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Aldo, Giovanni e Savonarola

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July 26, 2020 by Mosè Viero

Come sa chi mi frequenta, e come sa soprattutto la mia povera consulente bancaria, da un po’ di anni sono un avido collezionista di mattoncini Lego. Questa passione mi porta a seguire tanti siti e tanti canali YouTube a essa dedicati: ebbene, in questi ultimi giorni il dibattito tra gli appassionati è dominato da un evento per molti versi sorprendente. L’azienda danese produttrice dei mattoncini più famosi del mondo ha improvvisamente deciso di ritirare dal mercato un set già annunciato, prodotto, distribuito ai negozi e financo spedito ai recensori di mezzo mondo. Si tratta del set Technic 42113, Bell Boeing Osprey. Si può facilmente immaginare l’ira degli appassionati: un set pubblicizzato e recensito, del quale si era in attesa da molti mesi, viene improvvisamente ritirato e cancellato. Peraltro, il fatto che il set esista e sia già stato distribuito ai negozi sta provocando il prevedibile effetto collaterale di vederlo spuntare, a prezzi astronomici, su Ebay e altre piattaforme di vendita parallela: in questi casi chi vuole approfittare della domanda lo fa senza porsi tanti problemi.

Ma perché il set 42113 è stato ritirato? Facciamo un po’ di storia. Lego ha, fin dalla sua fondazione, una policy particolare nei confronti dei giocattoli di guerra. Il fondatore dell’azienda, Ole Kirk Christiansen (1891-1958), ha vissuto in prima persona gli orrori dei due conflitti mondiali: quando fondò la sua azienda produttrice di giocattoli, inizialmente in legno, fece scrivere sul suo statuto che Lego mai e poi mai avrebbe prodotto giocattoli inneggianti alla guerra. Lego è ancora oggi, incredibilmente, una azienda di famiglia, e appartiene ancora ai discendenti del fondatore, che ufficialmente seguono ancora lo statuto originario. Diciamo “ufficialmente” perché in realtà la policy sui giocattoli di guerra viene interpretata oggi in maniera un po’ elastica: Lego non produce set rappresentanti la guerra ‘contemporanea’, ma la violenza è assai presente nei suoi prodotti, magari in forme fantasy o storicamente remote (basti pensare ai set di Star Wars, ma anche alle collane dedicate al Medioevo e ai pirati). Ebbene, l’elicottero protagonista del famigerato set 42113 è un velivolo bellico: i designer hanno maldestramente cercato di ‘travestirlo’ da elicottero di salvataggio, ma il Bell-Boeing V-22 Osprey è indubitabilmente un veicolo militare, tutt’ora ampiamente utilizzato.

A questo punto la domanda da porsi è: Lego non si era accorta del fatto che stava producendo un elicottero militare? Com’è possibile che si sia arrivati a produrre decine di migliaia di copie di un prodotto per poi accorgersi che andava contro le proprie regole? La risposta è semplice. Ci sono state proteste da parte di attivisti pacifisti in Germania e c’è stata una raccolta firme sulla rete contro questo set: nessuno dei due eventi ha avuto particolare successo, e la cosa dimostra come le preoccupazioni ‘morali’ riguardo a questo set non siano affatto condivise dalla maggioranza (per non dire dalla quasi totalità) degli appassionati. Lego però si è sempre dimostrata fin troppo attenta alla sua immagine, e in seguito alle polemiche ha preso la sconcertante decisione di cui sopra.

Non è il primo né il più eclatante caso in cui una minoranza rumorosa condiziona la vita e le scelte della maggioranza silenziosa. Viviamo in tempi strani, in cui le battaglie progressiste per la pace, la giustizia e l’uguaglianza debordano sistematicamente in movimenti di carattere reazionario, tutti tesi a mettere a tacere coloro i quali sarebbero responsabili di comportamenti o anche solo di prese di posizione sconvenienti. È quella che ultimamente viene chiamata cancel culture: la pretesa, cioè, che il colpevole del comportamento o dell’opinione riprovevole venga “cancellato”, vale a dire licenziato o comunque allontanato dal suo luogo di lavoro.

