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L’Europa finisce a Parigi?

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April 22, 2017 by Mosè Viero

Chiunque abbia a cuore il futuro del mondo occidentale ha oggigiorno soprattutto una preoccupazione: la tenuta dell’Unione Europea. È solo con la fine del sistema delle alleanze contrapposte che la nostra comunità allargata ha raggiunto e mantenuto la pace: il nazionalismo, o come va oggi di moda dire il sovranismo, è sinonimo di guerra. Questo semplice concetto andrebbe esplicitato con più coraggio in seno al dibattito pubblico, nel quale si parla di Europa concentrandosi sempre e solo su problematiche di tipo economico o amministrativo, che rappresentano un dettaglio trascurabile se confrontate al vero scopo dell’Unione, il mantenimento della pace tra i suoi popoli.

(En passant, ho sempre trovato inopportune e stucchevoli le perplessità sul percorso unitario da parte della sinistra internazionalista. Da che mondo è mondo, si procede per piccoli passi: il processo di unificazione europea va visto secondo una prospettiva teleologica. D’altro canto, non è che l’alternativa all’unificazione europea sia l’internazionalismo proletario: l’alternativa è il nazionalismo).

La solidità dell’Unione è già stata messa a dura prova dalla Brexit nonché dall’elezione, negli Stati Uniti, di Donald Trump, che è un po’ la mascotte dei sovranisti. Nei prossimi giorni toccherà forse a un nuovo deragliamento dal percorso del mantenimento della pace: sono infatti imminenti le elezioni presidenziali francesi, che si svolgeranno come di consueto in due turni, domenica 23 aprile e domenica 7 maggio.

Tra i numerosi candidati, ben quattro sono ‘papabili’ per la vittoria: un numero insolitamente alto, se si tiene conto che in genere la sfida è sempre stata tra i due partiti maggiori, il centrodestra (i cosiddetti Repubblicani) e il centrosinistra (il Partito Socialista). Il problema, rappresentazione davvero plastica della crisi che la nostra società sta attraversando, è che tra ben quattro candidati non ce n’è nessuno che rappresenti la sinistra europeista. Il candidato socialista, Benoît Hamon, pare completamente fuori dal gioco dato che i sondaggi lo attestano attorno al 7%, ben 19 punti in meno rispetto alle elezioni di cinque anni fa: l’esperienza di governo di Franςois Hollande, attuale presidente socialista, non ha evidentemente scatenato l’entusiasmo delle masse.

Tra i quattro candidati ‘papabili’ il più europeista è Emmanuel Macron, leader del partito En Marche!, che già dal nome fa cogliere la sua natura prettamente post-ideologica: trattasi infatti di uno schieramento di orientamento liberale, centrista ma non democristiano, uno dei tanti movimenti intenti a cercare la famosa terza via, che è un po’ la moderna Araba Fenice. Auto-definitosi come “né di destra né di sinistra”, l’En Marche! è una specie di Movimento Cinque Stelle, ma più intelligente (anche perché meno sarebbe difficile) e di chiara collocazione europeista: qualcuno ha proposto come paragone più calzante il partito spagnolo Ciudadanos, anch’esso post-ideologico ma liberale ed europeista. Anche se alcuni esponenti dell’En Marche! sembrano pendere più a sinistra che a destra, il loro essere refrattari a queste etichette ‘classiche’ tradisce la debolezza del sistema di pensiero che ne sorregge l’operato, senza dimenticare che, come abbiamo già raccontato in altre occasioni, chi si definisce “né di destra né di sinistra” è alla fine sempre di destra. Ma si sa, il qualunquismo va di moda anche tra i liberali incanutiti, e infatti Macron è dato in testa ai sondaggi, con un sostegno che si attesterebbe al 24%.

