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La cultura ci salverà (forse)

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May 29, 2019 by Mosè Viero

Il risultato delle appena concluse elezioni europee può essere guardato da due punti di vista: da quello continentale e da quello nazionale. Il problema è che le due prospettive sono assai più interconnesse di quello che i più ottimisti fra i commentatori vogliono farci credere.

A livello continentale, il risultato è stato ottimo. Il fronte neonazionalista non ha sfondato se non in Italia e in Ungheria; in Francia il Ressemblement National di Marine Le Pen è il primo partito, ma le forze europeiste sommate tra loro sono in netto vantaggio; in Inghilterra ha trionfato il Brexit Party di Nigel Farage, ma i partiti contrari alla Brexit sono maggioritari, e comunque i seggi britannici sono destinati a essere presto redistribuiti tra gli altri Stati membri. In tutti gli altri Paesi, hanno trionfato le forze europeiste: al relativo ridimensionamento dei grandi partiti tradizionali (Popolari e Socialisti) ha fatto da controcanto l’ascesa di nuove forze aperte e progressiste, come i Libdem dell’ALDE, mai così votato in passato, e i Verdi, forse spinti dalle battaglie dei Frìdays For Future.

Il processo di integrazione europea è dunque al sicuro? Secondo molti autorevoli opinionisti lo è. Tra i grandi Paesi fondatori, l’unico in cui monta la marea nera è la nostra Italia: l’effetto sarà nefasto solo per noi, dato che per i prossimi anni non conteremo nulla a livello continentale essendo in netta minoranza. Giusto per capire come siamo ridotti, il nostro primo partito in Parlamento, il M5S, ha così pochi rappresentanti nel suo gruppo europeo da non poter nemmeno configurarsi come schieramento autonomo. La Lega, dal canto suo, è l’unico partito ad avere avuto successo nel gruppo Europe of Nations and Freedom, che potrà contare su 58 deputati su 751. Quando Salvini fa il gradasso dicendo che ora ha il potere di ridiscutere le regole europee sta dicendo una scemenza: il suo gruppo non è mai stato più debole.

Tutto a posto tranne che per noi, dunque? Purtroppo la faccenda è un po’ più complessa di così. L’Italia è uno degli Stati fondatori dell’Unione Europea e ha un peso, sia in termini economici e sociali sia anche in termini puramente simbolici, assai più alto di Paesi come l’Ungheria, la Polonia o la Grecia. Se l’Italia dovesse uscire dall’Unione e dalla moneta unica, siamo sicuri che l’Europa reggerà? Ha senso un’Europa unita senza l’Italia?

Anche se i nostri mezzi di informazione menano il can per l’aia e fanno passare il disastro di domenica come la formazione di un nuovo “Fronte sovranista” con tanti simpatici alleati pronti ad aiutarci, che è una contraddizione in termini, l’ormai effettivo capo del Governo, cioè la Lega, sta già attivandosi per dare un’accelerazione al crollo economico iniziato lo scorso 4 marzo. L’emissario italiano di Putin non fa che dichiarare che sforeremo i parametri, che ce ne fregheremo delle regole, che con la Lira non ci sarà più lo spread; in una intervista è addirittura arrivato ad affermare con la sua consueta nonchalance che gli italiani sono pieni di risparmi su cui mettere le mani. Le scene viste qualche anno fa in Grecia stanno per essere replicate sui nostri schermi: ma l’Italia, come dicevamo, non è la Grecia.

Nell’attesa che il disastro ci travolga o che si riesca miracolosamente a schivarlo per qualche insperato colpo di fortuna, la domanda che dobbiamo porci è: come risalire la china?

Il problema messo plasticamente in luce dal voto di domenica, come peraltro già dal voto dello scorso 4 marzo, è che la maggioranza degli elettori non ha la minima consapevolezza di quello che fa. I sostenitori dello schieramento neonazionalista (Lega, M5S, Fratelli d’Italia) sono in larghissima parte esponenti della fascia di reddito più bassa, cioè quelli che pagheranno più duramente il disastro finanziario e sociale che questo Governo sta preparando. Il sottoscritto e in generale più o meno tutti quelli che hanno il mio livello di cultura e di reddito in qualche modo si salveranno, fosse anche emigrando.

Perché i più deboli hanno votato a favore di chi vuole renderli sempre più deboli? Qualche commentatore ha affermato che in fondo chi sostiene questo Governo vuole semplicemente lo sdoganamento totale e assoluto dell’egoismo, del razzismo, dell’odio: tutti sentimenti che sono sempre più forti nell’elettorato popolare. Magari molti elettori leghisti sanno a cosa si andrà incontro, ma preferiscono rinunciare al benessere pur di affermare la propria identità.

