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Quel che manca alla scienza è il racconto

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November 1, 2015 by Mosè Viero

Ogni tanto, basta una notizia bomba a far subire alla noiosa routine qualche positivo scuotimento: peccato che a volte lo scuotimento sia tale da far cadere per terra e rimbalzare per ore e ore tutte le parti sporgenti del corpo, soprattutto alcune che non nomineremo per non turbare i benpensanti. In questi ultimi giorni, per esempio, la vita reale e quella virtuale dei social network sono state prese d’assalto al risuonare dell’urlo belluino: “La carne rossa provoca il cancroooooh!”

Il motivo è presto detto: la IARC (International Agency for Research on Cancer), uno dei bracci operativi della World Health Organization, agenzia speciale dell’ONU con sede a Ginevra deputata alla definizione di linee guida per la gestione della salute pubblica, ha inserito la carne rossa non lavorata nel gruppo dei fattori di rischio 2A e la carne rossa lavorata nel gruppo dei fattori di rischio 1. Questo significa che la carne rossa non lavorata è “probabilmente cancerogena”, e che la carne rossa lavorata è “cancerogena”.

Questo è il punto a cui si è fermato il novantanove per cento dei giornalisti, almeno da noi in Italia. La notizia fa più audience se si usano termini apocalittici: soprattutto se la notizia riguarda l’alimentazione, in un momento storico in cui dare addosso alla carne e in generale promuovere stili di vita sedicenti “naturali” suona come irresistibilmente cool. Non è mancato chi ha sottolineato che la carne rossa lavorata è stata messa nello stesso insieme del tabacco, arrivando alla lapalissiana conclusione che “mangiare prosciutto fa male come fumare”.

Proviamo a mettere i puntini sulle “i”. Quel che l’IARC ha realmente affermato è che il consumo eccessivo di carne rossa e di carne rossa lavorata aumenta il fattore di rischio connesso alla comparsa del cancro al colon-retto. Più nel dettaglio: consumare più di 50 grammi al giorno di carne rossa lavorata aumenta il fattore di rischio del 18%, mentre consumare più di 100 grammi al giorno di carne rossa non lavorata aumenta il fattore di rischio del 17%. Attenzione: ad aumentare non è la probabilità di contrarre il cancro, bensì il fattore di rischio. Quest’ultimo è una condizione statisticamente associata a una malattia, ma non una sua causa. La differenza è essenziale. L’assenza del fattore di rischio non comporta l’immunità da una data patologia: si può contrarre il cancro al colon-retto anche se si è vegetariani, proprio come si può contrarre il cancro al polmone anche senza essere fumatori.

È vero che la carne rossa lavorata e il tabacco sono nello stesso insieme: ma l’IARC non si esprime riguardo a quanto una determinata sostanza sia pericolosa, limitandosi a segnalarla come potenzialmente cancerogena. Per avere un’idea delle proporzioni tra i diversi fattori di rischio è necessario ricorrere ad altri studi effettuati dalla stessa WHO. Nell’ambito del Global Burden of Disease Project, per esempio, è stata messa a punto la seguente tabella, che mette a confronto il numero di morti per cancro in un anno e il maggior fattore di rischio connesso a ciascuno di essi (la tabella è stata presa in prestito da un articolo pubblicato sul sito de La Stampa):

iarc_carne

Anche con gli ultimi dati in nostro possesso, possiamo dunque affermare che non la carne rossa ma il consumo eccessivo di carne rossa è comunque infinitamente meno dannoso non solo del fumo ma anche dell’alcol e dell’inquinamento atmosferico.

