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Il “dolce declivio” tra identitarismo e individualismo

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November 16, 2015 by Mosè Viero

Quando qualche mese fa il grande Umberto Eco disse che l’internet ha dato diritto di parola agli imbecilli, si riferiva precisamente a quel che stiamo osservando in queste ore drammatiche. Legioni di figuri dal cervello insonorizzato inondano la rete di odio e irrazionalità, proponendo come soluzione all’immane problema del terrorismo una sorta di cura omeopatica: diventiamo come loro e non avremo più la necessità di combatterli. L’impegno con cui molti dotati della dose minima di senno cercano di controbattere o di prendere in giro è mirabile, ma non bisognerebbe mai dimenticare l’aforisma attribuito a Oscar Wilde che afferma: «Non discutere mai con un idiota: ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza». In altre parole: l’idiota ti costringe a volare basso. Ogni tanto facciamolo, ma cerchiamo di spendere la maggior parte del nostro tempo volando alto: farà bene a noi e a chi ci circonda. Il modo migliore per rispondere all’odio è isolarlo, costringendolo al monologo: e chi monologa senza essere su un palcoscenico fa sempre un po’ la figura del cretino.

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Certo, volare alto non è facilissimo. La violenza che sta esplodendo nel nostro mondo è la conseguenza di eventi complicati finanche da descrivere, figuriamoci da interpretare. Anziché tentare una qualche lettura globale del fenomeno IS, compito che preferisco lasciare a chi studia il Vicino Oriente almeno da vent’anni, mi produrrò in una riflessione che sento particolarmente vicina alle mie corde di cittadino del mondo convinto che la chiave della convivenza civile stia nel razionalismo e nell’umanesimo individualista.

Pochi commentatori, mi è parso, mettono nella giusta evidenza un punto centrale nella parabola di ascesa del cosiddetto Stato Islamico: il ruolo delle rivolte chiamate “primavere arabe”. È la degenerazione della rivolta ‘arancione’ contro il dittatore siriano Assad che, assieme all’anarchia in cui è precipitato l’Iraq dopo le note “missioni di pace”, rende fertile il terreno per l’ascesa del Califfato: una degenerazione dovuta soprattutto alle infiltrazioni, nella lotta tra ribelli e lealisti, della longa manus di Arabia Saudita da una parte e Iran dall’altra, i due colossi della politica del Vicino Oriente. Per chi volesse approfondire, suggerisco caldamente la lettura di questo articolo sul sito della rivista East Magazine, pubblicato peraltro prima delle stragi parigine.

Quel che mi pare interessante è che la “primavera araba” è degenerata in molti Stati e non solo in Siria: anche dove inizialmente l’obiettivo sembrava raggiunto e i media occidentali salutavano la ritrovata democrazia o perfino la ritrovata laicità, si è verificato un prevedibilissimo riflusso. In Egitto, per esempio, alle elezioni post-rivoluzione la vittoria viene assegnata ai Fratelli Musulmani, partito islamico ultra-conservatore (peraltro successivamente deposto e messo fuori legge da un colpo di stato militare).

Ricordo benissimo la mia reazione a suo tempo: ma come, prima fate la rivoluzione per cacciare il dittatore cattivo e poi votate ‘sta roba? I Fratelli Musulmani possono essere paragonati, con tutte le cautele del caso, alla nostra Casa Pound: un partito che formalmente rinuncia alla lotta armata e accetta il meccanismo della democrazia, ma che afferma al contempo nei suoi manifesti, senza troppi giri di parole, che se fosse al potere la democrazia la calpesterebbe e di fatto la abolirebbe. Nella fattispecie, il testo politico alla base dell’azione dei Fratelli Musulmani, risalente agli anni Cinquanta (Pietre Miliari di Sayyid Qutb, detto anche il Marx dell’Islamismo politico), è oggi considerato una specie di vademecum del perfetto fondamentalista e può facilmente essere messo in relazione dialettica con le azioni sia di Al Quaeda sia del Califfato.

