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Il mondo sta andando a rotoli: passatemi il tè

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December 13, 2016 by Mosè Viero

L’esito del referendum sulla riforma costituzionale, ampiamente previsto, ha provocato le dimissioni del Presidente del Consiglio Matteo Renzi e la formazione di un nuovo Governo, capitanato dall’ex Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. La compagine rimane in gran parte identica alla precedente, e si limiterà con ogni probabilità alla gestione degli affari correnti, nonché a mettere a punto una nuova legge elettorale che porti il Paese alle urne in primavera o in autunno.

Com’era ovvio fin da principio, l’esito del voto referendario ha dato nuovo fiato ai partiti fascio-populisti: la Lega, Fratelli d’Italia, e soprattutto il Movimento Cinque Stelle. Nuovo fiato che dipende non solo dalla capitalizzazione immediata del messaggio anti-sistema portato dal voto, ma anche dalle conseguenze a breve termine delle dimissioni che a quel voto sono seguite. I mesi che ci aspettano avranno il sapore di un film già visto: il nuovo governo, presieduto da un navigato galantuomo, si barcamenerà nel tentativo di portare a termine i già previsti impegni istituzionali dell’Italia, di risolvere le crisi che richiedono intervento immediato (si pensi alla vicenda legata al Monte dei Paschi) e di mettere a punto una legge elettorale che ottenga approvazione almeno parzialmente trasversale. È facile prevedere che la responsabilità di queste scelte sarà presa dal PD e, forse, da pezzi del malandato centrodestra: nel frattempo, i fascio-populisti saranno in campagna elettorale permanente, e additeranno al popolo incolpevolmente disperato il presunto “immobilismo” delle forze responsabili, che verranno disegnate come incapaci di rinunciare alle poltrone o, peggio, come interessate unicamente al vitalizio.

(Parentesi per chi si informa tramite Tze Tze o affini: il vitalizio non esiste più, essendo stato abolito nel 2012. Esiste la pensione, che in effetti maturerà in settembre ma verrà pagata, appunto, all’età della pensione e sarà calcolata col sistema contributivo. Se vi incazzate a morte per questa cosa e non per la vergognosa pensione calcolata col sistema retributivo che prende vostro padre o vostro zio, avete seri problemi).

Nei mesi che verranno, dunque, i partiti “di sistema” avranno una costante riduzione dei consensi, mentre i partiti “anti-sistema” diventeranno sempre più popolari. Le prossime elezioni, indipendentemente da quando e come si svolgeranno, saranno un bagno di sangue.

Cosa fare per salvare il salvabile? Un’idea degna di interesse è quella messa in campo da Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano ed esponente di spicco della sinistra italiana. Dice in soldoni Pisapia: posto che è pieno di elettori di sinistra che per un motivo o per l’altro non voteranno mai per il PD, creiamo un gruppo politico a sinistra del PD disposto ad allearsi con esso per un progetto governativo serio. Così il PD non deve affannarsi a cercare alleanze con Verdini et similia per avere la doppia maggioranza nel nostro dissennato sistema bicamerale che ahinoi dovremo a questo punto portarci sul groppone in omnia saecula saeculorum.

Diciamoci la verità: quella di Pisapia non è esattamente un’idea nuova. Unire la sinistra è un sogno proibito che torna periodicamente in auge da decenni a questa parte. Ha però un elemento di novità: sottolinea il fatto che la nuova compagine per avere senso deve essere governativa, ossia responsabile. Qualcuno infatti ha già ribattuto che se la premessa è l’alleanza col PD, allora tanto vale affidarsi direttamente al PD. La creazione dell’entità politica immaginata da Pisapia avrebbe, in effetti, la conseguenza collaterale di spingere il Partito Democratico ancora più al centro. Però non si può negare che il problema esiste ed è serio: come si sconfiggono i fascio-populisti se al momento del voto la sinistra non vota *tutta assieme* contro di loro? Se non risolviamo questa faccenda, ogni altra strategia verrà vanificata dalla compattezza della falange grillina.

Certo, il vero ‘problema’ della proposta Pisapia è proprio la sua apertura alle alleanze col diverso, che dovrebbe essere un tratto naturale in ogni forza politica responsabile e che è invece qualcosa che tanta parte della sinistra militante semplicemente non può sopportare. Se ti allei col padrone, sei già un traditore del proletariato: la dicotomia non lascia spazio a dubbi. Per spiegarmi meglio, citerò dal blog di Alessandro Robecchi, esemplare paradigmatico della sinistra che per brevità chiamerò ‘irresponsabile’:

