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Il ballottaggio degli indifferenti

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June 11, 2015 by Mosè Viero

L’imminente ballottaggio per la carica di Sindaco tra Luigi Brugnaro e Felice Casson a Venezia, in programma domenica 14 giugno, offre ottimi spunti per riflettere su quello che secondo me è uno dei grandi problemi del discorso politico contemporaneo: la de-ideologizzazione, o per meglio dire l’indifferenza ai valori.

cassonbrugnaro

Negli anni del grande risveglio politico delle masse, i Sessanta e i Settanta del secolo scorso, assumere una posizione politica chiara rispetto ai grandi temi, quali ad esempio la pace e la guerra, l’organizzazione dell’economia globale o i diritti civili, era obbligatorio e in un certo senso quasi automatico. Il riflesso condizionato portava anche a esiti in un certo senso paradossali: la presa di posizione a favore o contro determinate istanze era la premessa necessaria a ogni ragionamento, anche quelli apparentemente slegati dalla contingenza. Chi studia su saggi scritti in quel periodo percepisce immediatamente l’onnipervasività del dibattito sui valori, a prescindere dal tema del saggio stesso. Un esempio che mi è rimasto particolarmente impresso è il Ritrattino di Kant a uso di mio figlio di Massimo Piattelli Palmarini: uno si aspetterebbe di trovarvi dentro una trattazione su Kant, mentre una buona metà del libro è incentrata su Marx e sul dibattito riguardo l’organizzazione dei grandi sistemi produttivi. Nell’introduzione alle recenti ristampe è lo stesso autore a mettere le mani avanti e a srotolare l’enigma: in quegli anni, scrive il Massimo, bisognava continuamente spiegare perché si era o non si era marxisti.

Nella contemporanea società liquida, dove secondo la celebre lezione del sociologo Zygmunt Bauman l’individuo è preoccupato soprattutto dal suo riuscire a essere un buon consumatore, abbiamo risolto il problema dell’ideologizzazione permanente approdando sulla sponda opposta: quella dell’indifferenza totale e assoluta ai grandi valori attorno a cui dovrebbe organizzarsi il dibattito politico. Ormai i candidati ai posti di potere non solo locali ma anche nazionali evitano accuratamente di prendere posizioni nette sui grandi temi, oppure, che è la stessa cosa, prendono una posizione identica o comunque indistinguibile: e l’elettore, dal canto suo, si vanta di esercitare il suo voto ignorando gli schieramenti classici, come se questo desse automaticamente un valore maggiore alla sua scelta. L’indifferenza, dunque, può essere sia dall’alto, ossia emanante dal candidato, sia dal basso, ossia emanante dall’elettore.

La de-ideologizzazione si presenta con sintomi molto facilmente riconoscibili. Eccone un paio di esempi per ognuno dei due tipi, corredati dalle concretizzazioni connesse col ballottaggio veneziano.

Due sintomi dell’indifferenza dall’alto
1. Qualunquismo
“Non siamo né di destra né di sinistra”: l’indifferente si vanta di esserlo, perché secondo una tesi bislacca, ma avvalorata anche da grandi opinionisti e intellettuali, chi non perde tempo a dibattere sui massimi sistemi sarà più efficiente nelle misure concrete. Che è un po’ come dire che senza perdere tempo a imparare a camminare si può correre più velocemente. (A Venezia, il “né di destra né di sinistra” è lo slogan di Brugnaro, che in realtà è di ultra-destra, come sempre è chi adotta questo motto).
2. Identità di posizioni
Un politico di razza deve farsi portatore delle sue idee e trascinare gli elettori dalla sua parte. Ma costa troppa fatica: meglio allora appurare tramite sondaggio quali sono le idee della maggioranza degli elettori e appiattirsi su di esse. Il risultato è che determinate posizioni sembrano le uniche possibili, essendo sostenute dalla quasi totalità dei candidati e, di conseguenza, dalla quasi totalità dei mezzi di informazione. (A Venezia, Casson ha arruolato tra i suoi futuri consiglieri Francesco Giavazzi, economista ultra-liberista; sempre Casson ha dichiarato che non è disponibile a farsi carico di altri immigrati richiedenti asilo, come un leghista qualunque).