È dunque probabile che i voti di tanto elettorato gauche finiscano per sostenere, al primo turno, il candidato di sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon, leader dello schieramento La France Insoumise, che i sondaggi danno al 19%. Mélenchon è un oratore travolgente e sa come solleticare i ‘punti deboli’ del tipico elettore di sinistra, dato che i punti centrali del suo programma sono l’aumento del salario minimo, la costituzionalizzazione del diritto alla casa, la riduzione dell’orario di lavoro, l’imposizione di dazi e gabelle per proteggere i lavoratori, lo sblocco di imponenti investimenti pubblici. E questo è niente: Mélenchon, che si definisce grande fan di Fidel Castro e di Hugo Chavez, propone addirittura la convocazione di una Assemblea Costituente, per far uscire la Francia dalla “dittatura presidenziale” che sarebbe la Quinta Repubblica. Colui che è già stato definito il “Tribuno della plebe” promette anche di portare la Francia non solo fuori dall’Unione Europea, ma anche fuori dall’ONU; e tralasciamo, per carità della loro patria, i deliri ecologisti, anti-scientifici e complottari che sono ormai armamentario consueto del sinistrorso sedicente ‘radicale’.

Penso con orrore e con nessuna invidia al povero elettore della sinistra liberale ed europeista francese, che si troverà a dover buttare il proprio voto dandolo al Partito Socialista, ormai dato per perso, oppure a dover sostenere l’euro-qualunquismo di Macron pur di non gettarsi tra le braccia di quell’incommensurabile cialtrone che è Mélenchon. Perché gli altri due candidati ‘papabili’ ovviamente non esistono: si tratta infatti dell’estrema destra xenofoba e reazionaria rappresentata da Marine Le Pen col suo Front National, data al secondo posto al 22% (ma potrebbe salire per effetto del recente attentato), e del centrodestra gollista di François Fillon, dato attorno al 20% e parzialmente azzoppato dai recenti scandali che ne hanno appannato l’immagine. Anche se va detto che il sottoscritto pur di boicottare l’antieuropeismo di Le Pen e di Mélenchon voterebbe, turandosi ardentemente il naso, anche per Fillon. Ma le scelte davvero difficili toccheranno al secondo turno, quando potrebbe anche profilarsi il cataclisma di un ballottaggio tra Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon: ovviamente al Francese illuminato toccherà impegnarsi per votare l’incommensurabile cialtrone, prevedendo magari poi una sana fuga in Germania.

Perché il vero dramma sarebbe ovviamente rappresentato dalla vittoria del Front National, una impresentabile accozzaglia di fascisti che solo qualche anno fa il Francese medio – e non solo quello illuminato – spernacchiava in ogni occasione possibile. Marine Le Pen accederà quasi di sicuro al ballottaggio, e la cosa dimostra con grande chiarezza quanto debole sia l’impianto democratico europeo tanto nel suo insieme quanto nei singoli Stati. Bastano minacce non reali ma solo percepite, come il fantasma dell’immigrazione incontrollata o il terrorismo, per mettere in discussione valori come la pace, l’eguaglianza, i diritti. È anche questa una faccia di quello che qualche tempo fa chiamavo, in riferimento a tutt’altro contesto, il Risorgimento perenne: viviamo in comunità che sono spinte in avanti da elite consapevoli e progredite, che si trovano a combattere costantemente con l’ottusa tentazione reazionaria delle masse. Il fallimento più grande del progetto europeo è forse proprio questo: non è riuscito a coinvolgere nei suoi grandi ideali di pace e fratellanza anzitutto coloro che di questa pace e di questa fratellanza stanno godendo maggiormente, cioè i popoli. Siamo cittadini deboli, impauriti e ignoranti; chi si impegna per il mantenimento della pace non riesce a ‘raccontare’ quello che fa col giusto entusiasmo, col risultato che crediamo ai racconti, fantasiosi, strumentali e distruttivi, di chi cerca di accumulare potere sfruttando la nostra debolezza, la nostra paura e la nostra ignoranza.


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