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SOS sinistra, atto II: sui diritti civili, NESSUN DUBBIO!

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February 4, 2016 by Mosè Viero

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Le dinamiche del nostro talvolta stucchevole dibattito parlamentare hanno una caratteristica che non sono mai riuscito a comprendere davvero: la periodica evocazione di una fantomatica “libertà di coscienza” che dovrebbe essere garantita ai rappresentanti della Nazione in occasione di votazioni riguardanti tematiche “eticamente sensibili”. Vale a dire: in determinati ambiti, dovete essere irregimentati e seguire le indicazioni del partito; in altri ambiti potete votare, come direbbero i rappresentanti della Casa delle Libertà secondo Guzzanti, “un po’ come cazzo vi pare”.

Qualcuno potrebbe sostenere che, essendo il Deputato (o il Senatore) rappresentante della Nazione, egli dovrebbe poter votare liberamente in ogni momento: e infatti il parlamentare, secondo la nostra Costituzione (nella fattispecie il mai abbastanza lodato articolo 67), non ha vincolo di mandato, e quindi può tranquillamente votare contro il partito che l’ha portato in aula, ed eventualmente anche abbandonare il partito stesso. Non è un caso che a scagliarsi contro questo articolo, magari evocando impropriamente, a sostegno delle proprie ragioni, il bieco trasformismo dei Razzi e degli Scilipoti, siano i partiti fascistoidi quali il Movimento 5 Stelle: le accolite fondate sul leaderismo parossistico godrebbero infinitamente se la Costituzione stessa sancisse l’obbligo, da parte dei parlamentari, di obbedire ai propri capibastone. Per fortuna non è così.

Purtuttavia, ci sono ambiti in cui, per un partito di sinistra, la direzione possibile è una soltanto: e chi prende la direzione contraria dovrebbe essere automaticamente considerato al di fuori del progressismo moderno. Ecco perché non ho mai capito l’evocazione della “libertà di coscienza” per i temi cosiddetti “eticamente sensibili”: questi temi, che quasi sempre si concretizzano nella scelta di estendere o meno i diritti quali ad esempio le unioni civili, il matrimonio omosessuale, il testamento biologico, l’eutanasia eccetera, sono quelli per i quali la “libertà di coscienza” non dovrebbe avere, per un partito progressista, alcun senso di esistere. Il motivo è presto detto: è proprio nei temi etichettati come “eticamente sensibili” che la direzione in cui si muove il progresso è chiara e univoca.

Mi spiego meglio. In un confronto riguardante ad esempio le ricette economiche per uscire dalla crisi, a ciascuna opzione in campo dev’essere garantita una pari dignità: il sinistrorso radicale potrebbe sostenere che ci vuole una ingente patrimoniale o una tassa sulle transazioni finanziarie, il sinistrorso moderato potrebbe volere un maggior intervento dello Stato sotto forma di nuove opere pubbliche, il liberale potrebbe volere una detassazione del lavoro, e così via. Personalmente, non troverei nulla di strano se in un determinato frangente un deputato eletto per la sinistra si sentisse di sostenere una ricetta economica squisitamente conservatrice: certo, se tutta l’impalcatura ideologica di un partito di sinistra virasse verso il liberismo più sfrenato rimarrei certamente perplesso, ma ci sono circostanze in cui a un problema specifico si deve rispondere con una soluzione specifica. Ma se il confronto riguarda l’estensione di diritti civili, che poi vuol dire la realizzazione del principio costituzionale secondo cui per i cittadini non devono esistere differenze relative al sesso o alla religione o all’orientamento sentimentale, la posizione di chi vuole limitare i diritti prende le forme del razzismo e dell’omofobia. In altri termini: ci sono idee diverse dalle mie ma dignitose, e ci sono idee indegne. In una società civile, l’ìdea razzista e omofoba semplicemente non è accettabile, e quindi, in linea teorica, non dovrebbe nemmeno essere ammessa nella discussione.

