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Benigni: l’esegeta a induzione

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December 18, 2014 by Mosè Viero

Il buon Roberto Benigni, che è ormai una specie di patrimonio nazionale come il Colosseo o le Cinque Terre, si è appena speso nel commento dell’ennesimo grande classico. Dopo Dante, la Costituzione e l’inno di Mameli, è stata la volta de I Dieci Comandamenti. Il sottoscritto si è sorbito, aiutato da generose dosi di dolciumi e caffè, tutta la performance.

Mi hanno stupito parecchio i tanti commenti delusi apparsi in rete: Benigni non è più il graffiante dissacratore che era in giovinezza già da molti anni, e sperare che quel Benigni torni indietro è come sperare che Giuliano Ferrara riscopra la sua militanza comunista. Ciascuna opera dell’ingegno va giudicata in base a ciò che offre: i monologhi recenti del Toscanaccio sono ‘semplici’ commenti esegetici in chiave apologetica, ai quali le zoppicanti battute satiriche sembrano giustapposte senza convinzione, come una sorta di omaggio postumo a un passato irrecuperabile. Chi vuole la satira senza se e senza ma (un genere che forse, e sottolineo forse, Benigni non ha mai davvero frequentato), può rivolgersi al mitico e compianto George Carlin.

 

 

Del tutto insensate sono anche le tante critiche che ho letto in giro riguardo al compenso sborsato dalla RAI e subito preso di mira dagli invidiosi di ogni ordine e grado. A tal proposito, lascerò la parola al ben più autorevole Antonio Albanese.

 

 

Molti miei amici atei militanti, poi, si sono indignati per il fatto che all’inizio il Robertone nostro avrebbe affermato con sicumera che dio esiste e che su questo non si discute. Attenzione, qui c’è un colossale equivoco. Benigni non dice affatto questo: dice, al contrario, che per apprezzare il suo spettacolo occorre comportarsi come se dio esista. Il paragone che segue chiarisce tutto: “Quando andate al cinema a vedere l’Uomo Ragno, in quel momento ci credete all’Uomo Ragno, no? Credete all’Uomo Ragno e non volete credere a dio?!” In altre parole, l’invito del menestrello è a mettere in atto una sana suspension of disbelief: un atteggiamento *assolutamente necessario* ogni qual volta ci si accosta a un’opera di fiction, sia essa un film o un romanzo o un videogioco. Detto in altri termini: lo sappiamo tutti che dio non esiste, come non esistono gli elfi; ma se mentre leggo Tolkien do per assodato che nella realtà immaginata dall’autore gli elfi esistono, mentre leggo la Bibbia devo dare per assodato che nella realtà narrata dagli autori dio esiste. Benigni, peraltro, non ha mai avuto l’approccio razionalista nei confronti della religione che molti adesso gli rimproverano di non avere. La sua poetica ha sbandamenti sovrastrutturali fin dagli anni Novanta. Anche in questo caso, non ha senso chiedere a un personaggio di essere ciò che non è più, o che non è mai stato.

Una volta messi da parte questi equivoci, ci si può godere lo spettacolo. Il nostro è ancora un artista notevole, se non altro dal punto di vista della pura e semplice capacità di maneggiare la retorica. È su questo piano, a mio avviso, che vanno cercati eventuali punti deboli della sua performance.

La retorica benignesca (benigniana?) è da sempre costruita su un consapevole e costante abuso dell’iperbole. I superlativi, inanellati senza soluzione di continuità e pronunciati con la foga di chi sta urlando “al fuoco” durante un incendio, danno vita a un linguaggio continuamente ‘teso’, che periodicamente esplode in conclusive affermazioni iperboliche. Se isolate dal momento preparatorio, queste ultime perdono gran parte del mordente, risultando, alla prova dei fatti, vacue e ingenue.

«Dio c’ha allargato il cuore per metterci dentro l’amore e c’ha allargato la testa per metterci dentro l’infinito».

Un’altra caratteristica della retorica di Benigni che è emersa con grande forza dalla sua prolusione sui Comandamenti (ma che costituisce l’ossatura di tutte le sue esegesi apologetiche) è la sua grande abilità nell’evocare significati del tutto assenti nel testo, partendo da quest’ultimo per svolazzare pindaricamente sulla base di osservazioni di carattere linguistico, semiotico, filosofico, artistico, sociologico. Tutta la sapienza umana viene messa di volta in volta al servizio del protagonista di turno, che si configura come autentico “pre-testo” (in senso letterale e metaforico) di un viaggio nei grandi temi su cui da sempre si interroga l’uomo, risolti con una mirabile capacità di rendere ‘popolare’ anche ciò che è sommamente colto. Aristotele direbbe che le esegesi di Benigni sono squisitamente “a posteriori”, dominate dall’induzione anziché dalla deduzione: non mi viene spiegato ciò che realmente c’è nel testo, quanto ciò che una mente colta e illuminata può vederci dentro, spingendo fino al limite il confine semiotico di ciascuna parola e di ciascuna frase.

E qui emerge un secondo punto debole di questo modo di procedere, forse il più importante. Maneggiando con abilità l’esegesi induttiva, *qualunque* testo può essere spacciato per un capolavoro pregno di significati. Ed è esattamente ciò che succede con i Dieci Comandamenti: un insulso decalogo partorito secoli fa dalla classe dominante di una delle popolazioni più arretrate del globo per controllare i sottoposti viene trasformato nel testo filosofico alla base di tutti i concetti cari al progressismo moderno, dalla solidarietà al rispetto del prossimo, dalla parità di genere al diritto del lavoro. Il meccanismo viene smascherato facilmente quando si applica la stessa tecnica a frasi palesemente prive di qualunque sottotesto filosofico. Leggete con quale straordinaria abilità l’autore comico Claudio Fois prende in giro l’esegesi induttiva “alla Benigni” in questo suo breve scritto.

 

 

Il problema è precisamente questo. Ascoltare un oratore che padroneggia in modo mirabile la retorica esegetica è un piacere, ma non dovremmo mai dimenticarci del fatto che se la retorica è apprezzabile in sé, essa trova la sua ‘distensione’ migliore solo quando viene messa al servizio di un ideale importante. Immaginiamo che per i cristiani di tutto il mondo non ci sia niente di più importante del loro testo sacro, e che quindi per loro l’esperienza dell’ultima performance di Benigni sia stata elettrizzante. Purtroppo, però, la storia ci insegna che la religione rivelata (cioè basata su un testo sacro) ha sempre rallentato il cammino umano: e nessuna abilità retorica potrà mai smentire questa affermazione. È evidente che Benigni si riconosce profondamente negli ideali del progressismo: purtuttavia, a legare questi ideali ai Dieci Comandamenti è solo ed esclusivamente la sua profonda sensibilità.

Il menestrello ha riversato nel pre-testo la sua visione del mondo, e ce l’ha squadernata davanti agli occhi. Questo semplice assunto andava esplicitato come una sorta di avvertenza: attenzione, se vi sembra che i Comandamenti siano incredibilmente attuali, è solo perché ve li sta spiegando un grande artista contemporaneo. I valori di questo artista sono quelli che sono non grazie alla religione, ma nonostante la religione.


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