Con queste informazioni, una persona sana di mente dovrebbe semplicemente concludere che è il caso di non esagerare con il consumo di carne rossa, punto. Un proposito che peraltro può applicarsi a tutti gli alimenti, nessuno escluso: certo, meglio abbondare con le verdure che con la carne, ma nutrirsi solo di sedano bollito avrà conseguenze nefaste proprio come nutrirsi solo di hamburger. Abbiamo la fortuna di avere a disposizione tonnellate di informazioni che spiegano in maniera sufficientemente esaustiva quali alimenti siano più pericolosi di altri, e anche quali tecniche di preparazione siano più pericolose di altre: anche se la WHO non si sbilancia con dati precisi, le sue ricerche affermano con ragionevole certezza che friggere e grigliare, per esempio, può aumentare il fattore di rischio per il cancro indipendentemente da ciò che si frigge o si griglia.

Tutte queste informazioni possono migliorare molto la nostra vita, ma a due condizioni: che siano comunicate con esattezza e che siano accolte con ragionevolezza. Su quest’ultimo punto la faccenda è assai complicata dato che la razionalità non è la dote principale dell’essere umano: soprattutto nelle opulente società del cosiddetto mondo occidentale, è in atto in questi ultimi anni una sorta di sfogo del senso di colpa tramite auto-mortificazione, concretizzata soprattutto nel mettere sempre e costantemente ciò che è (o per meglio dire sarebbe) giusto o sano sopra ciò che è bello o piacevole. Una stratosferica sciocchezza, per quanto mi riguarda: se siamo vivi è per goderci la vita, anche correndo qualche rischio. D’altro canto, ognuno deve essere libero di rovinarsi la vita come meglio crede: ed è decisamente preferibile trovare un senso alla propria esistenza nel tofu o nella soia che non nella militanza nella Lega, per dire.

Quello che secondo me le ultime vicende hanno invece reso evidente è l’urgenza di intervenire sul primo punto: la comunicazione. Soprattutto in Italia, la scienza ha appoggiato la necessità della divulgazione, in questi ultimi decenni, sulle spalle della sola famiglia Angela. Non si può andare avanti in questo modo: se siamo messi così tremendamente male nell’ambito della diffusione del pensiero critico, della razionalità e della conoscenza scientifica, la responsabilità è anche e soprattutto della scienza stessa, del tutto incapace di produrre comunicatori adeguati. Certo, è molto triste il fatto che il cittadino non sappia informarsi adeguatamente da solo tramite i mille mezzi che la contemporaneità gli mette a disposizione: ma sappiamo tutti che solo una piccola parte della cittadinanza è davvero attiva e consapevole. La maggioranza, ahinoi, si beve ciò che le comunicano i grandi mezzi di informazione, punto e basta. In un mondo di leader telegenici e di geni della manipolazione e della semplificazione, è più che mai urgente, da parte del mondo scientifico, l’investimento di adeguate energie nella pura e semplice divulgazione. Se l’IARC dice una cosa e il mondo capisce il contrario, non è solo prova del fatto che il mondo è popolato da idioti, ma anche del fatto che l’IARC non è in grado di comunicare. Non serve a molto fare scoperte eccezionali, se non sai raccontarle.


1 comment »

  1. Nemo says:

    Ogniqualvolta leggo articoli pseudo-scientifici mi rattristo molto dell’ignoranza dilagante, soprattutto se penso che l’Italia ha dato i natali a colui che ha inventato il metodo scientifico, Galileo Galilei.

    È molto facile per gli “scienziati” in cerca di gloria, e molto allettante per i giornalisti animosi di voler scatenare scalpore, tirare fuori numeri e poi affibbiargli un significato.

    Faccio un esempio, perché mi piacciono le cose concrete. Ho visto in TV un tipo che affermava: “la prova che il riscaldamento globale sia dovuto all’emissione di gas derivanti dalla combustione del petrolio risiede nel fatto che non si registravano concentrazioni atmosferiche così alte della CO2 da ormai 500mila anni”. Metto la mano sul fuoco (e anche i piedi) nel sostenere che ci saranno stati innumerevoli ascoltatori che hanno assimilato l’informazione “riscaldamento globale = colpa dell’uomo” senza ragionare sulla qualità dell’informazione. I livelli della CO2 misurati ad un tempo di 500mila anni fa non possono essere usati per sostenere che sia l’uomo artefice del riscaldamento globale, perché semplicemente 500mila anni fa l’uomo non esisteva. È un po’ come sommare le mele con le pere. Il mio esempio (peraltro molto semplice, ma spero che aiuti a veicolare l’idea) va al di là della connessione causa-effetto nel problema del riscaldamento globale, piuttosto vuole dimostrare che i numeri e i fatti scientifici vanno sempre relazionati con criterio perchè è facile cadere nell’affermazione di una frase senza assicurarsi che essa poggi su di una verità comprovata.

