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La passione? Non posso permettermela

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March 21, 2017 by Mosè Viero

Si dice in giro che il sottoscritto apparterrebbe alla categoria professionale delle Guide Turistiche. In effetti il fatto che io passi molte ore ad accompagnare turisti spiegando i monumenti con una licenza appesa al collo farebbe pensare che le cose debbano stare proprio così. Devo però ammettere che sono molti i momenti in cui mi sento a mio agio all’interno della categoria come Speranza si sentiva a suo agio dentro al PD di Renzi. Tanto per fare un esempio, mi sento del tutto estraneo alle battaglie di stampo protezionistico e anti-concorrenziale che mandano in sollucchero gran parte dei colleghi, e che io personalmente trovo completamente fuori dal tempo, oltre che controproducenti. Non è un caso, credo, che queste battaglie ricevano il plauso strumentale dei grillini e dei fascisti: gli alfieri del protezionismo nazionalista, gli stessi che sono anche a fianco dei tassisti, una lobby con la quale non vorrei essere accomunato neanche sotto tortura.

Il terrore della concorrenza va di pari passo con la litigiosità interna: ora la faida è tra guide locali e guide nazionali (non spiegherò i dettagli della divisione perché ho a cuore il tempo e la sanità mentale del lettore), ma prima la guerra era tra guide bersani e guide non bersani (ancora, non chiedetemi di spiegare), e prima ancora tra guide guelfe e guide ghibelline, guide pro-Franchi e guide pro-Bizantini, guide romane e guide barbariche e, nella Preistoria, i graffiti rupestri riportano ampie testimonianze della lotta tra guide Neanderthal e guide Sapiens.

C’è appena stato, però, un evento eccezionale, che ha compattato la categoria come credo mai prima d’ora. Il presidente del FAI (Fondo Ambiente Italiano) Andrea Carandini l’ha sparata talmente grossa che è riuscito a far mettere da parte tutte le divisioni e a far muovere il comparto dei lavoratori della cultura con una compattezza da falange macedone. Ecco le illuminanti parole del Marchese di Sarzano, Patrizio di Modena e Nobile di Bologna, che per nostra sventura ha deciso di passare le sue oziose giornate studiando archeologia anziché, come sarebbe stato più consono per uno del suo inclito lignaggio, giocando a golf.

«Con le Giornate di Primavera [le aperture straordinarie di monumenti e luoghi di interesse storico e paesaggistico gestite dal FAI, ndr], gli Italiani si riappropriano della loro Patria, della loro identità, del lascito degli avi, ritrovando il gusto di affondare le radici in un suolo ben lavorato dal FAI, dopo tanto eradicamento dalle tre dimensioni spaziali e dal tempo unilineare della storia. Luoghi di straordinario interesse vengono narrati, spesso per la prima volta. La narrazione presuppone la conoscenza, l’esposizione dei dati salienti e la passione di comunicare: una passione tipica dei volontari, che alle guide professionali sovente manca».

Dunque il presidente Serbelloni Mazzanti Viendalmare pensa che gli “spiegatori” impiegati dal FAI, che nella peggiore delle ipotesi sono degli sprovveduti qualunque e nella migliore sono studenti di materie artistiche in praticantato, siano più ‘performanti’ delle guide ‘vere’. Perché hanno la passione, che ovviamente manca a chi presta la sua opera per vil denaro.

L’articolo ha provocato una vera e propria rivolta da parte dei lavoratori dei beni culturali, che in Italia sono da sempre svalutati e bistrattati. La reputazione online del FAI è precipitata, e il presidente dal sangue blu ha provato a chiarire il suo pensiero.

«La passione del comunicare è tipica, anche se non esclusiva, dei volontari, i quali la esplicano solamente in alcune occasioni, offrendola come un dono: condizioni ideali per comunicare pienamente, a braccia aperte, con il cuore. Trovandomi sovente in luoghi archeologici mi è capitato di ascoltare molte guide professionali: sono figure fondamentali per la promozione della cultura, che ogni giorno si spendono con competenza e partecipazione, e che tuttavia talvolta possono fatalmente incappare nella routine che si nasconde dietro ogni lavoro ripetuto, faticoso e purtroppo oggi non adeguatamente riconosciuto. Questo intendevo dire e, qualora il concetto non fosse passato, me ne scuso. Nutro il massimo rispetto per le guide professionali e mi auguro che vedano nei volontari attivati in queste occasioni dal FAI, non dei concorrenti, ché ciò non sono, ma dei collaboratori saltuari che si spendono generosamente, con buona volontà e genuino entusiasmo, per la promozione della cultura: questo sta a cuore al FAI, a me e a tutti».