“In linea teorica” perché la democrazia deve farsi carico di garantire la libertà di pensiero, anche del pensiero antidemocratico. È uno dei più celebri paradossi del sistema democratico: se la maggioranza dei votanti vuole una dittatura, il governo in carica dovrebbe instaurarla; ma se la instaura, abolisce la democrazia; d’altra parte se non la instaura ignora il volere della maggioranza, abolendo di fatto la democrazia. In genere, il problema viene risolto tramite il sistema della conventio ad excludendum, una buona abitudine che in Italia ahinoi stiamo velocemente dimenticando. Il punto comunque è che non è il singolo partito a dover farsi carico della garanzia della libertà di pensiero: questo problema fa capo allo Stato nel suo insieme. Sul tema dei diritti civili, il partito progressista medierà con le forze politiche omofobe e razziste, perché la politica non è un pranzo di gala e ci si deve sporcare le mani, ma non dovrebbe mai temere discussioni su questi argomenti al suo interno.

La stretta attualità ci mostra, purtroppo, una situazione ben lontana da quella qui appena delineata. Il principale partito (teoricamente) progressista sta conducendo una sacrosanta battaglia in nome dei diritti civili, attraverso un Disegno Di Legge (DDL Cirinnà) che introduce le unioni civili e il diritto all’adozione del figliastro da parte di ciascun contraente (chiamata dai giornali, per fare più paura, stepchild adoption). Lasciamo perdere il fatto che si tratta di un bieco compromesso al ribasso: come abbiamo appena scritto, la politica non è un pranzo di gala e si avanza per piccoli passi. Ebbene, nonostante appunto la timidezza dell’approccio, che bandisce ogni forma di matrimonio omosessuale nonché il cosiddetto “utero in affitto”, ci sono fior fiore di deputati e senatori del PD dubbiosi e titubanti, quando non esplicitamente contrari. Detto più brutalmente: nel principale partito (teoricamente) di sinistra italiano, pascolano allo stato brado branchi di omofobi terrorizzati dall’eventualità che lo Stato smetta di discriminare i suoi cittadini sulla base del loro orientamento sessuale. È la fine che ti spetta quando teorizzi idee come la “vocazione maggioritaria” (copyright Veltroni) o il “partito della nazione” (copyright Renzi).

Brevissimo excursus: è il fatto stesso di etichettare certe questioni come “eticamente sensibili” a rendere plausibili prese di posizione orrendamente retrogade e reazionarie. Caricare una questione di valenze profondamente morali, puntare in altre parole sul sentimentalismo, è il trucco tipico di chi mira a confondere le acque così da poter mettere in atto i suoi disegni autoritari. Vediamo questo meccanismo all’opera, per esempio, ogni qualvolta si parli di aborto: descritto ormai da quasi tutti gli attori in campo come un momento traumatico, anche per chi lo sceglie consapevolmente. Leggete cosa scrive in proposito Maria Turchetto nella sua mitica “Lettera di una vecchiaccia cattiva alle brave ragazze”, scritta nel 2005 in occasione del referendum sulla Legge 40:

Ora avrete senz’altro sentito dire (senz’altro, perché la guardate troppo quella televisione): “l’aborto è comunque una tragedia”. Balle. Lo è soltanto se lo si sovraccarica psicologicamente. E datemi retta: drammatizzano perché vi vogliono male, vogliono farvela pagare, vogliono che vi sentiate in colpa, che soffriate. Non gliela date vinta: è propaganda, credete a me. Dunque sdrammatizziamo. Un aborto non è affatto questo chissaché, col metodo Karman è un interventino da day hospital, niente paura.

Per un politico che prenda seriamente il suo lavoro, tutto dovrebbe essere “eticamente sensibile”, perché ogni problema merita la giusta attenzione: se si fa la faccia contrita solo quando si parla di certi argomenti, potete stare sicuri che la mazzata è in agguato.

Dunque: il partito di sinistra che cerco non ha *nessun dubbio* sui diritti civili. Non ce l’ha sul matrimonio omosessuale, sull’adozione del figliastro, sull’utero in affitto, sull’eutanasia, sul testamento biologico, sull’aborto, sui contraccettivi, sulla fecondazione assistita, sulla ricerca scientifica libera da qualunque laccio e lacciuolo. Anzi, gli esponenti del partito di sinistra che cerco rispondono educatamente a domande su questi temi, ma facendo la faccia scocciata di chi è costretto a spiegare l’ovvio. Perché è *ovvio* qual è la parte giusta e la parte sbagliata della barricata, e per una volta che non ci sono dubbi bisogna urlarlo al mondo. E a chi ci si rivolge con scritta in faccia la preoccupazione per la sorte dei poveri bambini mai nati o con due mamme o due papà (orrore!), bisogna rispondere con una sonora pernacchia.


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