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Donald Trump, ovvero la non-politica

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November 7, 2016 by Mosè Viero

Durante il mio lavoro interagisco spesso con viaggiatori statunitensi, e può capitare che il discorso cada sulla politica. Negli ultimi mesi, come è intuibile, si è spesso parlato delle imminenti elezioni presidenziali americane: ebbene, nessun turista d’oltreoceano ha mancato di esprimere la sua perplessità, o per meglio dire il suo terrore, nel pensare che esista anche solo una remotissima possibilità che uno come Donald Trump diventi presidente. Un simpatico signore anziano qualche settimana fa mi ha detto esplicitamente: è come se stessimo per eleggere un nuovo Hitler. La Storia non potrà mai perdonarci se lo faremo davvero.

BIRCH RUN, MI - AUGUST 11: Republican presidential candidate Donald Trump speaks at a press conference before delivering the keynote address at the Genesee and Saginaw Republican Party Lincoln Day Event August 11, 2015 in Birch Run, Michigan. This is Trump's first campaign event since his Republican debate last week. (Photo by Bill Pugliano/Getty Images)

Com’è possibile che un personaggio del genere sia il candidato presidente del glorioso Partito Repubblicano, lo stesso di Lincoln e Roosevelt? La tesi di uno dei miei opinionisti di riferimento, il premio Nobel ed editorialista del New York Times Paul Krugman, è la seguente: da parecchi anni la maggioranza del GOP (acronimo per Grand Old Party, il Partito Repubblicano) è razzista, omofoba e maschilista, Trump sta solamente dicendo ‘senza filtro’ ciò che il partito e i suoi sostenitori pensano ma che fino a oggi si trattenevano dall’esplicitare. Chi in seno al GOP prende le distanze da Trump sta solo cercando di ricollocarsi per scalare il partito in previsione di una sconfitta del magnate.

A questo punto però dobbiamo spingerci oltre e chiederci: come mai Trump osa dire ciò che fino a non molto tempo fa era indicibile? A ben pensarci, peraltro, il buon Donald è solo la punta di un iceberg: in tantissimi Paesi la politica sembra aver messo da parte ogni elementare buonsenso e ogni tendenza alla misura e alla moderazione.

È precisamente questo ciò che accomuna le istanze che i giornalisti raggruppano sotto l’etichetta del populismo: la tracimazione del discorso politico oltre i confini della temperanza. Il nostro tempo è popolato da personalità politiche fiere del proprio razzismo, della propria omofobia, della propria ignoranza. Per qualche motivo si sono rotti gli argini tra il politicamente lecito e il politicamente illecito: senza, per il momento, lo sdoganamento completo e totale della violenza, ma su una strada che prepara il terreno per l’atto violento.

Ciò che personalmente più mi turba è il fatto che l’abbandono del buonsenso e della moderazione, che sono qualità necessarie ed essenziali nella politica, viene talvolta messo in atto in nome della libertà. Il sottotesto di tanti discorsi reazionari è: io in fondo ho il coraggio di dire ciò che tutti pensano ma che nessuno ha, appunto, il coraggio di dire. Se essere liberi e forti significa avere il coraggio di dire ciò che si pensa, i populisti sono senza dubbio le persone più libere e più forti in circolazione.

È fondamentale saper riconoscere il bug di questo ragionamento perché si tratta di una fallacia logica che interviene in tanti ambiti e non solo in quello politico. Linguaggio e azione vanno calibrati sulla base del campo in cui si sta giocando. Tra amici al bar ci si esprime in un modo, durante un comizio ci si esprime in un altro; un attore comico su un palco parlerà in un modo, durante la sua vita quotidiana in un altro; durante l’atto sessuale si parla in un certo modo, in fila alla posta in un altro (infatti, non c’è niente di più terribile per l’eccitazione di uno che si mette a parlare come se fosse in fila alla posta durante l’atto sessuale, ndr).

Sembrano ovvietà, invece non lo sono affatto. La proliferazione dei mezzi di diffusione delle informazioni ci sta facendo perdere di vista queste ovvietà. Pensate a quante volte i giornali pubblicano intercettazioni di conversazioni private sottintendendo il fatto che quelle conversazioni mostrerebbero la ‘vera natura’ dei personaggi coinvolti. Niente affatto: quelle conversazioni mostrano solo come quei personaggi parlano e agiscono nella loro vita privata. Magari parlano e agiscono in modo disdicevole: ma, udite udite, possono esistere grandi uomini politici che nella vita sono stronzi. E, viceversa, possono esistere persone gentili e piacevoli da frequentare nella vita quotidiana che messe a vestire i panni della politica diventano pericolose perché incompetenti o reazionarie.

Il punto centrale è proprio quest’ultimo. L’equivoco della politica del terzo millennio, quello che ha portato a Trump negli Stati Uniti e al Movimento Cinque Stelle in Italia (che, en passant, sono pericolosi allo stesso modo), è l’idea secondo cui dare rappresentanza alle persone semplici significhi trasferire il loro linguaggio e le loro istanze sul piano politico tal quali. Questo modo di procedere è l’opposto della politica: o, più precisamente, è la non-politica. Prendiamo una persona qualunque, alternativamente dotata di qualità quali l’onestà o la furbizia per l’arraffo, e la trasformiamo in programma politico: senza alcun lavoro di studio, di elaborazione di un progetto, di tentativo di sublimazione dei contrasti con le opzioni avverse. In altri termini, senza alcun lavoro che richieda sacrificio talento e che sia focalizzato sul campo della politica, ossia della gestione della cosa pubblica, che proprio in quanto cosa pubblica non può essere gestita allo stesso modo in cui ciascuno di noi gestisce la sua vita o il suo lavoro.

La politica ha ovviamente molto a che fare con la nostra vita di tutti i giorni, ma agisce su un altro campo, sulla base di altre regole e di altri principi. Ogni volta che dimentichiamo questa ovvietà e che ci entusiasmiamo perché un politico parla come parla la gggente, stiamo implicitamente affermando che la politica non serve e che il cittadino qualunque potrebbe tranquillamente auto-gestire la cosa pubblica. Il populismo è il viatico per l’anarchia nel suo senso più deleterio: quando scompare la politica e scompaiono i partiti, arrivano i militari. Lo sapevano bene in passato, noi lo stiamo dimenticando, e ne pagheremo il prezzo.


2 comments »

  1. Beppe Provasi says:

    ciao Mosè, sono completamente d’accordo con quello che scrivi;
    mi sono permesso di rilanciarlo sulla mia trascurata pagina FB;
    ciao, stai bene

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