Anche tralasciando i minus habens che pensano di combattere il terrorismo brandendo un crocifisso, è difficile che un cittadino del mondo occidentale possa ritenere accettabile un partito come i Fratelli Musulmani. Eppure accettiamo senza problemi, quando andiamo a votare nella nostra avanzatissima società, che nelle liste ci siano, appunto, Casa Pound o la Lega di Salvini: partiti altrettanto incompatibili con le più elementari norme della convivenza civile tra persone di idee e stili di vita differenti.

Certo, la religione è utilizzata spesso come arma dialettica da Salvini o dai fascisti della Tartaruga: eppure, se dovessimo sommariamente descrivere questi due partiti, credo che nessuno li caratterizzerebbe come partiti religiosi. Ed è proprio qui che volevo arrivare: il centro di tutto l’ur-problema rappresentato dal terrorismo islamico non è la religione. Il terrorismo islamico non è, almeno in prima istanza, la degenerazione dell’Islam: è la degenerazione dell’identitarismo.

Questo termine, utilizzato talvolta in relazione al populismo di destra che miete successi nell’Europa degli ultimi anni, definisce la posizione in antitesi con l’umanesimo individualista. All’adepto dell’identitarismo non interessa l’individuo in quanto tale, ma in quanto parte di un gruppo: ed è tipico soprattutto delle società deboli e instabili economicamente regredire dal concetto di individuo al concetto di clan, spostando l’attenzione dai diritti soggettivi ai diritti identitari, ossia connessi alla persona solo in quanto definita da una identità stabilita aprioristicamente, di solito sulla base di appartenenze etniche o culturali. Il Califfato si basa sulla religione perché nella fattispecie in cui si trova a operare la religione è il collante identitario più forte e più semplice da utilizzare: ma la sua forza vera è che dà ai suoi adepti la possibilità di sentirsi parte di un gruppo forte, in grado di assicurare sia una identità filosofica sia il mutuo soccorso e l’assistenza reciproca che solo il clan è in grado di offrire.

Solo riconoscendo questo meccanismo si possono riconoscere gli equivalenti dell’IS nella nostra società, equivalenti che hanno, come dicevamo prima, una connotazione solo marginalmente religiosa. Mettere a fuoco questo aspetto è fondamentale perché rende immuni dall’errore fatale che si può fare in casi come questi: confondere l’eversione di stampo identitario con la più evidente delle sue componenti, in questo caso la religione. Proprio come sarebbe assurdo trattare come fascisti tutti coloro che si professano cristiani sulla base dell’assunto che Salvini si dice cristiano, così è assurdo considerare terroristi (o potenziali terroristi) tutti i musulmani sulla base dell’assunto che l’IS si dice musulmano. Spiegare che i morti causati dall’IS sono anzitutto musulmani è utile ma non colpisce il cuore del problema: qualunque istanza, anche non religiosa, può diventare strumento di morte nel momento in cui diventa identitaria. Più semplicemente: se riconosco la mia identità in un unico e inamovibile fazzoletto di terreno ideale anziché in innumerevoli direzioni talvolta contraddittorie, sto già preparando il terreno alla violenza, perché sto già affermando che l’ideale produce l’individuo e quindi viene prima dell’individuo stesso.

Lo sbandamento è dietro l’angolo in casi come questi, perché molte persone che si battono per la laicità non vedono l’ora di dar contro alla religione. Ecco il discutibile contributo pubblicato su Facebook da un circolo UAAR, l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti di cui anche io faccio parte, poi prontamente rimosso in seguito alle polemiche.

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Affermazioni come queste sono, oltre che del tutto incompatibili con una associazione che si dice razionalista, completamente prive di senso e di logica: la colpa dei morti è di chi li ha ammazzati e di chi ha organizzato e aiutato gli uccisori. Coinvolgere nella colpa qualcun altro per motivi ideali è la quintessenza del populismo identitario: noi siamo gli atei, voi siete i religiosi, ergo noi siamo innocenti e voi colpevoli.

