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Duets – Tutti cantano Cristina

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December 6, 2017 by Mosè Viero

Tra i miei miti incontrastati, un posto d’onore spetta senza dubbio a Cristina D’Avena. Non tanto e non solo per via degli inevitabili ricordi d’infanzia che la sua voce suscita negli esponenti della mia generazione e di quelle immediatamente precedenti e successive, ma anche e soprattutto per la grazia lieve con cui Cristina ha sempre portato su di sé il peso di una carriera che avrebbe con ogni probabilità schiacciato una personalità meno definita ed equilibrata della sua. Ultimamente, il genere “sigla di cartone animato” non ha più la fortuna che aveva nei ruggenti anni Ottanta e Novanta: eppure, ed è per quanto mi riguarda ulteriore motivo di ammirazione, la cantante bolognese ha saputo tener vivo il ricordo del suo glorioso passato fondendo la patina nostalgica con ardite fughe in avanti (l’improbabile collaborazione con i Gem Boy, la partecipazione alle rassegne LGBT, la presenza costante al festival internazionale dei Nerd, ossia Lucca Comics & Games), senza peraltro mai snaturare il suo personaggio e senza mai cadere nella stucchevolezza né dare la sensazione che si tratti solo di vacuo accanimento terapeutico.

La piena padronanza di sé e dei suoi mezzi viene confermata da parte di Cristina anche nella sua nuova fatica discografica, Duets, nel quale la cantante rivisita in chiave moderna alcune delle sue sigle più famose, facendosi accompagnare da voci più o meno note del panorama musicale italiano contemporaneo. Il disco segna per Cristina un vero punto di svolta. Anzitutto perché per la prima volta dopo 35 anni la casa discografica non è la RTI Music ma la Warner: una scelta che ha poco senso se dovesse rimanere confinata a quest’unico lavoro, che include solo brani sotto etichetta RTI (vanificando quindi presumibilmente, per la Warner, gran parte degli introiti), ma che acquista un senso altissimo se quest’album è un nuovo inizio. Inizio di un qualcosa che può risolversi nella rivisitazione di altre sigle ‘classiche’ o anche, chi lo può dire, nell’esordio di Cristina nella ‘vera’ musica “per adulti”: voci parecchio insistenti ma non ancora confermate, infatti, alludono a una sua possibile partecipazione al prossimo Festival di Sanremo. Al di là delle speculazioni, comunque, il disco segna un punto di svolta soprattutto perché si fregia di arrangiamenti modernissimi e arditi, che mai prima d’ora si erano sentiti accompagnati a sigle di cartoni animati, almeno non in una operazione così complessa e totalizzante.

Non potevo certo esimermi dal dire la mia, e lo farò passando in rassegna tutti i brani contenuti nel disco più imperdibile dell’anno.

1- Pollon, Pollon Combinaguai feat. J. Ax
Si parte col botto, dato che questa sigla è non solo tra le più universalmente note della D’Avena ma è anche quella collegata al cartone animato senza dubbio più geniale tra quelli evocati dal disco. Chi pensa di essere ingannato dall’effetto nostalgia dovrebbe immediatamente recuperare i DVD della serie e riguardarseli adesso: scoprirà un anime difficilmente classificabile e mirabilmente stratificato, ardito ai limiti del surreale, pieno di citazioni destinate agli adulti e di battute politicamente scorrettissime (non ultima la famosa canzoncina Sembra talco ma non è, citata apertamente anche da J. Ax nel suo rap).
La sigla è, al di là di tutto, un brano rispettabilissimo, la cui musica è opera di Piero Cassano, leader dei Matia Bazar; il testo è dell’immancabile Alessandra Valeri Manera, all’epoca responsabile delle trasmissioni per bambini del gruppo Fininvest, personaggio che ha sempre agito dietro le quinte ma che può essere considerato il deus ex machina dell’operazione-Cristina-D’Avena. Il pezzo inizia con le note dell’intro originale, mossa perfetta per far accapponare la pelle ai fan della prima ora: ma la delicatezza lascia immediatamente il posto a un energico rap inedito di J. Ax, che mette assieme suggestioni derivate dal cartone animato con la consueta naturale predisposizione per le più strambe connessioni logiche e linguistiche. Al rap si innesta il ritornello, successivamente alternato alle cinque strofe originali (il grande pubblico se ne ricorderà solamente due, quelle usate effettivamente nel tv edit della sigla). J. Ax torna con un secondo rap nel finale, inusitatamente veloce e improvviso. L’arrangiamento, con echi hip hop, non è disprezzabile: forse il brano poteva riuscire meglio con un coinvolgimento del rapper anche nel mentre anziché solo come appendice all’inizio e alla fine.

