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Il Risorgimento perenne

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June 14, 2016 by Mosè Viero

Tra i risultati della recente tornata di elezioni amministrative, uno in particolare ha catturato la mia attenzione: quello che rappresenta la distribuzione delle preferenze nei diversi quartieri di Roma, mostrando che il candidato del PD Roberto Giachetti prevale nel centro storico e ai Parioli, mentre la candidata del Movimento 5 Stelle Virginia Raggi prevale tutt’intorno, nelle periferie.

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I commentatori si sono prodigati in ponderose riflessioni sul fatto che il PD starebbe dunque mutando geneticamente e trasformandosi da forza di centrosinistra a rappresentanza della borghesia benestante. A dire il vero, però, a me il grafico soprastante ha immediatamente riportato alla memoria numerosi episodi di un passato anche (relativamente) remoto, configurandosi più che come l’annuncio di una novità come la triste conferma di un trend che mi pare di sperimentare da quando ho raggiunto l’età della ragione.

Premessa metodologica. In questo scritto si darà per assodato che il PD è effettivamente un partito di centrosinistra, virato prevalentemente verso il progressismo, nonostante tutti i suoi evidenti limiti e le sue contraddizioni quasi strutturali (senza contare che a Roma il povero Giachetti paga anche la scandalosa gestione della vicenda Marino). Si darà altresì per assodato, in questi frangenti, che il M5S è un partito reazionario e con venature fascistoidi, oltre che ignorante e improvvisato. È ovvio che chi non condivide queste premesse e pensa che l’affermazione della Raggi nelle periferie sia la vittoria dell’onestah contro la ca$ta troverà tutto il ragionamento abbastanza assurdo.

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Quando da adolescente cominciai a interessarmi di politica, forse ciò che per primo mi colpì fu la facilità con cui l’elettorato può essere plagiato dal messaggio violento che punta al divide et impera. Ora si parla tantissimo delle ondate migratorie e delle loro conseguenze nefaste a livello di stabilità sociale, ma nel profondo e profondamente razzista nordest l’odio nei confronti degli ‘stranieri’ (che quando ero bambino venivano tutti indistintamente chiamati marocchini) esiste da tempi immemorabili, anche e soprattutto grazie alle forze politiche che lo fomentano per poi incassarne gli utili. Lo stesso si può dire in relazione a qualunque scelta o costrizione che conduca verso un modo di vivere che coloro che si ritengono ‘normali’ giudicano sgradevole o inappropriato: oggi giustamente piangiamo i morti di Orlando e colleghiamo quella follia al nuovo terrorismo religioso, ma è da quando ascolto i discorsi della ggente che sento omofobia esplicita o latente a ogni angolo della strada. Per non parlare dell’odio e dell’invidia verso i rappresentanti delle istituzioni: oggi i grillini passano per una novità, ma nei bar del mio paese sentire il vecchietto che invocava bombe contro i politici era consueto come sentire il rumore della macchina del caffè.

Per quanto mi riguarda, i mostri con cui combattiamo ora sono gli stessi con cui combattevamo trent’anni fa. Così come uguale a trent’anni fa è anche il paradosso da cui siamo partiti, e che vale la pena esplicitare: più si è disagiati e più si corre il rischio di essere vittima dei fascismi e dei populismi sopra descritti. Diciamolo in modo ancora più esplicito fregandocene di essere politically correct: più sei povero, più sei manipolabile dai seminatori d’odio e dai rimestatori nel torbido. È un paradosso perché com’è ovvio i primi ad avvantaggiarsi di una seria politica progressista sarebbero proprio i poveri: ma il nostro popolino, comandato a bacchetta da chi sulla sua povertà e sulla sua ignoranza ha costruito la propria fortuna, naviga gioiosamente nelle acque tristi dell’odio, dell’invidia, della furia distruttiva rivolta sempre e solo verso l’obiettivo sbagliato, i poveri più poveri o i ricchi perché ricchi.

