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Elezioni politiche 2018: dichiarazione di voto

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February 22, 2018 by Mosè Viero

Ridendo e scherzando (si fa per dire), siamo arrivati alla fine della diciassettesima legislatura della Repubblica Italiana. Il Parlamento insediatosi il 15 marzo 2013 è stato sciolto dal Capo dello Stato il 28 dicembre 2017: il prossimo 4 marzo saremo chiamati a rinnovarlo, votando sia per la Camera sia per il Senato, con un sistema misto in parte maggioritario e in parte proporzionale. Per una analisi dettagliata del funzionamento della legge elettorale cosiddetta Rosatellum rimando a quest’altro articolo che ho pubblicato qualche giorno fa. Qui spiegherò, come di consueto, cosa farò con le mie schede elettorali e perché. Mi concentrerò sui candidati della mia circoscrizione (Veneto 1, Venezia) ma le riflessioni generali valgono a prescindere.

Piccolo disclaimer: essendo io dotato di quattro neuroni e avendo altresì una precisa collocazione ideologica, non perderò tempo più di tanto con gli schieramenti per me invotabili. Questo articolo è dunque rivolto principalmente a chi condivide con me il suddetto assortimento neuronale e la suddetta (e nota) collocazione ideologica.

Togliamo subito dal mucchio le liste e le coalizioni invotabili, tra le quali abbiamo:
– il mix tra razzismo, neofascismo e liberismo all’italiana (a.k.a. protezionismo spinto) del centrodestra (Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia, Noi con l’Italia-UDC); i candidati all’uninominale sono per la Camera Giorgia Andreuzza, leghista, già Assessore al Turismo della Provincia, e per il Senato Elisabetta Casellati, berlusconiana;
– il populismo destroide del Movimento 5 Stelle; i candidati all’uninominale sono l’avvocato Enrico Schenato per la Camera e l’imprenditore Marco Nardin per il Senato;
– il neofascismo di Casa Pound; i candidati all’uninominale sono la novantatreenne Lea Cariolin (già combattente nella X Mas) per la Camera e Andrea Bozza Tino per il Senato;
– il fanatismo religioso medievale de Il Popolo della Famiglia; i candidati all’uninominale sono Carlo Nicoletti per la Camera e Nicoletta Mantovanelli per il Senato;
– il federalismo localista del Grande Nord; i candidati all’uninominale sono Pierangelo Del Zotto (già assessore provinciale leghista e animatore del progetto “Prima il Veneto”) alla Camera e Corrado Callegari (ex deputato leghista) per il Senato;
– il neofascismo di Forza Nuova, detta anche Italia agli Italiani; i candidati all’uninominale sono Rudi Favaro (coordinatore provinciale di Forza Nuova) per la Camera e Maurizio Marchiori per il Senato;
– il conservatorismo sovranista del Partito Valore Umano; i candidati all’uninominale sono Marianna Zennaro per la Camera e Maurizio Callegari per il Senato;
– il trasformismo dei verdiniani di Ala – Pri, che corrono solo al Senato con candidata all’uninominale Rosalba Sartin.

Rimangono in lizza una coalizione e quattro partiti che corrono da soli:
– la coalizione di centrosinistra, che ha al suo interno il Partito Democratico capitanato da Matteo Renzi, +Europa di Emma Bonino, la lista ulivista Insieme di Giulio Santagata e la lista Civica Popolare di Beatrice Lorenzin; i candidati all’uninominale sono il giornalista Nicola Pellicani per la Camera e l’imprenditore Andrea Ferrazzi per il Senato;
Liberi e Uguali, la nuova creatura sinistroide capitanata da Pietro Grasso e Laura Boldrini; i candidati all’uninominale sono Michele Mognato (già vicesindaco di Venezia) per la Camera e il vendoliano Giulio Marcon per il Senato;
Potere al Popolo, la sinistra dura e pura; i candidati all’uninominale sono l’urbanista Ilaria Boniburini per la Camera e il sindacalista Gino Baoduzzi per il Senato;
Dieci Volte Meglio, una interessante accolita liberale e meritocratica; questa lista si presenta solo per la Camera, dove la candidata all’uninominale è l’avvocata e imprenditrice Emine Elif Akay;
Per una Sinistra Rivoluzionaria, altra declinazione della sinistra dura e pura; si presentano solo al Senato, per il quale il candidato all’uninominale è Alessandro Busetto.