2- Nanà Supergirl feat. Giusy Ferreri
Nanà Supergirl è il titolo italiano dato all’anime di genere mahō shōjo (che potremmo tradurre come “della streghetta”, ossia incentrato su una ragazzina con poteri magici) originariamente intitolato Nanako SOS e dovuto alla penna di Hideo Azuma, lo stesso autore di C’era una volta Pollon.
La tonalità da contralto della Ferreri sembra potersi fondere a fatica con quella squillante di Cristina, ma questo brano smentisce l’impressione: Nanà Supergirl è, nella sua versione 2017, un vero “pezzaccio”, che nulla ha da invidiare alle hit pop contemporanee, complice anche l’arrangiamento, che stempera gli svolazzi acuti più bambineschi dando un ruolo prevalente al basso. Il brano si deve agli stessi autori di Pollon, Pollon Combinaguai (Cassano e Valeri Manera) e la sua nuova versione ne rispetta la consueta scansione strofa/ritornello, innestandovi solamente, come elemento di novità, un bridge prima del ritornello finale; il concerto delle voci, convinte ma trattenute, riesce ad avere ragione anche dei limiti del testo, per esempio di quel suo continuo insistere sui versi tronchi. Chapeau!

3- L’incantevole Creamy feat. Francesca Michielin
Questo anime, tra i più famosi del genere mahō shōjo, si è installato prepotente tra i ricordi più limpidi della mia infanzia: Yu, Creamy, Toshio, Pinopino, Posi e Nega sono tutti nomi che evocano tempi leggeri e spensierati, durante i quali peraltro le mamme non facevano un plissè di fronte a cartoni animati le cui protagoniste, giovanissime, giravano con gonnelline corte e svolazzanti che lasciavano le mutandine sempre bene in vista.
La sigla, le cui musiche sono di Augusto Martelli (il testo è sempre di AVM), è basata sulla presa immediata sul pubblico infantile dell’inciso paripampum, che evoca la formula magica che nell’anime provoca la trasformazione di Yu in Creamy. La versione 2017 mette il tappeto sonoro decisamente più in primo piano che nell’originale, ma il mood resta in gran parte quello dei ricordi, anche considerando che la voce della Michielin, non particolarmente caratterizzata, si limita ad arricchire delicatamente il brano senza snaturarlo.

4- Occhi di gatto feat. Loredana Bertè
Il mitico cartone animato in oggetto è un anime shōnen (d’avventura, destinato prevalentemente al pubblico maschile) che risulta assai riduttivo considerare prodotto per bambini: purtroppo l’unica versione italiana esistente, quella curata dall’allora Fininvest, ha introdotto diverse censure per rendere più accettabile la collocazione pomeridiana di una serie basata su tre sensualissime sorelle che compiono furti vestite con tutine di latex aderente.
Il duetto organizzato da Cristina con i suoi produttori per questo pezzo è da leccarsi i baffi: pur risultando ultimamente stanca e scostante, Loredana Bertè resta un personaggio di primissimo piano della musica italiana, una sorta di icona della trasgressione patinata, quasi una Lady Gaga ante litteram. Nel brano in oggetto la sua energia sembra tornare ai tempi d’oro: il pezzo, la cui musica è del prolificissimo autore di sigle Ninni Carucci (il testo, qui particolarmente fastidioso con la sua infilata di superlativi assoluti, è ovviamente di AVM), è in questa sua nuova versione più rock che mai, e la voce della Bertè vi si adatta con una convinzione inusitata. Si tratta senza dubbio di uno dei momenti migliori del disco.