Come rifuggire dall’identitarismo e dalle sue pulsioni di morte, dunque? Qui da noi la risposta è abbastanza semplice: sostenendo partiti e movimenti che pongono l’accento sulla complessità e sulla contraddittorietà anziché sul dualismo noi/loro. Nella società del Vicino Oriente, la faccenda è decisamente più complessa. L’ingenuità maggiore che l’intellettuale europeo compie quando guarda al di fuori della sua realtà è applicare i meccanismi domestici nell’altrove. Eppure, non dovrebbe essere difficile da capire: se anche nella nostra società pasciuta e relativamente pacifica è complicato aderire all’umanesimo individualista, figuriamoci se può essere possibile sostenerlo in una società devastata come quella irachena, siriana, iraniana. Nella devastazione, l’identitarismo è l’unico sostegno alla vita possibile: l’umanesimo individualista è concretamente praticabile in massa solo nelle società pacificate. Torniamo ai Fratelli Musulmani: se le due opzioni in campo sono il Califfato e la vittoria dei Fratelli Musulmani alle elezioni, quale delle due scegliereste? Se rispondete “nessuna delle due”, attenzione: implicitamente, state affermando che ve ne lavate le mani e che quindi state lasciando campo libero all’opzione più violenta.

La naiveté forse più clamorosa incarnata dai movimenti pacifisti e in generale da certa sinistra è proprio questa: pensare che in società lontanissime dalla nostra si possa ‘trapiantare’ il nostro umanesimo individualista, senza alcun passaggio intermedio. Come se decine di migliaia di musulmani che in vita hanno conosciuto solo l’Islam radicale possano improvvisamente diventare credenti moderni e secolarizzati come Nichi Vendola o Ignazio Marino.

In realtà, la radicalizzazione dell’identitarismo di stampo islamico si deve anzitutto all’assenza di un credibile identitarismo ad esso alternativo. In altri termini: il musulmano è portato a radicalizzarsi perché l’Islam ‘moderato’ è debole, frammentato, incapace di innalzarsi a clan e di prodursi in azioni di forza degne di nota. Se questo succede, è anche per colpa nostra: soprattutto sui mezzi di comunicazione, il mondo occidentale bolla come ‘estremista’ qualunque movimento o partito islamico che non riconosca, per esempio, la laicità dello Stato e che abbia in statuto la sharia. In linea di principio è giusto: ma la politica non è sempre un pranzo di gala. Pensare che nell’Iraq o nella Siria dei nostri giorni nasca dal nulla un partito islamico moderno è semplicemente assurdo: bisogna accettare l’idea che si deve avanzare per piccoli passi. Come l’evoluzione della specie umana è stata un percorso lunghissimo e accidentato, altrettanto si può dire del percorso che ha portato, in occidente, alla nascita e all’affermazione del concetto di laicità. Bisogna scommettere sull’irresistibilità del “dolce declivio”, come direbbe Dawkins: prima sosteniamo i Fratelli Musulmani, che almeno accettano l’idea che si possano organizzare delle elezioni, e magari li aiutiamo a mettere all’angolo Al Quaeda e affini; a quel punto saranno naturalmente sorti schieramenti più avanzati dei Fratelli Musulmani, e saranno quelli che andranno sostenuti. E così via.

Intendiamoci: sono perfettamente d’accordo con chi addita le responsabilità specifiche della religione. Invitando alla sospensione del pensiero critico e alla fiducia cieca nell’autorità o nel testo sacro, la religione crea, anche nelle sue incarnazioni più moderate, il “brodo di cultura” perfetto per la violenza estremista. Nulla come la religione riesce a dare una cornice nobile a gesti infami: l’aveva capito già Voltaire quando affermava che «coloro che ci inducono a credere a cose assurde possono indurci a commettere atrocità». Ma è una faccenda posta su un piano diverso rispetto al problema dell’identitarismo. E confondere le due questioni può farci commettere sbagli tragici: per esempio, pensare che i musulmani che vivono pacificamente con noi siano in qualche modo collegati con gli eventi di Parigi. Non lo sono affatto. Almeno, non lo sono più di quanto ogni nostro amico cristiano sia collegato con gli attentati organizzati da Breivik in Svezia nel 2011. Non permettiamo alla laicità di trasformarsi in un’arma identitaria, o diventeremo anche noi atei e agnostici una fazione nella guerra per la distruzione dell’umanità.