    E per definire la validità di questo criterio, bisogna aggiungere un altro passo fondamentale: capire da dove sono usciti fuori questi numeri, le famose “statistiche”. Chi le ha prese, e soprattutto come sono state ottenute. Perché finora non è mai stato dimostrato che esista una prova scientifica, o in altri termini un esperimento scientifico, in grado di confermare la diceria secondo cui la carne è cancerogena.

    I giornali riportano, e la gente appresso gli fa eco, numeri e cifre, grafici a torta e istogrammi senza sapere alcunché sulla qualità dei quei dati. Qualità non vuol dire dati buoni o cattivi: indica semplicemente i criteri con cui sono stati ottenuti, ovvero metodologie, casi di studio, limiti e risultati. Tutti stanno a discutere su numeri e dati che nessuno sa a cosa facciano riferimento. Se io voglio misurare una lunghezza e dico “tre” non sto dicendo niente che abbia un minimo di significato. Devo aggiungere metri, decimetri, ma anche piedi o pollici. Ovviamente è anche importante la coerenza, non posso affermare che una staccionata è alta tre chili.

    Lo stesso vale per i numeri riferiti ai fatti: non posso dire che mangiare un certo alimento aumenti la probabilità di contrarre il cancro del 10%. Bisogna invece affermare: l’esperimento condotto con tali e tal altre metodologie su di un gruppo di individui aventi queste caratteristiche ha prodotti i seguenti risultati…. Risultati che per ovvi motivi di sintesi vengono espressi in numeri. Ma il numero da solo non vuol dire niente, così come non vuol dire niente “questa staccionata è alta tre”. Le misure scientifiche hanno bisogno di un’unità di misura e di una scala: la più comune è quella decimale. Ma anche i pollici vanno bene, l’importante è mettersi d’accordo. Se la WHO mette due sostanze diverse all’interno di una stessa categoria, ma alla fine non quantifica una qualche unità di misura, non sta dicendo nulla di sensato.

    E così l’ignoranza dilaga, tutti (ma proprio tutti, a partire dal blog per arrivare alle testate giornalistiche di grande tiratura) parlano dell’argomento carne cancerogena senza andare a smuovere le acque là dove, invece, una mente scientifica muoverebbe il primo passo d’indagine, chiedendosi: da dove provengono questi dati? Chi li ha presi? Come li ha presi? Perchè è stato deciso di impostare l’esperimento in un certo modo piuttosto che in un altro? E così via.

    Se io riporto un dato per sostenere una mia tesi d’argomentazione senza specificare come è stato ottenuto questo dato, sono semplicemente una persona che farnetica. Almeno, dal punto di vista del metodo scientifico. Dal punto di vista giornalistico probabilmente sto solo facendo il mio lavoro: mettere in giro chiacchiere.

    Nel caso presente si parla di salute, di biochimica e medicina. Ma la stessa cosa si potrebbe applicare benissimo anche alla fisica, e a tutte le altre scienze che riescano a riscuotere un certo interesse mediatico. I giornalisti non capiscono niente di scienza. A volte nemmeno gli scienzati stessi, ma i giornalisti (e l’uomo di strada) non ci capiscono niente sempre.

    E serve a poco dire che la scienza manca di comunicatori: basta andare su amazon per trovare decine e decine di libri su qualsiasi argomento, sia a livello divultagivo che non. Non vorrete mica che il divulgatore venga in casa vostra a sbattervi la scienza infusa in faccia?

    E povero il nostro Galileo….

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