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Il metodo Report

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April 19, 2017 by Mosè Viero

Uno dei più grandi problemi della scalcagnata opinione pubblica italiana è la perniciosa abitudine a trasformare chiunque raggiunga un certo meritato successo in un guru pronto a dispensare perle di saggezza su qualunque ambito dello scibile umano. Per certi versi, potremmo dire che anche i consumatori apparentemente più misurati e consapevoli cadono spesso vittima della sindrome dell’uomo forte: una volta individuato un potenziale paladino difensore di un qualche valore ‘alto’, lo portano in trionfo dimenticando di esercitare, nei suoi confronti, il pur minimo spirito critico.

Da questo punto di vista, come anche da tanti altri, il berlusconismo ha fatto danni irreparabili. Chi ha a suo tempo meritoriamente combattuto contro la decadenza e la corruzione dell’amministrazione pubblica sembra entrato, complice appunto il sempiterno e indiscusso appoggio di buona parte del suo pubblico di riferimento, in una sorta di sterile coazione a ripetere: intrappolati nel loro stesso cliché, i giornalisti d’inchiesta e di denuncia interpretano il loro ruolo con rigidità monolitica, nella convinzione che basti essere contro per risultare puliti, coerenti e integerrimi. Mentre tratto essenziale di chi pretenda di osservare e interpretare la realtà è semmai la capacità di valutare ciascuna fattispecie sulla base di ciò che è di ciò che offre, in piena autonomia e senza tesi preconcette.

Il problema è amplificato dal fatto che ultimamente c’è anche una forza politica che fa della demolizione distruttiva il suo tratto più caratterizzante: ed è la forza che, con ogni probabilità, vincerà le prossime elezioni. Il combinato disposto tra il cosiddetto giornalismo d’inchiesta e l’incombere dell’imminente governo grillino è facilmente prevedibile: i guru che ai tempi del berlusconismo incarnavano la volontà di affrancarsi dal sistema di potere corrotto e reazionario si stanno lentamente trasformando nella cassa di risonanza del grillismo, nell’ottica del riposizionamento che risponde in pieno alla logica italiota della spartizione del potere. Gli esempi si sprecano: si pensi al gruppo di giornalisti che gravita attorno al Fatto Quotidiano, ma anche a certi esponenti della scuderia Rizzoli, al canale televisivo La 7. Infine, si pensi a Report: una trasmissione televisiva culto della sinistra militante, descritta come esempio di rigore investigativo ed etica professionale, che è in realtà, già da molti anni, un ricettacolo di approssimazione e di letale qualunquismo, così perfettamente in linea con la visione del mondo grillina da aver dato vita, qualche tempo fa, alla demenziale candidatura della sua conduttrice a Presidente della Repubblica.

Eppure, anche i più esperti nell’auto-definirsi rigorosi e imparziali ogni tanto fanno qualche errore. Nella sua ultima puntata Report, la cui direzione è passata da poco da Milena Gabanelli a Sigfrido Ranucci, ha spinto la sua disinformazione decisamente troppo in là, confezionando un’inchiesta sui vaccini (in particolare su quello anti papilloma virus) che si è configurata come un assist per tutti quegli ignoranti psicopatici che non vaccinano i bambini e che stanno riportando in vita malattie letali che si pensavano sconfitte ormai da decenni. In Italia la situazione è, da questo punto di vista, particolarmente grave: basti pensare che recentemente gli USA hanno inserito l’Italia tra i paesi a rischio per i viaggi all’estero a causa dei ripetuti focolai di morbillo verificatisi nel nostro territorio. L’anti-vaccinismo, d’altro canto, è una delle tante facce dell’ignoranza in materia di scienza e medicina che com’è naturale attecchisce anzitutto nei luoghi nei quali l’educazione scientifica scarseggia: quale luogo è più adatto al nuovo oscurantismo della nostra Italia, dove ancora imperversano i pregiudizi di crociana memoria sulla superiorità della cultura umanistica sulla cultura scientifica e tecnica?