5- Kiss Me Licia feat. Baby K.
Per motivi incomprensibili ai più, questo anime shōjo (sentimentale, destinato prevalentemente al pubblico femminile) ha avuto in Italia un successo strepitoso, assai più che in patria, tanto da aver financo dato vita, qui da noi, a una imbarazzante serie di telefilm, interpretati dalla stessa Cristina D’Avena e poi evolutisi nelle serie TV con protagonista la stessa Cristina nel ruolo di se stessa, assai più curati e godibili (nell’ordine: Arriva Cristina, Cristina, Cri Cri Cristina l’Europa siamo noi: anche questi e le loro colonne sonore meriterebbero una riscoperta). Siamo l’unico Paese al mondo in cui i Bee Hive, la tamarrissima band immaginaria il cui leader Mirko è la fiamma della protagonista dell’anime, ha fatto, sulla scia della serie televisiva, dei tour veri e propri, nelle quali Mirko cantava in playback con voce non sua, come le ragazze di Non è la Rai.
La celebre sigla, di Augusto Martelli e AVM, è modificata in profondità dall’intervento, assai biasimato in sede critica, della rapper hip-hopper Baby K. A noi non sembra che il risultato sia così terribile: l’incipit rappato è un po’ campato in aria, ma la rivisitazione in doppia voce della linea melodica originale è fresca e simpatica, e riesce a farci passar sopra anche alla comicità involontaria del testo (“Ma pure Satomi che è un buon amico del biondo ed atletico Mirko / si è già innamorato di Licia e ancora non sa che anche Mirko lo è / chissà chi sarà il fortunato che Licia così sposerà”: ma la mia infanzia è stata negli anni Cinquanta? Sono così vecchio?)

6- Magica, Magica Emi feat. Arisa
Questa sigla, anch’essa di Martelli e AVM e collegata a un anime mahō shōjo tra i più celebri in Giappone, è senza dubbio una delle punte di diamante del disco. Il pezzo in sé è assai più elaborato della classica struttura strofa/ritornello a cui generalmente si adeguano le sigle, vantando anche un caratterizzato bridge tra la prima e la seconda parte del ritornello nonché uno sbarazzino explicit basato sulla semplice ripetizione, a mo’ di mantra, delle parole “Magie di Emi”. La rilettura si appoggia sulla complessità innata del brano approfondendola: la prima strofa è su un semplice tappeto di pianoforte e archi, il ritornello introduce la percussione ritmata, il bridge torna al lento conferendogli addirittura echi da gospel, e così via in una successione di atmosfere che rende evidentissima l’importanza dell’arrangiamento nello stabilire non solo la natura ma finanche l’etichettatura di un brano musicale, dato che la versione 2017 di questo pezzo tutto può sembrare fuorché la sigla di un cartone animato. La voce di Arisa, semplicemente perfetta, si accompagna a quella di Cristina come un contrappunto che bilancia e valorizza. Si sarebbe potuto far meglio solo abusando di LSD come i Pink Floyd, e francamente Cristina non ce la vedo.

7- Mila e Shiro, Due Cuori nella Pallavolo feat. Annalisa
L’anime a cui si riferisce questa sigla, in bilico tra il genere shōjo e il genere spokon (sportivo), rimarrà alla storia, assieme al suo progenitore Mimì e le ragazze della pallavolo, per l’irresistibile implausibilità nella descrizione delle partite, durante le quali i protagonisti, prima di sferrare una schiacciata che rende il pallone quasi completamente piatto, riflettono sui massimi sistemi nel tempo immoto dello stacco da terra dovuto al balzo.
Il brano, di AVM e Carucci, è inciso nella memoria collettiva generazionale: la nuova versione ha un arrangiamento rock che lo rende molto aggressivo, ma suscita qualche perplessità la scelta di Annalisa come artista duettante, dato che la voce della Scarrone, pur potente, non ha la giusta tonalità per reggere la forza del brano, che quindi risulta, dal punto di vista vocale, un po’ irrisolto.

