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Il contrario del silenzio

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January 4, 2016 by Mosè Viero

Questa domenica, come peraltro tutte le prime domeniche del mese, gli italiani hanno avuto un incredibile privilegio: poter entrare gratuitamente nei loro musei. Anzi: poter entrare gratuitamente nei loro musei che per qualche scherzo del destino sono nelle mani non di enti locali o improbabili fondazioni ma del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (per gli amici, MiBACT).

Questo incredibile privilegio, come si sa, è ordinaria amministrazione nei paesi civili, come per esempio l’Inghilterra. A Londra i grandi musei cittadini sono completamente gratuiti: non solo per i residenti ma anche per i turisti. Eppure, i musei statali londinesi hanno a loro disposizione un budget che le nostre collezioni dall’esoso biglietto d’ingresso si sognano. Com’è possibile? Semplice: nei paesi civili, le istituzioni culturali sono sostenute da un massiccio fundraising e da spregiudicate attività commerciali. Lo storico dell’arte austero e rigoroso, quello che legge almeno una pagina del Vasari prima di andare a dormire, inorridirà di fronte a queste parole: e io stesso, che pure prima di dormire leggo al massimo una pagina della guida strategica di Fallout 4, fino a qualche tempo fa pensavo che fosse sommamente giusto dover pagare un biglietto d’ingresso per lasciare l’arte al riparo dalla volgare speculazione.

National_Gallery_London

Dopo lunghi quarti d’ora di riflessione e numerose visite ai musei inglesi, purtuttavia, sono arrivato a una conclusione: la strada civile da percorrere è quella percorsa, per l’appunto, dai paesi civili. Perché è quella la strada che porta all’obiettivo che qualunque museo serio dovrebbe porsi: rendere la propria collezione viva e partecipata, non solo dai turisti ma *anzitutto dalla popolazione locale*. Il punto centrale della questione, che sembra sfuggire a una parte troppo consistente degli addetti ai lavori, è proprio questo. A mancarci non è solo una strategia generale sulla gestione dei beni culturali: a mancarci è proprio un’idea chiara su cosa siano e a cosa debbano servire i beni culturali. Testimonia l’equivoco l’intitolazione stessa del nostro Ministero, che è allo stesso tempo dei Beni e delle Attività Culturali e anche del Turismo. Come se la valorizzazione del bene culturale andasse di pari passo con il suo sfruttamento turistico: mentre di solito è esattamente il contrario. Il turismo di massa può svilire e umiliare il bene culturale: in un paese normale, esisterebbero due Ministeri, uno dei Beni Culturali e uno del Turismo, costantemente in conflitto tra loro; oppure, il turismo sarebbe un ambito appannaggio del ministero dell’Economia o del Lavoro. Eppure la retorica dominante è ancora quella del bene culturale visto come il “petrolio” dell’Italia. D’altro canto, non dobbiamo dimenticare che il nostro ministro è quel Dario Franceschini che ha appena fatto i complimenti a Checco Zalone per la sua mirabile opera cinematografica. Perché Franceschini è così: durante la guerra, si sarebbe complimentato con le aziende che facevano profitti vendendo Zyklon B ai Tedeschi.

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Intendiamoci: i musei londinesi sono letteralmente ricolmi di turisti, in quasi ogni periodo dell’anno. Ma la presenza dei visitatori stranieri è, in quei musei, una conseguenza quasi accessoria e secondaria di modalità di gestione che mettono al primo posto la valorizzazione delle collezioni anzitutto per il pubblico locale. I musei inglesi sono realtà vive e feconde, che propongono continuamente iniziative nuove e diverse, e che, soprattutto, offrono costanti pretesti per tornare a visitarli. Oltre a invitare i visitatori a lasciare offerte e donazioni, le collezioni offrono a tutti la possibilità di ‘associarsi’, diventando in un certo senso “amici” di quel museo: di fronte al pagamento di una consistente somma di denaro, il visitatore ottiene sconti nei negozi e nei ristoranti interni al museo, l’ingresso gratuito alle mostre temporanee (le più importanti delle quali sono a pagamento) e in alcuni casi anche l’abbonamento a una rivista periodica che lo aggiorna sulle ricerche e i restauri più recenti. Le iniziative didattiche sono incentrate sull’idea che la collezione non sia un posto che si visita una volta per sempre, ma una presenza costante nella vita del cittadino: tutti i musei, per esempio, offrono differenti tipologie di visite guidate, alcune pensate per chi in poche ore vuole farsi un’idea dell’intera collezione e altre concentrate solo su alcune parti di essa, a rotazione. Molti musei, poi, promuovono in ogni momento un’opera particolare, invitando i visitatori a concentrarsi, durante quella loro visita, solamente su un dipinto o su una scultura. Oltre alle grandi mostre dedicate a un’artista o a un’epoca, i musei organizzano infatti senza soluzione di continuità piccole esposizioni temporanee dedicate ad approfondimenti estremamente specifici, collegate a un’opera da loro posseduta, la cui lettura storica e iconografica viene sviscerata con accenti inimmaginabili nelle nostre mostre-evento.