Come diciamo noi in Veneto, pezo el tacòn del buso. Secondo il Duca di Windsurf, la “condizione ideale” per “comunicare pienamente” è offrire la passione “come un dono”. La precisazione ribadisce quanto detto in prima istanza: solo se lavori gratis puoi davvero avere passione, se ti fai pagare stai in qualche modo ‘contaminando’ la tua prestazione.

Ora: già mi produssi a suo tempo in una appassionante disamina riguardo la letalità del volontariato, il suo essere del tutto anti-meritocratico e il suo agire quasi sempre da sostegno alle più bieche logiche capitalistiche. E guarda caso già in quella occasione a fare da spunto era stato il FAI. Questa volta però Carandini ha, in un certo senso, gettato del tutto la maschera, rendendo esplicito un fatto che in realtà i più smaliziati avevano già colto da tempo: la sua organizzazione, senza dubbio la più importante basata sul volontariato dei beni culturali, agisce contro i lavoratori di quel settore, perché trova la sua identità più forte contrapponendo la passione data dal lavoro gratuito all’aridità data dalla routine del lavoro continuativo.

La tesi carandiniana è l’apoteosi dell’ipocrisia, proprio come tutte le filosofie incentrate sulla riduzione e sulla decrescita. Da un lato ti suggerisco che l’uomo deve trovare passione, soddisfazione e felicità al di fuori dei meccanismi avvilenti dell’economia capitalistica; dall’altro, però, eludo la contraddizione data dal fatto che è impossibile muoversi al di fuori di questi meccanismi a meno che non si goda di una qualche rendita. Quindi quello che ti sto dicendo in realtà è: se come me sei ricco di famiglia o se hai accumulato reddito sufficiente in passato, puoi dedicarti alle tue passioni; altrimenti pazienza, ti toccherà lavorare. E se lavori non puoi avere alcuna passione vera, quindi rassegnati: sei solo uno dei tanti schiavi del sistema, affaticato e servo della routine. Gli esempi di miliardari che ci spiegano con calma e soavità le virtù del non-lavoro si sprecano: Beppe Grillo che parla di “decrescita felice” (con quel popò di patrimonio decrescerei volentieri anche io), Carlin Petrini che spiega come consumare milioni per mangiare sano (quando avrò il suo reddito anche io smetterò di andare alla Coop), Domenico De Masi che rivela come combattere la disoccupazione lavorando gratis (ma il libro dove lo spiega glielo devi pagare caro, sennò come fa a spiegarcelo?)

La realtà, cari ricconi annoiati, è un’altra. Si può lavorare, anche tanto, ed essere pieni di passione e di vitalità. Conosco lavoratori che sono riusciti ad appassionarsi ad attività che a me sembrano la quintessenza della noia, tipo la contabilità. E io ho una profonda ammirazione per loro, perché conoscendoli ho scoperto una verità fondamentale: qualunque attività lavorativa può essere dignitosa e invidiabile se la si svolge con talento e dedizione. Questo talento e questa dedizione però hanno un fondamentale prerequisito: che l’attività sia ben remunerata. Perché se non lo è la mia mente sarà troppo impegnata a mettere insieme il pranzo con la cena per potersi dedicare davvero alla sua passione; a meno che io, appunto, non sia già miliardario.

A ben vedere, quindi, la realtà è l’opposto di quella descritta da Carandini e dal FAI. Solo se la mia attività principale è ben pagata posso coltivare davvero la mia passione per essa. E poco importa che ci siano effettivamente tante guide turistiche noiose e poco preparate: in tutti gli ambiti professionali c’è chi riesce di più e chi riesce di meno. Quel che importa è mettere a fuoco il semplicissimo principio di cui sopra: nessuno può dedicare il suo tempo ad affinare le sue potenzialità se questo processo di affinamento non comporta l’ottenimento di alcun reddito.

Se vi convince di più la visione romantica di Carandini e del FAI, sappiate che state lavorando per una società in cui i poveri sgobbano sempre di più mentre i ricchi si crogiolano sempre di più nella loro aulica e colta esistenza, apparentemente priva di bisogni materiali. Certo, ogni tanto la madama vi aprirà le porte della sua villa affrescata e anche voi, umili operai, potrete godere della bellezza. Poi però, quando le Giornate di Primavera finiranno, tornerete subito in riga: d’altra parte gli sfigati come voi, che per vivere devono lavorare, non possono provare una vera passione.


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