8- Jem feat. Emma
Jem & The Holograms è una serie americana creata in collegamento con una linea di bambole: da bambino conoscevo a memoria questo brano perché inserito nelle compilation di sigle, ma ammetto di non aver mai frequentato il cartone animato.
È questo il pezzo rock per antonomasia del repertorio della D’Avena: non sorprende che la riedizione rispetti questa identità, accentuandola ma senza scostarsi troppo dai binari tracciati dall’originale. Scritto dai soliti Carucci e AVM (che qui passa dall’ossessione per il superlativo assoluto all’ossessione per il participio presente), il brano è infatti già di sua natura moderno e sfaccettato, vantando perfino un discutibile specialino tra i due ritornelli finali: la voce di Emma, caricata a pallettoni, non contribuisce più di tanto a tratteggiare l’identità del pezzo, che rimane comunque assai godibile.

9- I Puffi sanno feat. Michele Bravi
Tra i cartoni animati più longevi e di maggior successo in Italia, quello con protagonisti i piccoli folletti blu dovuti al disegnatore belga Peyo hanno avuto qui da noi ben dieci sigle diverse: la più nota è forse la Canzone dei Puffi (che inizia con il celebre verso “Noi Puffi siam così”), pubblicata nel 1982. Curiosamente Cristina ha scelto per il suo album di duetti quest’altra sigla, la numero 8, uscita nel 1986 e caratterizzata da un fastidioso messaggio ecologista del tutto slegato dalle tematiche della serie animata. Scritto da Vincenzo Draghi con la solita AVM, il brano è un distillato di puro pop orecchiabile senza pretese: la riedizione ne lascia intatte struttura e atmosfere, sulle quali la voce di Michele Bravi si introduce con la consueta delicatezza, diventando semplicemente irresistibile quando sussurra l’inciso “puffaffero”.

10- Siamo fatti così feat. Elio
Anche questa canzone mi è sempre stata familiare, pur non essendomi mai appassionato al cartone animato, una serie educativa sul funzionamento del corpo umano dovuta all’autore francese Albert Barillé e pubblicata a suo tempo anche in una serie di fascicoli in edicola. Purtroppo la rivisitazione del brano, dovuto nientemeno che a Massimiliano Pani con la solita AVM, ha deluso le mie altissime aspettative: Elio non ci mette nulla di suo, limitandosi a cantarlo assieme a Cristina, o per meglio dire a recitarlo con un’enfasi che a tratti sfocia nella stucchevolezza. Senza dubbio si tratta della più grande occasione sprecata di tutto il disco.

11- È quasi magia, Johnny! feat. La Rua
Questa sigla si riferisce a un anime shōnen che nell’edizione italiana curata da Fininvest è stato ridotto a brandelli: interi episodi, con scene di nudo, sono stati eliminati, rendendo la trama a tratti incomprensibile, e lo stesso titolo, campato in aria, dà l’impressione che il protagonista sia colui che in realtà è uno dei comprimari. Nel 2003 la Yamato Video ha curato una nuova edizione italiana, intitolata Capricciosa Orange Road, che ripristina la serie al suo stato originale.
Il brano, di AVM e Ninni Carucci, è tra i pezzi più noti della D’Avena: la riedizione sfrutta al meglio la sua struttura composita, sulla quale emerge il piccolo bridge impreziosito dall’inciso “è quasi magia”, per innestarvi l’accento pop-folk tipico dei La Rua. Il risultato è una riuscitissima marcetta intervallata da momenti di sospensione e di accelerazione: anche se ci tocca confessare che ascoltandola non possiamo fare a meno di pensare che il duettante perfetto sarebbe stato, in questo caso, il grande Max Gazzè, ovvero il re della marcetta pop italiana contemporanea.

12- Una spada per Lady Oscar feat. Noemi
L’anime a metà tra il genere shōjo e il genere shōnen con protagonista la ragazza in incognito Oscar ambientato durante la Rivoluzione Francese è stato un successo strepitoso qui in Italia, pur avendo anch’esso subito pesanti tagli in fase di adattamento (anche in questo caso Yamato Video ci ha messo una pezza curando nel 2010 una riedizione quasi completa).
La sigla di Cristina D’Avena non è la più famosa: la ‘vera’ sigla dell’anime in versione italiana, inizialmente intitolato semplicemente Lady Oscar, è quella arcinota dei Cavalieri Del Re, pubblicata nel 1982. Il brano cantato da Cristina, della consueta accoppiata Ninni Carucci e AVM, è comunque un pezzo di caratura notevole, che potrebbe tranquillamente figurare nel repertorio di un cantante pop mainstream: la voce ruvida di Noemi, perfetta per evocare le atmosfere tese e bellicose collegate alla serie animata, si inserisce nella partitura con una consapevolezza mirabile, conferendo al pezzo uno spessore inedito.