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Eventi così specializzati e apparentemente impossibili da proporre a un pubblico vasto sono resi appetibili non solo dalla gratuità dell’ingresso, ma anche dal fatto che i musei sono pensati e realizzati come piazze, come luoghi di incontro, di svago e di discussione. Le sale si aprono l’una sull’altra affiancando alla classica lettura diacronica del percorso la concreta possibilità di girare senza una meta precisa o, al contrario, di dirigersi immediatamente e senza ostacoli verso un’opera specifica, senza avere mai l’impressione di stare andando nella direzione ‘sbagliata’. Le sale traboccano di panche, sedie e divani, talvolta collocati davanti alle opere ma a volte disposti in luoghi appartati, attorno a un tavolo virtuale, come se fossero sedute di un bar o di un ristorante. I luoghi di ristoro, a tal proposito, sono *veri* bar e ristoranti e non tristi trappole per turisti: offrono menu tradizionali ma anche pietanze particolari che cambiano continuamente e che sono realizzate sul posto (o, almeno, danno l’impressione di esserlo). Pur nei momenti di maggior presenza turistica, i bar e i ristoranti dei musei statali londinesi sono frequentati anzitutto da londinesi, avendo spesso entrate che danno direttamente verso l’esterno. Anche un menu non particolarmente virtuosistico acquista sapore in forza della location prestigiosa e suggestiva: una buona percentuale delle entrate dei musei inglesi deriva precisamente dai luoghi di ristoro.

La sensazione di essere in una ‘piazza’ viva e stimolante e non in un luogo triste, noioso e polveroso è data, nei musei statali londinesi, anche dal fatto che si può parlare liberamente. Questo è un mio vecchio cruccio, una faccenda che pesa sulle mie spalle come uno zaino pieno di blocchi di basalto. *I musei non sono chiese né biblioteche*. Non ci si va per “pregare” davanti ai quadri o per farsi rapire misticamente dalla bellezza delle opere (tipico approccio di chi di arte non capisce una mazza), né per studiare: ci si va per discutere, confrontarsi, *crescere*. In quei ricettacoli di tedio e uggia che sono i nostri musei, uno che osa parlare a voce normale viene redarguito come un bambino che ha rubato la cioccolata. Se uno si mette a ridere, poi, viene direttamente impalato con l’asta metallica che sostiene il crocifisso ligneo n. 43 eseguito dal Maestro dell’Abbazia Pericolante. Nei musei londinesi, le sale sono pervase da un rassicurante brusio: i guardasala non si sognerebbero mai di richiamare chi parla o ride anche rumorosamente, e si limitano a controllare le opere e a censurare chi disturba gridando o abusando del cellulare. Le nostre città sono piene di “amici dei musei” et similia: perché queste associazioni non si ribellano al silenzio imposto nei luoghi dell’arte e della cultura? La cultura non dovrebbe essere il contrario del silenzio? Durante la mia ultima visita nelle ore serali, il Victoria and Albert Museum aveva organizzato, nell’atrio di ingresso, un DJ set. Un DJ set in un museo di antichità! Immaginatevi la faccia che farebbe la madama che generosamente dona i suoi risparmi a Italia Nostra di fronte a una fattispecie del genere. E immaginatevi la sua faccia se venisse a scoprire che attorno al DJ set era pieno di giovani con il cocktail in mano, preso al vicino bar del museo. Perché si può prendere il cocktail e portarlo anche fuori dal bar, in giro per l’atrio! In un museo, a pochi passi da sculture medievali e rinascimentali! Signora mia, dove andremo a finire?

Andremo a finire che lì queste cose le fanno i normali giovani del posto, mentre da noi le possono fare solo gli aristocratici come la madama di cui sopra, che hanno i fondi e le conoscenze per farsi aprire i musei e organizzarci dentro esclusivissimi e prestigiosissimi eventi mondani. Col risultato che, da noi, l’arte e la cultura ribadiscono e rinforzano le differenze sociali anziché contribuire ad abbatterle.

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E gli storici dell’arte e gli operatori culturali sembrano, in larga misura, indifferenti allo scempio. Anzi, molti di loro difendono il modello italiano, preoccupati magari che la trasformazione dei musei in luoghi cool possa in qualche modo pregiudicare la conservazione e la fruizione di opere che sono nel frattempo devastate dall’abbandono o dal sovra-sfruttamento turistico. Quel che si verifica è, non troppo paradossalmente, l’opposto di quanto paventato: i musei statali londinesi, completamente gratuiti, raccolgono con il loro fundraising e le loro attività commerciali una tale quantità di denaro da potersi permettere di offrire servizi di eccellenza, sia a livello conservativo sia a livello museografico e museologico. Ma il punto, a volerla dir tutta, non è nemmeno questo: il punto è che l’arte è *sterile*, se nessuno la guarda e la ascolta. E se a guardarla e ad ascoltarla sono solamente inconsapevoli mandrie di turisti, alla sterilità può aggiungersi il danno.

Tutto ciò può essere riassunto da una domanda molto semplice: perché finanziare i musei pubblici con le nostre tasse, se all’atto pratico i musei sono completamente deserti oppure affollati di turisti? Un bene pubblico è tale se i cittadini sono messi nelle condizioni di fruirne. È troppo facile dare la colpa al popolo ignorante: è compito della dirigenza dei musei saper ‘raccontare’ la propria collezione in modo da renderla interessante. Il tuo museo è sempre vuoto? Le collezioni sono inaccessibili al cittadino perché le sale sono ingolfate dai turisti? Tagliamo la testa al toro e rendiamo palese il problema: privatizziamo tutto. Così chiudiamo l’inutile museo deserto e così la smettiamo di finanziare con le nostre tasse le cooperative e le fondazioni che ingrassano con lo sfruttamento del turismo.

Ma se pensiamo, come penso io, che i musei debbano essere pubblici e che i beni culturali siano anzitutto dei cittadini, la situazione italiana deve cambiare e il modello inglese rappresenta la strada ideale per il cambiamento. Certo, avremo bisogno di dirigenti che sappiano guardare almeno due centimetri al di là del proprio naso. E soprattutto di storici dell’arte che alzino per un secondo la testa dai loro libri e si guardino attorno per capire se c’è qualcuno al di fuori della loro cerchia che presti davvero attenzione ai loro studi e alle loro ricerche.


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