2 comments »

  1. Nemo says:

    Osservando gli avvenimenti recenti con una lente razionale, la prima domanda che mi sovviene è la seguente: perché gli USA, e gli stati europei appresso, combattono guerre in Oriente da ben venticinque anni?

    Noi “uomini bianchi”, noi “uomini civilizzati e progrediti dell’Occidente”, non abbiamo mai fatto mente locale che siamo complici del gioco politico americano da ben un quarto di secolo? E anche più, purtroppo.

    Il terrorismo del XXI secolo è equivalente alla guerriglia spagnola contro il dominio napoleonico. I partigiani italiani contro i soldati nazisti. La guerra delle truppe regolari contro quelle irregolari, per dirla in termini militareschi. E gli irregolari hanno sempre vinto, o quantomeno contrastato efficacemente, i regolari. E allora perché non si fanno combattere sempre gli irregolari, in maniera tale da avere ogni volta la vittoria assicurata? Perché gli irregolari insorgono solo quando un paese diventa inerme di fronte ai suprusi di un invasore tiranno.

    Sono ormai venticinque anni che in Oriente persone povere, per lo più analfabete o dotate comunque di una misera istruzione, vivono in un mondo molto distante dal nostro, in cui ad intervalli più o meno regolari compaiono uomini in divisa solerti nel coprire i loro territori di bombe e a riempire i corpi dei loro figli di proiettili. Credo che sia normale essere giunti all’attentato di Parigi.

    Venticinque anni di odio gratuito, fomentato per ingrassare gli interessi di oltreoceano, ci hanno ripagati della nostra idiozia di europei divisi e invidiosi l’uno dell’altro.

    La religione gioca il ruolo di catalizzatore: le persone povere culturalmente si fanno assoggettare più facilmente se gli si parla di religione. Una questione che è risaputa fin dai tempi dei filosofi greci. Agli gli occhi delle menti illuminate, la religione appare solo come uno strumento politico. Ma come è possibile che un musulmano dell’ISIS odi un francese che abita a svariate centinaia di chilometri di distanza?

    Perché siamo stati noi che siamo andati a casa loro a portargli la guerra. La responsabilità dell’attentato di Parigi è tutta dei nostri governi.

  2. Un piccola "nota critica" says:

    Mah, i Fratelli Musulmani non penso proprio possano essere paragonati a Casa Pound o alla Lega ma semmai alle frazioni più estreme di Forza Nuova, in quanto entrambi propongono discorsi chiaramente omofobi,una versione oscurantista e reazionaria della religione e molti altri punti in comune.
    Casa Pound, al di là dello stereotipo che ne danno certi media o che ha in mente il cittadino medio di sinistra, è un movimento un pò diverso, certamente da criticare e contrastare ma certamente non come forza nuova o fratelli musulmani essendo molto più inclusivo e aperto(si pensi agli incontri che organizzano con esponenti di sinistra e a quello con Paola Concia, che fu attaccata da certi “antifascisti”, in modo anche velatamente omofobico, per il fatto di aver deciso di confrontarsi con la diversità di pensiero) .

    Per il resto, orse il problema non è l’identitarismo(concetto vago e utilizzato per cose diverse e ad esempio,xd, difendere la tradizione “identitaria” dei prodotti tipici e locali non ha mai fatto male a nessuno) ma il dogmatismo dato dall’adesione incondizionata all’ideologia, e questo vale sia per gruppi di destra che di sinistra,fascisti/comunisti,religiosi/laici e via dicendo…

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