Due sintomi dell’indifferenza dal basso
1. Finto pragmatismo
“Sì, ma se viene eletto cosa farà esattamente riguardo alla questione x?” Quante volte abbiamo sentito questa domanda da un giornalista o da un cittadino verso un aspirante politico? Qualche candidato cerca magari di volare alto, ma il pubblico lo riporta immediatamente coi piedi per terra: come se il ruolo di un politico fosse lo stesso di un tecnico chiamato a riparare un guasto. Hai di fronte magari l’incarnazione del razzismo o dell’omofobia e ti preoccupi di chiedergli che marca di lampioni ha intenzione di usare quando verrà eletto: complimenti. (A Venezia, ci sono gruppi di cittadini che chiedono ai due candidati impegni su questioni volatili e contingenti, oppure che chiedono a gran voce la lista degli assessori prima del ballottaggio: ma se hai bisogno di sapere gli assessori per scegliere tra due personaggi così diversi, c’è qualcosa che non quadra).
2. Riduzionismo meccanicistico
“Questo partito non raggiungerà mai la soglia di sbarramento, meglio quest’altro”. Ci sono elettori che riducono la politica ai suoi meccanismi di base: non scelgono in base ai propri valori ma in base a calcoli meta-politici, come se si trattasse di vincere a un gioco di società. Ecco allora gli appelli al cosiddetto “voto utile” (come se ci fossero voti inutili), oppure gli scontri tra partiti sconfitti che si accusano reciprocamente di essere responsabili della sconfitta altrui (si vedano le accuse del PD ligure verso i dissidenti). Si è terribilmente riduzionisti anche quando si vota un partito solo perché ha fatto una singola cosa buona: nessuna azione contingente potrà mai essere più importante di un intero sistema di valori. (A Venezia, c’è chi proclama orgoglioso che voterà Brugnaro solo perché il PD comanda da sempre e c’è bisogno di alternanza: che è un po’ come dire che dopo cinquant’anni di democrazia rappresentativa si deve dare una chance anche alla dittatura).

L’indifferenza ai valori è letale perché i grandi valori sono il solo e unico antidoto contro gli assolutismi. Quando si vive in una società relativamente pacifica e prospera come la nostra è facile dimenticare che l’assolutismo è costantemente in agguato: infatti chi parla dei rischi di fascismo sembra sempre più irrimediabilmente demodé, come se fosse una questione ormai superata, un problema d’altri tempi. La sensazione di essere comunque al sicuro dalla violenza e dal sopruso porta ad allentare la guardia: ma la Storia insegna che quando la spirale di violenza comincia, basta pochissimo a travolgere una società pacifica costata anni di lotte.

Spero che chi pratica l’indifferenza verso i grandi valori, chi per esempio è disposto a dare una possibilità anche a un razzista pur di “voltare pagina”, si renda pienamente conto di quello che sta facendo: che sta cioè dando più importanza alla potatura delle aiuole che non al rispetto dei diritti umani e civili. Non dobbiamo permettere all’infimo livello del dibattito politico di mettere in crisi la nostra scala di valori: dibattiamo pure sui dettagli, ma continuiamo a camminare in avanti, altrimenti saremo condannati a ripetere la Storia passata.

(Le ultime scelte di Casson sono molto opinabili: ma la sua statura valoriale è talmente più alta rispetto a quella di Brugnaro che bisogna essere completamente privi di bussola per avere anche solo il minimo dubbio su chi votare al ballottaggio. Discorso che vale solo se si è progressisti, antirazzisti, e antifascisti, ovviamente: cioè se si cammina in avanti e non all’indietro).


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