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AAA cercasi hegelismo anche usato, no perditempo

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June 22, 2016 by Mosè Viero

Il ballottaggio delle amministrative ha avuto un esito che rappresenta un punto di svolta importante per il Movimento pentastellato, tanto da rendere ipotesi realistica la presa del potere nazionale da parte dei grillini, soprattutto se resterà in campo il combinato disposto di Italicum e riforma Boschi. D’altro canto, se quest’ultima verrà bocciata dal referendum e se davvero il governo in carica dovesse di conseguenza dimettersi, i Cinquestelle riuscirebbero comunque, con ogni probabilità, a imporsi sugli avversari: tutto lascia dunque pensare che, se il progressismo non riuscirà a correre ai ripari, all’Italia toccherà essere governata da un movimento talmente populista e verticista, per non dire razzista e omofobo, da far rimpiangere il Berlusconi dei tempi andati (che, tanto per dire, mai si è sognato di provare a introdurre il vincolo di mandato per i parlamentari o per i sindaci).

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Il punto forte del gentismo è facilmente individuabile ed è già stato adeguatamente sottolineato dai commentatori: il Movimento è di destra e quindi attira i voti della destra e della Lega, ma al contempo non è individuato come di destra dall’elettorato di sinistra più ingenuo, che quindi a tratti lo sostiene, anche se non con l’entusiasmo della destra. I dati sui flussi elettorali analizzati dall’Istituto Carlo Cattaneo dicono proprio questo: la gran parte dell’elettorato fascio-berlusconian-leghista al secondo turno confluisce sul candidato grillino, mentre l’elettorato che al primo turno sceglie il M5S al secondo turno confluisce per la maggiore, in caso di mancanza di candidato gentista, su quello destrorso o comunque conservatore. Fin qui, niente di strano. Quel che mi fa perdere la ragione è la bassa ma comunque non trascurabile percentuale di elettori di sinistra che al secondo turno scelgono di sostenere il grillismo: secondo il sopracitato Istituto Cattaneo, per esempio, a Roma su 100 voti ottenuti al ballottaggio da Raggi ben 6 provengono dal magro bottino racimolato al primo turno da Stefano Fassina. Una parte della sinistra dura e pura, in una sfida tra un gentiluomo progressista come Roberto Giachetti e una giovane donna comandata a bacchetta da un’azienda privata e sostenuta da insigni statisti come Paola Taverna e Alessandro Di Battista, ha scelto la seconda. Per aggiungere al danno la beffa, questa sedicente sinistra grillina è iperattiva sui social, nei quali spesso ha perfino il coraggio di auto-rappresentarsi come la sinistra ‘vera’: COME FAI A DIRE CHE SEI DI SINISTRA SE VOTI IL PIDDIIIIIIIIIIIII!!!!!1!11!!

Da dove arriva questa inquietante cecità politica, nella parte che più di tutte, in teoria, dovrebbe avere gli strumenti per riconoscere l’assolutismo e la reazione? Nel cercare di rispondere a questa domanda, mi sono imbattuto in questo vecchio articolo di Carmelo Palma, pubblicato nel bel periodico Stradeonline nel gennaio 2014. L’interessantissima tesi, in poche parole, è la seguente: una parte della sinistra post-comunista ha sostituito la sua vecchia identità di classe, che in qualche modo richiede la presenza del ‘nemico’ per dispiegarsi dialetticamente, con l’identità ‘morale’ che identifica se stessa nella “gente per bene”, declinata con l’ingenuità e l’inconsistenza tipica di chi divide il mondo in persone buone e persone cattive. Palma fa un arguto parallelo tra la degenerazione del veterocomunismo nella guerriglia al tempo delle Brigate Rosse e la degenerazione del progressismo in quello che lui chiama il “moralismo paragiudiziario” al tempo dell’affermazione del grillismo, che sarebbe anzitutto, cito ancora dall’articolo, il “travaglismo spiegato alla gente”. Parafrasando il linguaggio un po’ antico del saggista: alla lotta di classe, la cui teorizzazione è basata su studi scientifici razionali e alieni da qualunque moralismo, abbiamo sostituito una generica lotta dei giusti contro gli ingiusti, completamente vuota in quanto i concetti di giustizia ingiustizia possono essere vestiti di volta in volta con contenuti differenti e finanche reazionari. Si comincia dicendo che ciò che conta è l’onestà e si finisce col votare una persona incensurata ma razzista o omofoba.

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Il buon Palma centra perfettamente il punto, anche se tende a buttare il bambino con l’acqua sporca. Sono stato a suo tempo un grande fan di Travaglio e ancora oggi lo ascolto volentieri quando parla di politica giudiziaria: fin da tempi non sospetti, però, penso che quando il Marchino parla d’altro, o anche solo quando cerca di sublimare le sue inchieste giudiziarie in una visione del mondo, spara solo minchiate. E lo stesso si può dire di tanti altri bravi giornalisti inopinatamente assurti a opinion leader: basti pensare, per tornare ai recenti ballottaggi, alla furiosa e scomposta campagna pro-Parisi condotta a Milano dall’ottimo Gianni Barbacetto, anch’egli, come il suo direttore, accecato dalla lettura del mondo univoca e superficiale promossa dal grillismo.

