RSS Feed

Leader è chi il leader fa

0

May 24, 2018 by Mosè Viero

Mentre un signor nessuno col curriculum taroccato si appresta a trascinare l’Italia nel baratro, adoperando peraltro un linguaggio pseudo-giacobino che non promette niente di buono (“sarò l’avvocato del popolo italianoooh!”), sarebbe forse il caso di organizzare un minimo di opposizione sensata. Ma si sa, chiedere qualcosa di sensato al PD suona quasi sempre come un’arditezza.

Basti vedere cos’è successo alla scorsa assemblea nazionale del partito, svoltasi sabato 19 maggio. L’impressione è che il PD sia completamente allo sbando, con due ‘fazioni’ che se le danno di santa ragione, e non tanto metaforicamente: si veda l’intervento del povero Roberto Giachetti, delegittimato ‘in diretta’ dalla stessa presidenza e alla fine costretto a interrompersi per silenziare le claque antirenziane. Se gli ottimisti pensavano che con la fuoriuscita dei ‘bersaniani’ e dei ‘dalemiani’, approdati nello sfortunato schieramento chiamato Liberi e Uguali, si fosse finalmente raggiunta l’unità di intenti, si sbagliavano di grosso. Il PD è ancora un non-partito, una accolita di schieramenti con obiettivi e identità completamente differenti, segno che la fusione fredda progettata a suo tempo da Walter Veltroni tra le varie componenti del progressismo cattolico, democratico e social-democratico ha fallito completamente.

Se ne uscirà, forse, con una nuova scissione. Qualcuno ipotizza infatti che Matteo Renzi possa dare presto vita a un nuovo partito, sul modello dell’ En Marche! di Emmanuel Macron in Francia e di Ciudadanos di Albert Rivera in Spagna. Continuare a oltranza con lo scissionismo non è certamente una bella idea per la sinistra, ma lo è ancora meno essere costantemente impantanata nelle rivalità interne. Uno dei motivi del crollo del consenso del PD alle ultime elezioni è anche il fatto che il partito fatica a presentarsi con una sola voce: l’attenzione che i media giustamente dedicano al dibattito interno mette costantemente in ombra tutto il resto, con conseguenze facilmente immaginabili a livello di opinione pubblica.

Per semplificare, potremmo dire che nel PD di oggi ci sono da una parte i renziani e dall’altra parte gli antirenziani. Ideologie e strategie dei due schieramenti sembrano completamente differenti, quando non antitetiche. Anche senza considerare personaggi borderline come Michele Emiliano, che è in pratica una quinta colonna dei grillini dentro al partito, gli antirenziani (esemplare in questo senso è l’intervento in assemblea di Gianni Cuperlo) affermano che il PD avrebbe dovuto evitare l’alleanza tra Lega e 5 Stelle unendosi a questi ultimi o almeno cercando di portarli un po’ verso sinistra. Viceversa, i renziani affermano che nessuna alleanza o convergenza è possibile con il populismo. La differenza è meno tattica e più culturale di quel che sembra: una parte del PD si è liberata completamente di ogni retaggio social-democratico e filo-assistenzialista e ha una collocazione pienamente liberale, mentre un’altra parte è rimasta ancorata al più classico idealismo statalista e quindi vede una certa affinità con alcune proposte dei 5 Stelle, come il reddito di cittadinanza. Anche andando al di fuori delle tematiche squisitamente economiche, una parte del PD è fieramente individualista liberale (e quindi per esempio pro-scienza, garantista, amica del profitto) e una parte è fieramente collettivista socialdemocratica (e quindi per esempio ambientalista, giustizialista, nemica del profitto). Chi ama confondere le acque prende in giro il primo schieramento utilizzando il classico luogo comune della sinistra che è diventata destra: in realtà si può benissimo essere di sinistra pur abbracciando in toto il liberalismo economico e sociale, come dimostrano le palesi differenze di approccio e strategia tra i renziani e i liberali di destra, in Italia confusamente rappresentati dai berlusconiani.

Nel confronto/scontro tra le due anime del PD, un aspetto è degno di nota. Secondo gli antirenziani, Renzi non deve permettersi di dettare la linea del partito, non essendo egli più Segretario. Si ricorderanno gli strali lanciati contro la sua partecipazione alla trasmissione Che tempo che fa, durante la quale le dichiarazioni di Renzi contro la possibile alleanza tra PD e 5Stelle vennero vissute come la pietra tombale sull’alleanza medesima. Ma qui c’è un problema: se un esponente di un partito dice “io la penso così” e la sua opinione viene immediatamente tradotta da tutti nella linea che il partito prenderà, vuol dire una sola cosa, che quell’esponente è, di fatto, il leader di quel partito. Anche se nominalmente il Segretario è qualcun altro. Perché, ahinoi, così funziona la vita collettiva, in tutti i suoi ambiti.

Sarebbe bellissimo se ci comportassimo tutti in maniera razionale, ma siamo creature dotate di sensibilità incoerenti e diseguali e dobbiamo accettarlo. Alcune persone hanno su di noi una certa ‘presa’ semplicemente per il loro carisma, la loro postura, il loro modo di parlare. Quante volte ci è capitato, soprattutto in ambito sentimentale, di essere attratti da persone che razionalmente avremmo definito come del tutto inadatte a noi? Ebbene, lo stesso meccanismo si verifica anche in politica, e ignorarlo è semplicemente impossibile. Se un congresso di un partito incorona leader del medesimo un personaggio grigio e anonimo, dalle cui labbra nessuno è disposto a pendere, quel partito si sta danneggiando da solo. Un leader dev’essere anzitutto un personaggio che tutti vogliono ascoltare: che susciti curiosità, entusiasmo, al limite anche inquietudine, purché susciti qualcosa in grado di smuovere l’uditorio. Ovviamente la combo perfetta sarebbe un leader con queste caratteristiche e capace anche di incarnare alla perfezione gli ideali del partito di riferimento: ma questa corrispondenza d’amorosi sensi si verifica solo eccezionalmente.

Il punto è che se non sono dei pazzi furiosi i leader carismatici non devono fare paura: sono anzi assolutamente necessari in una collettività che voglia in qualche modo progredire. Per progredire è necessario cambiare, per cambiare serve qualcuno che prenda delle decisioni: e le decisioni costruttive sono sempre prese dal singolo, perché la collettività agisce, in quanto tale, solo in senso distruttivoErgo, ci servono dei leader carismatici. E se un partito ha un leader carismatico ma dato che quel leader sta antipatico a una parte del partito cerca di mettergli il silenziatore, quel partito è semplicemente stupido e quel leader bene farebbe a prendere la sua strada al di fuori di esso.


0 comments »

Leave a Reply

Your email address will not be published.