Oggi molti commentatori sui social danno la colpa del danno incalcolabile fatto dall’ultima puntata di Report alla sua nuova dirigenza: ah, Milena mai e poi mai avrebbe consentito una cosa del genere! Ma per somma cortesia. Chiunque sia un minimo onesto intellettualmente deve riconoscere che Report sguazza nel solleticare gli istinti più bassi del suo pubblico da anni e anni. Ecco una lista senz’altro incompleta delle peggiori nefandezze compiute da Gabanelli & co.
OGM: Fin dal lontano 2002 (inchiesta Fuori controllo) e poi a più riprese fino al 2014 (puntata Il segreto sul piattoReport semina dubbi e leggende metropolitane sulla pericolosità degli OGM, in realtà assolutamente sicuri e anzi fonte primaria ed essenziale di sostentamento per molti Paesi in via di sviluppo (per una inchiesta seria sul tema, rivolgersi a Presa Diretta).
– Sempre in tema di cibo, due ficcanti inchieste del 2014 (Non bruciamoci la pizza Espresso nel caffè) si scagliano contro le due principali fonti di avvelenamento quotidiano degli italiani: la pizza e il caffè. I reportage sono talmente ridicoli da venire poco dopo sbeffeggiati financo da Maurizio Crozza, tra i maggiori fan della Gabanelli. Più avanti, una inchiesta se la prende con le temibili brioche surgelate vendute dai bar: epica la scena in cui il giornalista Bernardo Iovene si scandalizza perché un caffè in piazza San Marco a Venezia gli dà un cornetto surgelato. Uuuuh! Lo scempio sta continuando per opera di Sabrina Giannini, giornalista di Report che da qualche tempo ha un programma tutto suo (Indovina chi viene a cena) nel quale spiega come praticamente ogni cibo industriale sia potenzialmente letale, all’insegna del “com’erano sani i cibi della nonna!”
– Nel 2011, una inchiesta dal titolo Il prodotto sei tu si scaglia contro i social network, in particolare Google Facebook. La scoperta è sensazionale: questi sistemi in teoria gratuiti guadagnano mostrandoci pubblicità sulla base del nostro profilo virtuale. Wow! Fatemi subito cancellare tutti i miei profili e tornare ai buoni, vecchi segnali di fumo.
– Nell’inchiesta Gli insaziabili del 2012 la Gabanelli bastona Antonio Di Pietro, segnando all’atto pratico la fine della sua carriera politica, sulla base del fatto che l’ex magistrato sarebbe stato in possesso di 56 immobili acquistati con soldi guadagnati chissà come. Ma è tutto falso: si tratta in realtà di 56 particelle catastali riguardanti 11 immobili, inclusi quelli ereditati dalla famiglia e intestati a figli e altro parentado. Che poi diciamolo: a condannare Di Pietro all’oblio eterno non bastavano Razzi e Scilipoti?
– Da sempre fiancheggiatore dell’animalismo e dell’ecologismo ignoranteReport si è apertamente schierato contro la sperimentazione animale (Uomini e topi, inchiesta del 2004), ha dato il via all’irrazionale fobia nei confronti dell’olio di palma (Che mondo sarebbe senza, inchiesta del 2015) e infine, in una puntata dedicata al massacro dell’azienda Moncler (Siamo tutti oche, 2014), ha rivelato al mondo una scioccante verità: i piumini con piume d’oca hanno dentro *vere piume d’oca*. Dove andremo a finire?
– Nell’inchiesta Confronting the evidence del 2006 la Gabanelli arriva a schierare la sua redazione e di riflesso l’intera tv pubblica a fianco dei complottisti dell’11 settembre, mettendo assieme un servizio che mischia i legittimi dubbi sulla cosiddetta ‘versione ufficiale’ con le teorie più deliranti che girano per il web.

Complottismo, tecnofobia, antiscientismo, nazi-animalismo, qualunquismo anti-casta: alla ricetta del giornalismo Report-style non manca nulla. La faccenda si fa peraltro ancora più interessante quando si passa dai contenuti al metodo. Pur di confermare in ogni modo la propria tesi preconcetta, in genere la tesi che il loro pubblico vuole sentirsi dire, i giornalisti di Report sono pronti a tutto: montaggi sbarazzini, suggestioni grafiche e sonore, interviste ‘rubate’ o insistentemente richieste come se fossero un qualcosa di dovuto a prescindere. Quest’ultimo è un punto fondamentale e per quanto mi riguarda segna la vera differenza tra il giornalismo cialtrone e quello serio: complice la deriva populista delle inchieste televisive, ci stiamo dimenticando che nessuno è tenuto a rispondere a qualcuno che non sia un magistrato. Se qualcuno mi chiede un’intervista, decido io se quando darla: e sono anche liberissimo di mettere tutte le condizioni che preferisco. Se l’intervistatore è una persona seria, anziché lamentarsi del fatto che mi sono fatto desiderare o che non ho voluto essere ripreso mi ringrazierà comunque della disponibilità, perché nessuno ha l’obbligo di farsi intervistare, neanche da Report. Se il giornalista vuole conferire con qualcuno che non se la sente, dovrà farsene una ragione e trovare un altro modo per proseguire l’inchiesta, non inseguire il malcapitato quando esce dal barbiere. Ma stiamo scherzando? Quando è passata la legge che ci obbliga tutti ad andare in televisione a parlare se l’ha deciso un giornalista di Report? In occasione della messa in onda dell’inchiesta La trattativa del 2015 il bersaglio principale della puntata, l’ENI, ha deciso di non stare alle regole del gioco imposte da Report: si è sottratta a ogni intervista e ha replicato punto per punto durante la trasmissione con appositi post nei social network. È una strategia interessante, che dovrebbe essere fatta propria da chiunque trovi quantomeno anomalo il giornalismo d’assalto “alla Gabanelli”: la violenza populista non va accettata, perché la razionalità finisce sempre disarmata davanti ai metodi “di pancia”.

Ridotto ai suoi termini essenziali, il metodo Report è del tutto simile a quello usato da trasmissioni spazzatura come Striscia la notizia Le Iene: a mancare è solo la componente pseudo-satirica. La puntata sui vaccini è stata forse la goccia che ha fatto traboccare il vaso: se qualche fan della Gabanelli sta cominciando a rendersi conto di quanto poco compatibili con la convivenza civile siano certi modi di fare giornalismo, quella puntata avrà forse qualche effetto positivo e non solo le terribili conseguenze provocate da chi si permette di giocare con la vita delle persone per fare uno scoop in più.


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