Il tema è molto complesso, ma io ho un’altra opinione. Nelle elezioni europee del 2014, il PD renziano prese il 40,81 per cento dei voti; in quelle del 2009 Forza Italia portò a casa il 35,26. Nelle ultime tre elezioni europee, gli italiani hanno premiato con percentuali simili tre schieramenti che non potrebbero essere più diversi: prima il partito di Berlusconi, affiliato al PPE; poi il Partito Democratico nella sua incarnazione liberal, affiliato al PSE; infine, la Lega neonazionalista affiliata all’ENF. Ovviamente gli elettori non saranno esattamente gli stessi, ma una parte di loro statisticamente lo deve essere: ci sono elettori che hanno scelto prima Berlusconi, poi Renzi e infine Salvini.

Cos’hanno in comune il Berlusconi del 2009, il Renzi del 2014 e il Salvini del 2019? La risposta è molto semplice: hanno in comune la sovraesposizione mediatica. La gran parte dell’elettorato italiano si disinteressa completamente di politica: molti elettori ignari scelgono semplicemente il personaggio più trendy del momento, vuoi perché non sanno bene chi siano gli altri e vuoi perché ci piace stare sul carro dei vincitori ed è probabile che il personaggio più chiacchierato sia anche quello vincente.

Questo però significa che la responsabilità dell’esito delle elezioni è, sostanzialmente, dei mezzi di comunicazione: la televisione e i giornali fino a qualche tempo fa, la rete negli ultimi anni. Il risultato di Salvini è il prodotto di una implacabile campagna di marketing virtuale, tutta ruotante attorno a emergenze inventate (come l’emergenza migranti), per la quale il leader leghista ha speso più di chiunque altro in Europa, grazie anche agli aiuti forniti dalle potenze straniere che cercano di indebolire l’UE per ragioni di strategia politica globale.

Come se ne esce? In due modi. Anzitutto prendendo seriamente di petto il problema della regolamentazione dei social network e delle fake news: il nuovo Parlamento Europeo dovrebbe mettere questa questione al primo punto dell’ordine del giorno, se vuole sperare di sopravvivere ancora in futuro. La diffusione di notizie false e l’incitamento all’odio e alla violenza in rete dovrebbero essere reati puniti con celerità e severità: se lo fossero, la campagna di marketing salviniana sarebbe stata bloccata prima ancora di partire. Purtroppo non è semplice, perché le democrazie liberali devono tutelare la libertà di pensiero e di espressione: ma d’altro canto devono anche tutelare se stesse, tarpando le ali agli intolleranti e agli illiberali. È il famoso paradosso della tolleranza teorizzato da Karl Popper: ci sarà molto da lavorare per venirne a capo.

L’altro punto fondamentale però è la cultura, l’istruzione. Se di fronte alle idiozie che tracimano in rete non si riesce a creare una diga legislativa e penale, ciascuno di noi può mettere in campo una sua arma di difesa personale: la logica, il buonsenso, in ultima istanza la cultura. Non è un caso se a investire nella scuola sono i Governi di impronta liberale e a tagliare sono quelli di impronta illiberale, rossa o nera poco importa: di fronte a una mente aperta e libera non ci sono neonazionalismi che tengano. Basti confrontare i voti nei centri storici con quelli nelle periferie, o i voti in patria con quelli all’estero, dei cosiddetti “cervelli in fuga”.

Fa sempre rabbia quando chi indica questi dati viene subito etichettato come “classista” o come “radical chic”: perché invece il problema dei problemi è questo, e non ci dovremmo mai stancare di sottolinearlo. Ma attenzione: non stiamo dicendo che chi ha studiato vota automaticamente a sinistra. Questa è una sciocchezza. Stiamo dicendo che chi ha studiato assai difficilmente vota contro i suoi interessi. Prima di tutto perché sa riconoscerli. Nelle democrazie liberali che funzionano normalmente, tipo la Germania, ci sono schieramenti dalle idee opposte: ma nessuno di essi lavora per la distruzione dello Stato, come invece sta avvenendo da noi. Nelle democrazie che funzionano, i partiti che vogliono distruggere la democrazia, cioè l’estrema destra e l’estrema sinistra, hanno percentuali da prefisso telefonico: da noi hanno la maggioranza assoluta dei voti. La maggioranza assoluta dei votanti italiani da un lato non ha gli strumenti per riconoscere i propri interessi e dall’altro è facilissimamente manipolabile dai mezzi di informazione. Questa è una rappresentazione drammatica del fallimento del sistema scolastico ed educativo. Anche su questo fronte toccherà lavorare, duramente e a lungo.


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