Il problema non sono Travaglio o Barbacetto, che anzi svolgono un prezioso lavoro di indagine e smascheramento del malaffare: il problema è quando la loro ossessione, dovuta alla loro specializzazione giornalistica, diventa programma politico. Lo stesso si può dire di Grillo, di cui, ancora una volta, sono stato fan a suo tempo: durante un suo spettacolo posso anche ridere, magari vergognandomene un po’, delle sue battute dal retrogusto razzista e omofobo, ma se quelle battute diventano programma politico Grillo deve essere incasellato immediatamente dalla parte del nemico.

Qualunque ossessione particolare non può che portare all’assolutismo e alla reazione. Perché la politica, e in particolare la politica progressista, è l’arte di sussumere il particolare nell’universale, attraverso una dialettica che sappia farsi sistema e offrire una visione del mondo capace di adattarsi alla mutevolezza del mondo medesimo. Hegel contrapponeva alla logica aristotelica, basata sulla non-contraddizione, una nuova logica imperniata sul concetto di sintesi degli opposti. Quella di Aristotele e, mutatis mutandis, di Travaglio e dei grillini, è la logica dell’Intelletto: se ci sono A da una parte e B dall’altra, padroneggiare la logica è scegliere tra la tesi e l’antitesi. Quella di Hegel e, mutatis mutandis, del progressista autentico, è la logica della Ragione: la tesi e l’antitesi vanno infine sublimate nella sintesi. Che poi vuol dire: se il nostro obiettivo è il progresso, dobbiamo saperlo individuare in base alle circostanze e non sulla base di vuoti schemi teorici buoni per tutte le stagioni.

Scendiamo nel particolare. A Venezia abbiamo un sindaco troglodita che non sarebbe degno neanche di pulire i cessi all’autogrill perché tanti sedicenti progressisti hanno voluto “voltare pagina” rispetto al “malaffare” della giunta precedente. Io, dal canto mio, credo che un buon metodo per distinguere il progressista con bussola dal progressista senza bussola possa essere il seguente: gli si punta una pistola alla tempia e gli si chiede “se in un ballottaggio devi scegliere tra un ladro a favore dei diritti civili e un incensurato omofobo, chi scegli?” Io non avrei dubbi, Travaglio nemmeno. Ecco perché io sono di sinistra e lui no.


5 comments »

  1. Leonardo says:

    Ciao Mosè, mi elencheresti 5 argomentazioni razziste che supportano i 5stelle e anche per quale motivo non sei d’accordo col vincolo di mandato? (Se ne hai voglia) Grazie. Leonardo

    • Mosè Viero says:

      La prima parte del tuo commento è un esempio da manuale di quel che si chiama “ribaltamento dell’onere”: se pensi che i Cinquestelle non siano razzisti, dimostralo tu. E poi perché cinque argomentazioni? Se invece te ne elenco due o anche solo una, che differenza fa? I Cinquestelle hanno forse introdotto la dose minima di razzismo per uso personale?
      Comunque, ti butto lì il fatto che non si sono mai impegnato per l’abolizione della Legge Bossi-Fini (ancora in vigore), che il loro capo politico è esplicitamente contro lo ius soli, nonché il fatto che i loro discorsi sono intrisi di retorica incentrata sul “prima gli italiani”. Ascoltati questo Gigi Di Maio in grande spolvero: Salvini sarebbe fiero di lui.
      L’assenza di vincolo di mandato è il presupposto logico per il funzionamento di una democrazia rappresentativa. Solo se il rappresentante del cittadino è libero e indipendente il dibattito tra eletti ha un senso: se il grillino deve obbedire a Grillo, perché l’abbiamo eletto? Non bastava chiedere direttamente a Grillo? Già mi produssi in una riflessione su questo tema svariati anni fa.
      [Edit: in questo commento ci sono due link, ma WordPress non li evidenzia a dovere, per vederli dovete passarci sopra col mouse]

  2. Nemo says:

    Perché non pubblichi un articolo in cui si parla di TUTTI quegli esponenti del PD che sono stati indagati e/o processati dalla magistratura negli ultimi due anni? O se vuoi anche nell’ultimo anno. Non ti chiedo di arrivare fino a cinque, tranquillo, non voglio caricarti di un’impresa così lunga e faticosa.