13- Che campioni Holly e Benji feat. Benji e Fede
Questo anime spokon è tratto da un manga che ha un titolo completamente differente, Capitan Tsubasa. Da bambino ignorai completamente questa serie animata, ma ricordo comunque la sua prima sigla, che era cantata da un non meglio identificato Paolo e che si doveva ad Augusto Martelli per la musica (serve davvero che dica di chi erano le parole?); quest’altra sigla venne introdotta successivamente, quando ormai Cristina D’Avena era una voce irrinunciabile per ogni serie animata Fininvest/Mediaset. Inizialmente, peraltro, questo brano, la cui musica è di Silvio Amato, era interpretato da Cristina assieme a Marco Destro, altro importante cantante di sigle di cartoni animati (ConanPower Rangers). La nuova versione è impreziosita (si fa per dire) dalla presenza dei due inutili bimbiminkia noti come Benji e Fede, forse coinvolti per via dell’omonimia: l’arrangiamento ritmato e sbarazzino peraltro non dispiace e conferisce al pezzo una musicalità decisamente contemporanea.

14- Sailor Moon feat. Chiara
L’anime mahō shōjo con protagoniste le “Guerriere Sailor” è stato un successo strepitoso in Italia e nel mondo e ha dato vita non solo a innumerevoli seguiti e spin off ma anche a svariate linee di gadget e oggettistica come forse nessun’altra serie animata ha mai fatto. Purtroppo l’anime è arrivato in Italia solo a metà degli anni Novanta (peraltro in versione pesantemente censurata) e quindi la mia generazione l’ha ‘perso’, ma il segno da esso lasciato sulla cultura pop è tale da farlo risultare comunque in qualche modo familiare.
La sigla, di Ninni Carucci e AVM, è paradossalmente meno famosa dell’anime a cui è collegata. Il nuovo arrangiamento non si discosta troppo dalle atmosfere dell’originale e la voce di Chiara, forte e assai distintamente caratterizzata da quella della D’Avena, valorizza lo spessore del brano senza snaturarlo.

15- Piccoli problemi di cuore feat. Ermal Meta
La serie animata collegata a questa sigla, quasi sconosciuta alla mia generazione essendo arrivata sugli schermi solo alla metà degli anni Novanta, ha avuto una gestazione davvero singolare. Ispirata all’anime shōjo intitolato Marmalade Boy, anziché censurarne i contenuti considerati inadatti per il pubblico italiano (anche per motivi di ambientazione), venne costruita praticamente da zero specificamente per il mercato del Belpaese e in seguito anche rivenduta all’estero con il titolo di A little love story.
La sigla è del grande autore Franco Fasano, ovviamente affiancato da AVM per quanto riguarda il testo, che peraltro in questo caso è quasi privo di riferimenti diretti alla serie animata e si configura quindi come un pezzo potenzialmente ‘universale’. La partecipazione di Ermal Meta, interprete la cui voce riesce con facilità a caricarsi di pathos, asseconda la natura in qualche modo ‘adulta’ del brano, trasformandolo in una delicata ballad che non sfigurerebbe nel repertorio dello stesso Ermal. È da molti considerato, forse non a torto, il pezzo migliore dell’album.

16- All’arrembaggio! feat. Alessio Bernabei
I salmi finiscono in gloria, ma Duets di Cristina D’Avena finisce invece con il suo pezzo più inutile. Collegato all’anime shōnen originariamente intitolato One Piece (nelle sue ultime trasmissioni in Italia il titolo originale è stato ripristinato) e risalente agli anni Duemila, il brano è una semplice cavalcata pop ritmata, dovuta per la musica a Giorgio Vanni e per il testo alla solita AVM. Il bimbominkia per eccellenza riserva al pezzo il suo consueto trattamento, rendendolo del tutto simile a una qualunque delle sue prodezze sanremesi. Concludere con Ermal Meta sarebbe stato auspicabile.


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