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L’arte ci salva perché è a-morale

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December 23, 2017 by Mosè Viero

Come si sa, l’affaire Weinstein ha scatenato nelle ultime settimane tutta una serie di accuse a divi più o meno noti del mondo del cinema e dello spettacolo. In alcuni casi si tratta di pure e semplici chiacchiere, in altri di racconti più circostanziati, in altri ancora di vere e proprie bufere che hanno avuto impatto anche sulla carriera degli interessati. Gli esempi più eclatanti sono l’attore Kevin Spacey, di cui è stata annullata la partecipazione alla famosa serie House of Cards, e il comedian Louis C.K., di cui è stata cancellata la prima del nuovo film e la partecipazione al Late Show di Stephen Colbert.

Che il sospetto che una certa persona abbia avuto comportamenti sconcertanti anche se magari non illegali abbia conseguenze sulla vita e sulle attività di quella persona è assolutamente normale: eppure, nonostante io abbia già espresso solidarietà alle vittime di quei comportamenti, c’è qualcosa che mi urta profondamente nel fatto che le accuse di molestie si traducano nel blocco o nel cambiamento coatto di qualche opera dell’ingegno.

È come se si trattasse di una colossale invasione di campo, o di un caso da manuale di quello che un appassionato di fallacie logiche chiamerebbe non sequitur. Cosa c’entra il fatto che io sia colpevole di molestie sessuali con il mio talento come attore o con la mia vis comica? Assolutamente niente. D’altro canto, nel mondo dello spettacolo le produzioni sono lavori d’equipe che coinvolgono decine se non centinaia di persone, ed è perfettamente comprensibile che nessuno muoia dalla voglia di collaborare con un presunto molestatore, né di piazzarlo bene in vista tra i protagonisti della sua opera.

Il problema è dunque squisitamente contingente, d’opportunità. Ma l’arte è l’opposto della contingenza: la grande arte sopravvive al di là del contesto, al di là delle sue premesse e delle sue conseguenze, e anche al di là di chi l’ha prodotta o creata. Ne è prova il fatto che quando il contesto e i problemi di opportunità si allontanano nessuno ha problemi nell’apprezzare, in privato ma anche in pubblico, la grande arte prodotta da geni dal comportamento tutt’altro che irreprensibile: Caravaggio, Ezra Pound, Virginia Woolf, giusto per citarne alcuni.

La questione è filosoficamente assai complessa, ma potremmo ridurla ai minimi termini in questo modo. Le comunità maturano, nel corso del tempo, un sentire collettivo, che prende le forme di sistemi etici e morali che indicano quel che è giusto e quel che è sbagliato; una piccola parte del sistema etico e morale di una determinata società dà vita al suo sistema giuridico, che punisce chi devia dai binari del socialmente accettabile. Tutti questi sistemi di valori, che ai poveri di spirito possono sembrare immobili e assoluti, sono in realtà relativi e cambiano col cambiare delle coordinate spaziali e temporali. Anche il prodotto dell’ingegno è sempre oggetto di valutazione relativa: ma, con buona pace di Kierkegaard, l’estetica è meno relativa dell’etica. Perché il gusto cambia di epoca in epoca, ma la grande arte tende sempre a essere riconosciuta come tale.

Spieghiamolo più terra terra. Di fronte a un’opera d’arte, siamo liberi di affermare che ci piace o che non ci piace senza che questo implichi un qualche tipo di sottotesto morale. L’etica e la morale sono essenziali per guidare le nostre azioni, ma è nella loro stessa natura limitare contenere; d’altro canto, è nella nostra natura di esseri umani voler oltrepassare i confini di ogni tipo, anche i confini posti dalla nostra stessa morale, che prendono spesso le forme di meschini pregiudizi. L’arte, o più in generale l’opera dell’ingegno, ci libera da tutto questo proprio perché è forse l’unico ambito del nostro sentire a essere completamente slegato dalla morale e quindi anche dai moralismi. Anche il più omofobo degli omofobi deve arrendersi e riconoscere il valore di un’opera prodotta da un artista omosessuale. L’assunto può trasferirsi a ogni ambito: anche il più destrorso dei destrorsi deve arrendersi e riconoscere il valore di un artista progressista, e viceversa anche il più sinistrorso dei sinistrorsi deve arrendersi e riconoscere il valore di un artista reazionario. Vale anche il ragionamento contrario: se dico che adoro Ezra Pound, solo uno sprovveduto può cercare di dedurne che sono un fascista.

Il ricco di spirito si inchina sempre di fronte al talento e alla capacità dimostrate da altri suoi simili, indipendentemente da tutto. Al contrario, chi si rallegra del fatto che un artista conclamato venga messo a tacere per problematiche di tipo etico o morale è un nemico dell’arte, una persona piccola e meschina, che molto probabilmente gode delle disgrazie altrui perché privo di qualunque talento o aspirazione.


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