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Il gentismo spiegato da Sanremo

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February 11, 2019 by Mosè Viero

L’appena conclusosi sessantanovesimo Festival della Canzone Italiana ha visto la vittoria del cantautore milanese di origine sardo-egiziana Mahmood con il brano Soldi. Nel regno degli asini raglianti dei social network l’evento ha scatenato mille polemiche. Lasciamo da parte i deliri razzisti riguardanti l’origine del vincitore o il sound apparentemente poco italico del suo pezzo, risolvibili solo con massicce dosi di scuola dell’obbligo coadiuvate da opportune sedute psichiatriche, e concentriamoci invece sui patetici distinguo collegati all’ormai battezzabile complotto delle giurie.

Il problemone è presto spiegato: tra i tre pezzi in finale il voto da casa, detto anche “televoto”, ha premiato in prima istanza Ultimo con il brano I tuoi particolari e in seconda istanza Il Volo con il brano Musica che resta. Solo il 14 e rotti per cento dei votanti da casa ha scelto Mahmood. Ma le giurie “degli esperti”, ossia la “Giuria d’onore” presieduta da Mauro Pagani e la Sala Stampa dell’Ariston, hanno invece premiato massicciamente Mahmood, assegnandogli più del 63 per cento dei consensi. Eccolo, il complotto: per l’ennesima volta l’elite dei radical chic si è infischiata del voto popolare e l’ha anzi ribaltato. E in questo caso per votare il “popolo” ha anche dovuto pagare, quindi siamo di fronte a un caso cristallino di “popolo” cornuto e mazziato.

Gli sproloqui vomitati online dalla gggente hanno avuto inaspettato supporto dai patetici capricci del secondo classificato, il giovane cantautore Ultimo, che prima ha rifiutato di complimentarsi col vincitore (chiamandolo in conferenza stampa “ragazzo”: notare che Mahmood ha 4 anni più di Ultimo), ha mandato affanculo i giornalisti colpevoli di non averlo votato e infine ha sostenuto, come un Ministro qualsiasi, che è uno scandalo che il Festival venga deciso dalle giurie e dai giornalisti e non dal “popolo”, dato che la musica è del “popolo”. In questo momento Ultimo è ancora in un angolo col broncio e rifiuta qualunque invito da chiunque, anche quello della mamma che lo chiama quando è pronto in tavola. Evidentemente il regolamento va bene quando ti fa vincere (Ultimo vinse la gara delle Nuove Proposte lo scorso anno, ndr), mentre non va bene quando ti fa perdere.

Ma anche tralasciando il musicista bimbominkia, che è riuscito financo nell’impresa di rendere simpatici quelli de Il Volo, che in suo confronto sono stati dei signori, spiace dire che perfino il direttore artistico della manifestazione, Claudio Baglioni, ha sostenuto che forse dall’anno prossimo è meglio, per evitare polemiche, far votare solo il pubblico da casa: si è ovviamente subito accodato all’idea il Ministro della Nullafacenza Luigi Di Maio, sempre sul pezzo quando si tratta di affrontare di petto i veri problemi dell’Italia.

Sembrano tutti dimenticare, nel delirio delle polemiche, che c’è un motivo preciso per cui il televoto è affiancato dalle giurie degli esperti: per evitare che la popolarità trionfi sempre sulla qualità. L’ultima volta che a decidere il vincitore fu solo il voto da casa arrivò primo Valerio Scanu con la mitica trashata Per tutte le volte (quella de “in tutti i luoghi e in tutti i laghi”), tallonato dall’altrettanto memorabile, in senso negativo, Italia amore mio di Pupo ed Emanuele Filiberto di Savoia.

Perché il “popolo”, a voler ben vedere, vota quasi sempre *male*. E mica solo quando vota per Sanremo, che in fin dei conti è ‘solo’ una gara di canzoni. La maggioranza tende a scegliere le opzioni che sono, appunto, più popolari: che in ultima istanza vuol dire più semplici, di impatto più immediato, di più chiara riconoscibilità e comprensione. È per questo che, da che mondo è mondo, l’espressione del voto popolare viene temperata da limiti e steccati più o meno ‘importanti’. Nel caso piccolo di Sanremo le giurie di qualità, composte da esperti del settore o perlomeno da chi sa un minimo come va il mondo, bilanciano la situazione dando un minimo di appoggio alla musica di qualità, tendenzialmente ignorata dal grosso del pubblico (ci sono eccezioni, ovviamente); nel caso grande dei sistemi elettorali democratici, il voto popolare è imbrigliato all’interno di un sistema di regole, che trasformano la rappresentanza in corpi istituzionali dal funzionamento complesso, che sappiano garantire la possibilità di intraprendere scelte impopolari, onde evitare quella che viene grossolanamente definita dittatura della maggioranza.

La crisi dei sistemi democratici che sta attualmente vivendo l’Occidente si incarna proprio nella progressiva demolizione di questo sistema di regole, e più in generale nell’idea che la rappresentanza sia la riproposizione delle istanze popolari tal quali, senza alcuna selezione atta ad affermare un discorso collettivo che possa portare all’avanzamento della società nel suo insieme. Se il “popolo” è composto da ignoranti razzisti e scansafatiche, altrettanto ignorante, razzista e scansafatiche deve essere (o deve apparire) il politico che lo rappresenta: senza più nemmeno il tentativo di dare un senso ‘alto’ al discorso, senza nemmeno provare a mostrare che la classe politica è la parte migliore del Paese e che quindi non può permettersi sciocchezze e trivialità.

(Immagini tratte dalla pagina Facebook “Studiare per fermare il Grillino e il Populista” e facenti parte della benemerita campagna BASTA BIMBIMINKIA IN PARLAMENTO)

 

Come sempre, bisogna ripartire dai fondamentali. Tecnicamente, il “popolo” non può decidere nulla, né chi presiede il Consiglio dei Ministri né chi vince Sanremo: perché il “popolo” non esiste in quanto entità dotata di libero arbitrio. Esiste un insieme di individui radunati in una collettività: e siccome ciascun individuo è un universo di idee e sentimenti irriducibili a una definizione univoca, tocca cercare di mediare e di mettere assieme un discorso collettivo. Può riuscire in questo difficile e ingrato compito solo chi ha grandi capacità grande talento. Il paradosso del presente è che chi ha grandi capacità e grande talento viene ostracizzato per il solo fatto di averli, perché se non sei ignorante non puoi davvero rappresentare il “popolo”.

È il paradosso che ci porterà alla distruzione stessa della comunità: coltivando tranquilla l’orribile varietà delle proprie superbie, come dice il Poeta, la Maggioranza sta orgogliosamente mettendo ai margini la parte migliore del Paese, e nel farlo danneggerà anzitutto se stessa. Proprio come sta danneggiando se stesso il cantantucolo da quattro soldi che all’inizio della sua carriera si crede in diritto di insultare artisti infinitamente più importanti di lui e una platea di esperti e critici musicali colpevoli solo di avergli preferito qualcun altro, e tutto questo in nome di una “volontà popolare” che esiste solo nei discorsi dei dittatori e dei tiranni.


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