L’assurdità mi stupiva fin da quando ero ragazzino: la mia famiglia, certamente non ricca ma neanche indigente, si intestava idee politiche tutte incentrate sull’appianamento delle ingiustizie sociali, mentre le famiglie davvero indigenti che talvolta mi circondavano votavano in allegria per la Lega o Berlusconi. Anche da questo punto di vista, nulla è cambiato da allora: le persone che frequento sono tutte più o meno progressiste e stanno tutte più o meno bene dal punto di vista economico; il bacino elettorale dei partiti reazionari è, ancora e più che mai, il popolino, quelli che “non arrivano alla fine del mese”.

Ma a voler ben vedere, studiando la storia si ha l’impressione che sia sempre stato così. In Italia siamo intrappolati dentro un perenne Risorgimento: un piccolo e indomito esercito di camicie rosse, composto da intellettuali spesso appartenenti alla borghesia, si spende per dare risorse e diritti a un popolo che gli mette i bastoni tra le ruote e invoca il ritorno del re. È il problema a cui i politologi e i sociologi si riferiscono dandogli di volta in volta una caratterizzazione differente: talvolta si dice che in Italia manca una grande classe media, altre volte si dice che manca una forte e consapevole opinione pubblica. Il risultato è che il politico progressista non riesce ad affermarsi perché gli manca il sostegno critico della parte più larga della popolazione; la conseguenza ulteriore è che il politico progressista sarà naturalmente spinto ad annacquare la sua posizione, cercando di convincere il popolino, il cui appoggio è essenziale, che anche lui in fondo riesce a seminare un po’ di odio proprio come gli altri.

Il punto a cui voglio arrivare, però, è un altro. La mia famiglia, dicevo, non è affatto ricca: è una famiglia operaia, che, per tornare al ballottaggio Raggi-Giachetti, non potrebbe mai permettersi di vivere ai Parioli. È anche, tra l’altro, una famiglia non particolarmente istruita: quindi, difficilmente la si potrebbe etichettare come borghesia illuminata. Dal punto di vista economico e socio-culturale, la mia famiglia è in tutto e per tutto parte del popolino: magari del popolino più benestante, ma pur sempre del popolino. Come mai, allora, la sua visione del mondo è così lontana da quella dei suoi “compagni di classe”? La risposta è molto semplice: perché la mia famiglia è il prodotto della politicizzazione estrema verificatasi in Italia negli anni Sessanta. È stato l’attivismo politico e sindacale ad aver ‘salvato’ la mia famiglia dal populismo para-fascista: è passato molto tempo da quella stagione e ogni tanto c’è qualche sbandamento, ma in quegli anni tante persone, che oggi possono essere povere come allora o ricche ed affermate, hanno ‘sintonizzato’ i loro valori sulla base di un determinato schema, sulla scorta di un dibattito e di un confronto talmente serrato da risultare in un certo qual modo obbligatorio.

Oggi ricordiamo, di quegli anni lontani che io peraltro non ho vissuto, soprattutto il loro lato più oscuro: la violenza, gli attentati. O magari sottolineiamo, spesso con ironia, il fatto che quelle battaglie hanno peggiorato la condizione del lavoro anziché migliorarla, anche se qui ci sarebbe da discutere su cosa abbia determinato cosa. Eppure io, che forse, non lo nego, sono vittima dell’idealizzazione del passato, penso che i grandi sistemi ideologici del Novecento vadano in qualche modo recuperati, ovviamente modernizzandoli e rendendoli sufficientemente flessibili, vista la complessità del reale. Penso, per dirla in modo più semplice, che un partito debba basarsi anzitutto su una ideologia, su una visione del mondo: perché è solo una visione del mondo globale che può darci qualche punto di riferimento per evitare di cadere nelle trappole dei seminatori di odio. È per questo che rabbrividisco quando sento un esponente politico dire “parliamo di cose concrete”: ok, magari se avanziamo tempo mi dirai cosa hai intenzione di fare per le buche nelle strade o per la metro C, ma prima, per somma cortesia, dimmi se sei di destra o di sinistra, qual è la tua posizione nel campo dei diritti civili, della libertà della scienza, della gestione dell’immigrazione, della redistribuzione del reddito. Perché avere le strade curate, i rifiuti smistati e le aiuole recintate mi interessa ben poco se nel frattempo si alimenta il circuito dell’odio che porta a discriminazioni, guerre e stragi.


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