezze in così poche parole.

    L’articolo condanna chiaramente la violenza della polizia spagnola: certo, bisogna sapere l’italiano per capirlo.

    Per entrare a far parte della UE, un nuovo Stato deve farne richiesta, e tutti gli altri Paesi membri devono dare il loro assenso. Dubito che la Spagna lo darebbe. Ergo, lo Stato-Catalogna potrebbe assai difficilmente entrare nell’Unione.

    Quando il Regno Unito ha votato per uscire dall’UE, l’autore di questo articolo era a casa sua che scriveva quest’altro articolo: http://paroladimose.it/politica/sii-un-buon-politico-dimmi-che-sono-uno-scemo/

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