    • Mosè Viero says:

      Oh my. Possibile che ogni volta che si parla criticamente del M5S arrivi sempre uno a dire “E il PD allora?” Questo non è un argomento: si ribatta alle argomentazioni nel merito.
      Comunque, la tesi dell’articolo mi sembra abbastanza chiara. Essere “indagati e/o processati” non vuol dire nulla, così come non vuol dire nulla avere la fedina penale immacolata. Ciascuna scelta va fatta valutando la complessità della situazione contingente. Ribadisco: tra un ladro che mi vota la legge sulle Unioni Civili e un incensurato che me la boicotta, io voto tutta la vita il primo.

  3. Nemo says:

    Tu, scrivendo questo:

    “Essere “indagati e/o processati” non vuol dire nulla, così come non vuol dire nulla avere la fedina penale immacolata.”

    Praticamente stai dicendo che due è uguale a tre. Oppure che non c’è alcuna differenza tra il verde e il giallo, e così via. Dal punto di vista logico la tua affermazione non ha alcun senso.

    Ognuno crede nei propri principi, che non è detto che siano uguali per tutti, ma io vorrei innanzitutto che un politico fosse onesto. In un paese dove la corruzione dilaga e il politico ormai lo si può considerare come un “ladro legalizzato”, sono convinto che ci sia bisogno di un po’ di sana onestà.

    Ma le tue affermazioni secondo me rappresentano la pesantissima faziosità dell’Italia. Io sono di sinistra, tu sei di destra, quindi siamo nemici. Punto. Basta. Tutto ciò che fa il mio partito è giustificato e, anche se ruba a man bassa, io continuerò a giustificarlo. Perché sì e perché l’ho votato. Affermazioni che, secondo me, hanno poco senso.

    E infatti siamo arrivati a tanto: giustifichiamo la disonestà di un politico. Se permetti, solo un italiano potrebbe arrivare a dire una cosa del genere. Te lo immagini un francese o un tedesco che dicono: “Non importa se il politico per cui ho votato ruba, l’importante è che voti quello che a me interessa”.

    Scusami se insisto, ma prova a immaginarti come potrebbe reagire un cittadino di una nazione in cui se un politico commette una frode o soltanto dice una menzogna allora si dimette. Addirittura è il politico a dimettersi, autonomamente, senza aspettare di essere incalzato dalla magistratura.

    Puoi leggere questa notizia, giusto come esempio, ma esistono altri migliaia di casi simili ( http://www.corriere.it/esteri/13_novembre_21/danimarca-menti-parlamento-spese-viaggio-ministro-rassegna-dimissioni-8e5e93d0-52c7-11e3-b1ef-e7370d1a3340.shtml )

    Purtroppo è un problema insito nella cultura italiana: abbiamo un senso dell’onore molto basso, abbiamo un senso civico altrettanto basso e viviamo in una democrazia talmente sporca che in certi momenti si stenta perfino a definirla tale.

    Io non voglio dire che il M5S sia una panacea, assolutamente no. Gli esponenti del movimento hanno molti limiti, uno tra tutti quelli di non mostrarsi molto “svegli” in certe situazioni. E purtroppo anche loro hanno accumulato un odio talmente forte nei confronti del PD che talvolta esulano dal concetto “se una legge fa bene all’Italia allora la votiamo” e votano contro ad una legge solo per tentare di fare del male a Renzi.

    Però almeno rimangono coerenti su una cosa: “se rubi allora te ne vai”. E questo non l’hanno inventato i cinque stelle l’altro ieri, non se l’è nemmeno inventato Grillo durante uno spettacolo dopo essersi fumato una canna.

    È quello che succede da quel dì in tutti i paesi dove la democrazia è forte (Germania, Danimarca, Francia eccetera) e, guarda caso, sono tutti paesi ricchi. Come per dire che dove le cose funzionano meglio si sta, ovviamente, meglio.

    Quindi, per favore, non arrivare alla conclusione “se rubi ma voti le Unioni Civili mi va bene lo stesso”. Piuttosto mi farebbe piacere sentirti dire “Sono contento che hai votato per le Unioni Civili… ma adesso, dato che hai rubato, esci dal Parlamento e te ne vai anche in galera. Così il tuo prossimo successore, magari, voterà sulle Unioni Civili senza sentire il bisogno di rubare”.

    Quello che mi preoccupa è la perdita dei valori: se sei un ladro devi essere punito. Così dice la legge degli uomini fin da quando è stato stipulato il primissimo contratto sociale della storia. Ad oggi, nel 2016, non si può ritrattare questo assioma.

    Per finire: il M5S è nato da un voto di protesta, è nato dalla rabbia dei cittadini e coloro che lo votano lo fanno perché sono frustrati da anni e anni in cui l’Italia è diventata un paese sempre più ridicolo, debole e schifoso.

    Però tutti sappiamo che se i politici italiani (sia quelli di destra che di sinistra) fossero stati di tutt’altra pasta, allora il M5S non sarebbe mai nato. L’esistenza del M5S è sopratutto frutto dell’incapacità del PD e dell’estesa corruzione protratta da Berlusconi in primis nel corso delle sue battaglie politiche.

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