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La Storia è qui!

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February 3, 2019 by Mosè Viero

In questi mesi in cui il discorso pubblico è dominato dal sovranismo nazionalista, c’è soprattutto un personaggio politico, in Europa, a dominare il pantheon dei miei miti incontrastati: Guy Verhofstadt. È il leader dell’ALDE, l’Alleanza per i Liberali e i Democratici Europei, uno schieramento che nel gioco politico continentale si contrappone sia ai Popolari (cioè al centrodestra in teoria moderato – in realtà al suo interno c’è anche l’amico di Salvini Viktor Orbàn) sia ai Socialisti (cioè al centrosinistra). In Italia abbiamo dato per assodato per decenni che oltre al centrodestra e al centrosinistra, senza considerare eventuali frange estreme, ci possa essere solo il centro-centro: l’ALDE è in realtà tutto tranne che un partito moderato di stampo conservatore, incarnando invece molti ideali del progressismo moderno, però veicolandoli attraverso una rigorosa adesione ai principi del liberalismo democratico, a differenza di quel che fa il gruppo socialista, più ancorato a una visione statalista e keynesiana dell’economia. Potremmo dire che quel di più vicino all’ALDE che abbiamo in Italia è il partito +Europa, nato principalmente sulle ceneri dei Radicali di Emma Bonino ma dopo il recente congresso ormai pronto a emanciparsi dal suo pigmalione per proporsi come forza liberale e progressista “a tutto campo”. Alle imminenti elezioni europee +Europa sarà, immaginiamo, una buona opzione di voto non solo per chi fin da principio ne sostiene il percorso, ma anche per una parte di elettori del Partito Democratico poco disposti a ingoiare la probabile svolta conservatrice zingarettiana.

A rendere Guy irresistibile ai miei occhi è non solo la sua straordinaria lucidità, ma anche la sua capacità di parlare esplicitamente, dando alle cose il giusto nome e focalizzando l’attenzione del fruitore su quel che conta davvero. È quasi solo nei discorsi di Guy che sento risuonare chiaramente, per esempio, il fatto che nazionalismo vuol dire guerra. Non ho mai capito come mai questa affermazione così semplice e così potente non venga mai utilizzata come strumento dialettico dai progressisti: va benissimo parlare del fatto che le misure economiche proposte dai fasciopentaleghisti sono demenziali, è giusto sottolineare lo scempio che il Governo della gggente sta facendo dei diritti civili e sociali, ma c’è un qualcosa di molto più diretto e scioccante dell’ingiustizia economica e sociale, e questo qualcosa è appunto la guerra. Il Governo in carica, e i suoi amici che agiscono sullo scacchiere internazionale (l’Ungheria di Orban, la Russia di Putin, gli USA di Trump, l’Inghilterra dei Brexiteer), stanno preparando il terreno per l’imminente guerra che coinvolgerà tutto l’Occidente e, probabilmente, il mondo intero.

Proprio nel suo discorso tenuto al congresso di +Europa svoltosi lo scorso weekend a Milano, Guy Verhofstadt si sofferma molto su questo punto. Le guerre del futuro, spiega, non saranno guerre tra Stati ma guerre tra Imperi o per meglio dire guerre tra differenti Civilization: India, Cina, Russia, Stati Uniti. Se l’Europa ha una identità differente da queste “civiltà” appena citate e se vuole difendere questa identità, deve imparare a ragionare come una civilization e non come un insieme di Stati. Il nostro essere un mero insieme di Stati-Nazione ha conseguenze letali anche e soprattutto sul piano dell’efficienza militare: l’Europa spende per i suoi vari eserciti il 50 per cento in più degli Stati Uniti, ma l’efficienza dei nostri eserciti combinati è del 50 per cento inferiore rispetto a quella dell’esercito degli USA. Nella guerra futura, la guerra verso cui i nazionalisti ci stanno conducendo a grandi passi, l’Europa così com’è è destinata a soccombere di fronte a tutte le altre potenze: sicuramente di fronte agli USA, quasi sicuramente di fronte alla Russia, per non parlare di India e Cina.

Perché non si parla a sufficienza di questo tema così decisivo? Il problema, forse, è che i cittadini dell’Occidente non credono davvero che la loro pace sia a rischio. È il noto problema della rimozione collettiva che si accompagna a ogni lungo periodo di pace: meccanismo psicologico di massa che ha avuto, nell’Occidente pacificato della fine del secolo scorso, anche una sorta di sublimazione teorica nel famoso saggio del politologo statunitense Francis Fukuyama intitolato “La fine della Storia”. La tesi è ben nota: con l’affermazione del capitalismo accompagnato alla democrazia liberale, il mondo ha trovato la sua organizzazione socio-politica definitiva, quindi da ora in avanti si tratta solo di limare i dettagli, e quindi non ci saranno più grandi scontri o grandi rivolgimenti politici o culturali. È stato lo stesso Fukuyama ad avere in seguito rivisto la sua tesi, principalmente alla luce dello sviluppo inatteso delle tecnologie informatiche, che hanno cambiato completamente il modo di gestione e di influenzamento dell’opinione pubblica.

Ma anche al di là di questo, ciò che non torna nella teoria della fine della Storia è che sembra dare per scontato che l’umanità sappia riconoscere ciò che è meglio per se stessa: un assunto palesemente ottimistico. La guerra tornerà a infiammare anche il nostro mondo per ora benestante e pacifico: e tornerà molto presto, forse nell’arco della mia generazione, dato che, con ogni evidenza, la situazione sta precipitando molto rapidamente in questi ultimi anni, con gli alfieri dello scontro che hanno già in mano le leve del potere in così tanti luoghi. Le teste lucide devono unirsi e organizzarsi prima che sia troppo tardi: per evitare la guerra il più a lungo possibile, ma anche per attrezzarsi per affrontarla, perché prima o poi arriverà.


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