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L’arte ci salva perché ci unisce

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January 19, 2017 by Mosè Viero

Tra i tanti talenti che la guida turistica deve avere, uno dei più importanti è senza dubbio la capacità di adattare i contenuti al livello di preparazione del fruitore. Se quest’ultimo è straniero e in particolare non Europeo, poi, è fondamentale non dare per scontate nozioni che per noi lo sono. Un esempio al tempo stesso eclatante e interessante è il seguente: gran parte degli Statunitensi non sa che l’Italia è uno Stato di recente formazione. Per loro l’Italia è, in quanto area geograficamente e culturalmente determinata nella sua interezza, la culla del passato: nella loro mente, dunque, questa terra è sempre stata “Italia”, almeno da quando esistono le opere dell’ingegno più elaborate. Lo stupore che si disegna negli occhi dell’americano medio quando nell’introdurre la storia della Repubblica di Venezia premetto che l’Italia è stata unificata nel 1861 è qualcosa di impagabile.

Ed è anche qualcosa che può insegnarci molto. In questo momento a Palazzo dei Diamanti a Ferrara c’è una mostra realizzata in occasione dei cinquecento anni dalla pubblicazione della prima edizione dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto (1516): l’esposizione, che sta per chiudere (è già stata prorogata una volta), è curata da un personaggio che indirettamente conosco e seguo da tanti anni, Guido Beltramini. Già curatore di mostre importanti quali quella dedicata al cinquecentenario palladiano (Vicenza 2008, a cui ho collaborato anche io), quella su Pietro Bembo (Padova 2013) e quella su Aldo Manuzio (Venezia 2015), Beltramini è, nell’ambito della curatela contemporanea, una sorta di eroe silenzioso. Le sue esposizioni sono fortemente caratterizzate: mai incentrate semplicemente su un pittore, sono monografiche sui generis, ruotanti attorno a grandi personaggi del Rinascimento italiano utilizzati come pretesto e filo conduttore per l’evocazione di aspetti particolari di quel momento fondamentale della storia occidentale. Oggetti di ogni tipo, dai dipinti alle armi ai manoscritti, rimettono assieme i frammenti di sapere che molti di noi hanno sparsi per la memoria, sistemando le tessere del puzzle attraverso connessioni che sottendono interpretazioni storiche naturalmente opinabili ma filologicamente rigorosissime. La tesi di fondo, che a voler ben vedere è la stessa per tutte le mostre ‘beltraminiane’, può diventare oggetto di dibattito, ma non dà mai l’impressione di essere volo pindarico, sviolinata sentimentale, artificio retorico: è pura e semplice connessione tra le cose, e insegnare o suggerire le relazioni è il principale strumento per diffondere conoscenza, in ambito storico ma non solo.

Qual è, dunque, l’ipotesi di lavoro che Beltramini utilizza nei suoi viaggi dentro il Rinascimento? È un’idea che in qualche modo si collega alla premessa di questo articolo: il Rinascimento è il momento in cui gli artisti italiani, di qualunque ambito, si rendono conto di essere artisti italiani, cioè di stare dando vita a un linguaggio comune, dotato di screziature locali ma caratterizzato senza dubbio da una sua unità e organicità di fondo.

La mostra dedicata ad Ariosto focalizza il discorso soprattutto quando si occupa della seconda edizione del Furioso, datata 1532: tra le novità introdotte dall’autore, c’è una significativa sestina nel canto XXXIII (la seconda) che recita come segue.

E quei che furo a’ nostri dì, o sono ora,
Leonardo, Andrea Mantegna, Gian Bellino,
Duo Dossi, e quel ch’a par sculpe e colora,
Michel, più che mortale, angel divino;
Bastiano, Rafael, Tizian, ch’onora
Non men Cador, che quei Venezia e Urbino;
E gli altri di cui tal l’opra si vede,
Qual de la prisca età si legge e crede:

È quello che i critici chiamano l’omaggio ai pittori. Ariosto costruisce una delle sue tante elaborate similitudini utilizzando come termine di paragone quelli che secondo lui sono i più grandi artisti delle arti visive del suo tempo: Leonardo da Vinci, Andrea Mantegna, Giovanni Bellini, Dosso Dossi, Michelangelo, Sebastiano del Piombo, Raffaello e Tiziano. Sono personaggi provenienti da tante entità politiche diverse, ma Ariosto li mette in un insieme unico: il loro talento regala fama e onore alle rispettive terre d’origine, ma al contempo evoca chiaramente l’esistenza di una qualche dimensione sopra-municipale che ne giustifica la comunione al di là dell’essere, ciascuno di loro, al servizio di una corte differente. Farà un ulteriore passo in avanti, nel 1550 e poi più compiutamente nel 1568, Giorgio Vasari con le sue mitiche Vite, costruite come un percorso in crescendo verso una triarchia totalmente indifferente alle partizioni delle municipalità e degli Stati: Michelangelo, Raffaello e Tiziano sono i punti di riferimento dell’arte italiana, e questo vale che tu viva a Milano o che tu viva a Napoli, sotto il re Tizio o il duca Caio.

Mentre sovrani e marchesi devastano la Penisola con guerre che proprio negli anni del passaggio tra la prima e la seconda edizione del Furioso diventano sempre più cruente, gli artisti, pur agendo ancora rigorosamente nell’ambito della corte o comunque della commissione politica, si rendono conto di avere messo a punto un linguaggio comune, una maniera che corrisponde, evidentemente, a un comune gusto, a un comune sentire.

Come spiegò (quasi) scientificamente il buon Marx, la politica è quasi sempre ancella dell’economia: e l’economia, in tempi di capitalismo ma non solo, tende per sua natura a erigere confini. Avendo la possibilità di seguire almeno in parte il suo talento e la sua ispirazione e non solo le esigenze dell’economia, l’artista ha il privilegio di potersi muovere al di sopra e al di là di questi confini, mostrandone, sul lungo periodo, l’arbitrarietà e l’insensatezza.

Oggi l’americano medio non sa niente della battaglia di Pavia, di Agnadello, dei confini del Ducato di Milano o di quelli della Repubblica di Venezia: ma sa benissimo chi sono Tiziano, Leonardo, Michelangelo. Sa che sono i più grandi artisti italiani e tra i più grandi artisti del mondo. L’arte ha vinto sulle meschinità dell’economia e della politica: siamo ancora salvi.


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