Ma poi: ammettiamo che una “sinistra-sinistra” che dice sempre no dicesse sì, e andasse a vedere le carte di questo mirabolante governo senza Verdini ma con Landini (semplifico), cosa porterebbe? Cosa chiederebbe?
Ok, programma di massima. Via la legge sul lavoro scritta da Confindustria. Via il pareggio di bilancio in Costituzione […]. Via la buonascuola e le sue stupide visioni aziendalistiche. Via riforme e riformette fatte per compiacere questo o quel potere o poterino (le concessioni per le trivelle, le banche degli amici, i bonus, le regalie, le nomine, l’occupazione della Rai, i bonifici una tantum al posto dei diritti…).
In pratica si andrebbe a governare con Renzi con il presupposto di cancellare ciò che ha fatto Renzi. […] Davvero pensi che una sinistra-sinistra possa governare insieme a chi ha “vaucherizzato” (pardon) il mondo del lavoro? Davanti a chi non solo ha colpito (articolo 18) ma anche irriso i lavoratori dipendenti? Con chi ha usato il sarcasmo per descriverne la patetica antichità? Con chi ha detto “ciaone” e si è inventato la frase idiomatica “ce ne faremo una ragione” che – ammetterai – suona come un moderno “me ne frego?”. Con chi, per “disintermediare” e cioè per evitare mediazioni e politica, ha sputato in faccia ai corpi intermedi che rappresentano il lavoro flirtando invece con quelli che rappresentano il capitale, la finanza? […]
Riassumo: si chiederebbe alla sinistra-sinistra di andare a sostenere una destra sbrigativa, decisionista e a-ideologica, che penalizza i bassi redditi, non difende i giovani né i ceti medi, che toglie l’Imu anche alle ville dei cumenda, che regala 500 euro ai figli diciottenni sia del notaio che del bracciante. Insomma, lo dico male, che in tre anni ha fatto di tutto – ma di tutto – per aumentare le diseguaglianze, e non per ridurle o attenuarle. In sostanza: è bella la cornice (le varie anime della sinistra che dimenticano il referendum e si ritrovano in pizzeria) ma fa schifo il quadro (una delle due sinistre non è di sinistra per niente e ha fatto molte delle cose che la destra ha sempre sognato di fare, più il tentativo di stravolgimento della Costituzione, che non è un dettaglio). In sostanza si sollecita (nobile intento) l’unità della sinistra con una forza molto forte (il Pd renzista) che di sinistra non è nemmeno lontanamente, ma nemmeno col binocolo.

Diciamoci la verità: il sinistrorso irresponsabile che alberga dentro ciascun progressista va in sollucchero leggendo righe come queste. Perché è tutto vero, sacrosanto e sottoscrivibile. Solo che Robecchi nella sua arringa dimentica, come capita a molti della sua risma, di guardare a ciò che gli succede intorno, o meglio davanti. Come una specie di San Tommaso ubriaco, riesce a guardare solo dietro di sé: è eccezionale nel riconoscere gli errori di chi ha governato, ma non vede gli errori che farà chi sta per governare se non glielo impediamo.

Robecchi e i milioni di sinistrorsi che ragionano come lui sono come uno che sta per essere travolto da un tir e che invece che scansarsi si gira e si lamenta delle buche sulla strada. Se le alternative a Renzi e al PD fossero altre forze politiche ‘normali’ e responsabili, potrei anche starci: comunque vada, si cade in piedi. Potrei anche starci, guardate cosa arrivo a dire, se l’alternativa fosse Berlusconi o qualcosa di simile: e infatti a suo tempo disperdevo allegramente il mio voto in partiti di sinistra privi di qualunque velleità governativa. Adesso, però, l’alternativa è Grillo. E soprattutto: adesso il sistema delle democrazie rappresentative occidentali sta per crollare. È questo il tir che ci sta arrivando addosso: è la Brexit, è Trump, è il prossimo prevedibile trionfo della Le Pen in Francia. I fascisti al governo in Francia e Grillo al governo in Italia vogliono dire una cosa sola: la fine dell’Europa. E la fine dell’Europa vuol dire la fine della democrazia, se non direttamente la guerra.

Il problema, forse, è che tanti sinistrorsi faticano a mettere a fuoco la reale posta in gioco. Non solo sul piano internazionale, ma anche sul piano nazionale: molti sinistrorsi faticano a identificare il Movimento Cinque Stelle con la destra estrema che quel movimento incarna. Per rimanere sulla stretta attualità, guardate questo agghiacciante intervento dell’onorevole Alessandro Di Battista durante una maratona del (sempre sia lodato) Enrico Mentana. Tutto in questo intervento è fascista: i toni, i contenuti, la prosopopea, le neanche troppo velate incitazioni alla violenza.

Qualunque individuo sinceramente democratico, indipendentemente dalle sue idee, deve provare rigetto verso questo modo di fare politica. Perché lo scopo della rappresentanza democratica è gestire la tensione sociale e favorire la soluzione condivisa: chi invece la tensione la solletica e la ingigantisce, sta lavorando per la distruzione della democrazia.

Il problema di Robecchi, forse, è proprio questo: non riconosce il pericolo rappresentato da un partito squadrista e antidemocratico come il Movimento Cinque Stelle. Se avesse chiara la vera posta in gioco che ci sarà alle prossime elezioni, parlare del Jobs Act o della “Buona scuola” gli sembrerebbe un simpatico diversivo per i giorni di pioggia.

Forse siamo ancora in tempo per salvarci, ma dobbiamo introiettare la necessità di lavorare assieme contro il disastro che con grande chiarezza si sta profilando all’orizzonte. Se non lo facciamo, verremo travolti dal crollo della democrazia mentre saremo intenti a dibattere (e a dividerci) sul lavoro, sulla scuola, sull’economia. Tutti temi interessantissimi, ma prima bisogna mettere in salvo le regole del gioco: non so Robecchi, ma io non mi metterei a parlare di voucher con uno che ha in mano una mazza chiodata.


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