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Il confronto rende liberi

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September 24, 2019 by Mosè Viero

Diceva il compianto Federico Zeri che nel leggere la pittura rinascimentale di ambito ‘mediterraneo’ si deve procedere dall’universale al particolare, e che nel leggere la pittura rinascimentale fiamminga si deve procedere dal particolare all’universale. Ebbene, ultimamente mi rendo sempre più conto di come questa seconda direzione di marcia, che la filosofia classica chiama induzione, possa essere molto utile nel leggere la realtà che ci circonda. Riconoscere i meccanismi di base della relazione interpersonale sia nelle piccole fattispecie che ci riguardano sia nelle grandi dinamiche che riguardano la vita di intere popolazioni mette il tutto in una luce nuova e permette, mutatis mutandis, di tentare operazioni interpretative che hanno almeno un qualche legame con la nostra esperienza personale.

Un buon esempio concreto può essere il seguente. Ciascuno di noi presto o tardi entra in contatto con le meschinità e le rivalità presenti all’interno dell’ambiente lavorativo. È caratteristica eminente dell’economia capitalista il metterci l’uno contro l’altro: in teoria è una caratteristica positiva, perché questa rivalità ha effetti virtuosi nel momento in cui spinge ciascuno di noi a migliorare se stesso in previsione del confronto con l’altro. Però questa positività richiede, per dispiegarsi, dei determinati ‘paletti’ che in qualche modo regolino la rivalità impedendole di sfociare in aperta ostilità. Per esempio, è necessario che tutti i partecipanti al ‘gioco’ riconoscano ai loro simili il proprio diritto a parteciparvi. In un certo senso, tutti devono accettare le regole del gioco: una volta che queste sono patrimonio condiviso, ciascuno si impegnerà nel prevalere, ma se non ci riuscirà dovrà per forza di cose riconoscere che la responsabilità del fallimento è sua e sua soltanto. O meglio: magari c’è stata della sfortuna, la tempistica non ha funzionato a dovere, ma gli altri non possono essere ritenuti responsabili del nostro fallimento. Viviamo in una società fortemente competitiva: è *dovere* di ciascuno di noi avanzare anche coprendo gli spazi da cui qualcun altro è arretrato. È così che una società avanza nel suo complesso. Dobbiamo accettarlo, così da riuscire a essere orgogliosi dei nostri raggiungimenti ma anche pronti a metterci in discussione nei momenti difficili, senza scaricare la bile su chi sta avendo la meglio in quel frangente.

In molti ambienti lavorativi, il clima ostile è dovuto precisamente al fatto che manca la consapevolezza di queste dinamiche. Siamo sempre pronti a espanderci, ma quando è ora di arretrare non riusciamo ad accettarlo e anziché analizzare retrospettivamente i nostri errori ci buttiamo a corpo morto nell’accusare gli altri di qualsiasi nefandezza. Un po’ come quando da bambini non accettavamo di perdere la partita a Monopoli, rovesciavamo il tabellone e tenevamo il muso a tutta la famiglia per le successive due ore. Molti anni fa partecipai con alcuni amici a una sorta di gioco collettivo che si svolgeva nell’arco di una intera giornata: una volta che diventò chiaro il fatto che la nostra squadra era condannata alla sconfitta, alcuni miei compagni smisero di impegnarsi nel gioco e iniziarono invece a impegnarsi nel cercare le magagne nelle squadre altrui, sperando che scoprire che la tal compagine aveva disobbedito a una determinata regola avrebbe in qualche modo reso più accettabile il nostro fallimento. Non funziona così: è solo migliorando noi stessi che miglioreremo la nostra vita. Anche scoprissimo che i nostri ‘rivali’ imbrogliano su tutta la linea, questo comunque non cambierebbe di un millimetro la scarsità della nostra prestazione. Ovviamente è giusto e sacrosanto denunciare le irregolarità, ma se l’unica nostra strategia è denunciare le irregolarità non andremo molto lontano.

Applichiamo ora un po’ di sana induzione. Alziamo lo sguardo dall’ambito ludico e lavorativo alla politica nazionale. Il meccanismo appena descritto è riconoscibilissimo nelle dinamiche del dibattito pubblico. Una grande percentuale di italiani, forse la maggioranza assoluta, dà il proprio sostegno a partiti e movimenti che si caratterizzano non per la volontà di migliorare le cose, ma per la caparbietà nel denunciare le irregolarità altrui. La virtuosa rivalità che porta al miglioramento di tutta la società si incaglia in una ostilità generalizzata verso intere categorie: la casta, i banchieri, gli immigrati.

L’induzione può proseguire se si alza ulteriormente lo sguardo dalla politica nazionale a quella internazionale, usando come spunto proprio il tema degli immigrati. Moltitudini di cittadini, rappresentati da moltitudini di forze politiche in Italia, in Europa e nel mondo, anziché accettare la sfida della vita in un mondo globale caratterizzato da fertile competitività generalizzata cercano in tutti i modi di bloccare popoli e frontiere, in nome della nostalgia per i bei tempi andati in cui le comunità vivevano ripiegate su se stesse, chiuse e meschine come le idee di chi le popolava. Ciò che i sovranisti e i loro colleghi della sinistra reazionaria e localista ignorano o fingono di ignorare è il fatto che se siamo arrivati dove siamo si deve alle diseguali spinte, all’indietro ma anche e soprattutto in avanti, provocate dalla competizione e dal confronto. Una società avanzata deve ovviamente farsi carico della sofferenza di chi rimane indietro: ma senza mai arrivare a rinnegare il valore virtuoso della contaminazione, della sfida, del confronto.

Volendo buttarla sulla psicologia spicciola, a mancare a chi si incancrenisce nell’odio verso il rivale è anzitutto la sicurezza di sé. Ne parlammo a suo tempo in un articolo la cui tesi di fondo era proprio la seguente: se spendi tempo ed energie a fare la guerra al diverso anziché a coltivare le tue passioni e le tue abilità, stai implicitamente ammettendo di non avere grandi passioni e grandi abilità. Ma ovviamente non è solo questione di psicologia: si tratta di dinamiche collettive che è utile imparare a riconoscere, nel piccolo come nel grande, così da non perdere mai l’equilibrio tra la giusta fierezza per quel che abbiamo fatto e l’irrinunciabile empatia per chi vorrebbe fare lo stesso.


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