Certo, si tratta di due fattispecie differenti: talvolta si pretende di censurare un comportamento, altre volte un’opinione. A renderle simili è la sostanziale indifferenza nei confronti del pronunciamento degli organi di giustizia. Ne La maschera riposta, il mio sito dedicato ai GdR per computer, ho scritto qualche settimana fa un articolo relativo al caso di Chris Avellone, famoso autore di GdR digitali allontanato dall’industria in seguito ad accuse di molestie. Nessuna delle accusatrici ha trascinato Avellone in tribunale: tutte le case di sviluppo in cui egli lavorava, però, si sono immediatamente attivate per allontanarlo. Probabilmente non sapremo mai quanto c’è di vero nelle accuse fatte: è però una certezza il fatto che l’industria ha perso uno dei suoi autori migliori.

Personalmente, resto sempre sconcertato di fronte a questi sviluppi. Io mi definirei senz’altro come un pacifista e come un oppositore di chi molesta le donne (a patto che un fischio per strada non venga considerato molestia, come pensano le nazifemministe): ma non capisco in che modo bloccare l’espressione artistica e le opere dell’ingegno possa aiutare queste cause. Ritirare dal mercato il set Lego di cui sopra rende forse il mondo un luogo più pacifico? In che modo privare Avellone del suo lavoro di scrittore rende le donne più sicure di non essere molestate?

La faccenda potrebbe essere liquidata tirando in ballo la sempre presente tendenza dell’essere umano a tentare la censura verso qualunque cosa ne destabilizzi il pensiero, le convinzioni, le abitudini. È la morsa inevitabile del moralismo. A tutti noi capita di diventare novelli Savonarola quando vorremmo mettere a tacere chi dice cose secondo noi aberranti: e talvolta ci sembra che quello che secondo noi è aberrante debba essere considerato tale da tutti, e che quindi mettere a tacere i profanatori sia una questione pubblica. Quante volte mi viene la gastrite leggendo cosa scrivono Feltri o Travaglio, e quante volte la mia parte ‘moralista’ spera che qualcuno tappi loro la bocca. Invece è giusto e sano che anche loro possano scrivere quello che vogliono, e scendere a patti con il fatto che ci sia gente che pensa certe cose così diverse da quelle che penso io è solo e soltanto un problema mio. Come ha acutamente scritto Ricky Gervais: solo perché ti senti offeso, non è detto che tu abbia ragione. Potremmo anzi allargare il concetto e affermare che se non vieni mai offeso da chi ti circonda, vuol dire che non vivi in una società libera.

Ma facciamo un passo ulteriore. Nella precisa fattispecie di chi si attiva per impedire la produzione di opere dell’ingegno controverse, il problema va al di là della ‘semplice’ morsa del moralismo. La cancel culture è grave perché tradisce in più occasioni, in chi se ne fa portavoce, la mancanza dei più elementari strumenti di lettura della realtà. Agli attivisti sedicenti progressisti che vogliono mettere a tacere scrittori, attori, registi, designer Lego e quant’altro sfugge un clamoroso dettaglio: i prodotti dell’ingegno si muovono su un piano altro rispetto a quello della realtà sensibile, volendo usare un termine filosofico. Un libro è ‘solo’ un libro, un film è ‘solo’ un film, un giocattolo è ‘solo’ un giocattolo. Pensare che sulla base dell’arte che io apprezzo il mio comportamento debba cambiare in termini puramente deterministici è sciocco e primitivo. Noi videogiocatori passiamo ore e ore giocando alla guerra: pensare che questo possa renderci violenti è di un’ingenuità davvero disarmante. Anche perché semmai è vero l’opposto: è proprio sperimentando le realtà estreme tramite la mediazione artistica che si può raggiungere un personale equilibrio. Chi si arrabbia contro il giocattolo guerrafondaio o il comico misogino fa il patetico errore di confondere la realtà con la sua rappresentazione. Dimenticando secoli e secoli di dibattito metafisico e ontologico, come spiega in un famoso sketch il buon Giacomino ai suoi due amici che, in un museo di arte contemporanea, scambiano un estintore per un’opera d’arte.

Gli esiti reazionari a cui giungono i movimenti che nascono progressisti sono interessanti perché ci fanno capire quanto sia radicata, nell’essere umano, la volontà violenta di normare il comportamento e le opinioni dell’altro. Se vogliamo essere liberi, c’è un prezzo da pagare: accettare la libertà altrui. Anche quando questa ci può ferire. Entro certi limiti, ovviamente: ma i limiti li deve stabilire il Codice Penale, non certo un movimento di opinione, per quanto ‘nobile’ esso sia o pensi di essere.


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