Per decidere a chi dare il mio ambitissimo voto, userò due criteri: un criterio di primo ordine e un criterio di secondo ordine. Il criterio di primo ordine è la valutazione delle conseguenze concrete che il voto avrà per la collettività. Il criterio di secondo ordine è la vicinanza tra le mie idee e il programma presentato dagli schieramenti.

Cominciamo dal criterio di primo ordine. L’aspetto da considerare innanzitutto è il fatto che il Rosatellum ha una soglia di sbarramento: i partiti che non raggiungono almeno il 3 per cento dei voti su base nazionale e le coalizioni che non raggiungono almeno il 10 per cento dei voti su base nazionale sono esclusi dalla ripartizione polinominale dei seggi. Ergo, i voti dati a partiti o coalizioni che con grande probabilità non raggiungeranno questa soglia sono voti sprecati. Supereranno sicuramente la soglia di sbarramento la coalizione di centrosinistra e la lista Liberi e Uguali. Potere al Popolo, Per una Sinistra Rivoluzionaria e Dieci Volte Meglio si attesteranno probabilmente attorno all’1 per cento o poco più: sarebbero voti di pura e semplice testimonianza. Quindi è meglio lasciar perdere.
Il secondo passo è porsi le seguenti domande: quali conseguenze concrete per la collettività avrà una buona affermazione della coalizione del centrosinistra? E quali una buona affermazione della lista Liberi e Uguali? Una buona affermazione del centrosinistra rafforzerebbe la leadership di Matteo Renzi e manifesterebbe supporto a quanto fatto non solo dal suo Governo ma anche dal Governo Gentiloni e più in generale da questa intera Legislatura, che è stata senza dubbio assai all’avanguardia su temi come i diritti civili e il riformismo economico e sociale. Un nuovo Governo guidato dal centrosinistra avrebbe con ogni probabilità di nuovo Gentiloni come Presidente del Consiglio e darebbe quasi certamente un ruolo di rilievo (Ministero degli Esteri?) all’alleata Emma Bonino. Si tratterebbe di uno sviluppo all’insegna della continuità con quanto si è visto negli ultimi mesi: non sarebbero tutte rose e fiori, certo, ma sarebbe sicuramente un passo segnato da solidità, competenza e una buona, anche se insufficiente, dose di progressismo. Una buona affermazione della lista Liberi e Uguali, dal canto suo, darebbe spazio maggiore in Parlamento a una sinistra più compassata e intransigente, più conservatrice e ‘tradizionale’ di quella rappresentata dal PD a trazione renziana. In più occasioni, peraltro, la dirigenza della lista di Pietro Grasso ha mostrato la sua sostanziale ostilità nei confronti di Renzi e del suo partito e non ha fatto mistero di vedere con più favore la convergenza con il Movimento 5 Stelle rispetto a quella con il PD. Votare per Liberi e Uguali significa, in altre parole, votare per una sinistra del tutto incapace di riconoscere i suoi simili e di costruire coalizioni o anche solo schieramenti che combattano unitariamente per decidere insieme: che è la prima dote che dovrebbe avere una qualunque forza parlamentare, dato che il parlamentarismo è per sua natura basato sul dialogo e sul compromesso (cosa che tendiamo a dimenticare, vittime delle semplificazioni giornalistiche che bollano ogni dialogo e ogni compromesso come inciucio). Ergo, anche il voto a Liberi e Uguali sarebbe un voto di quasi testimonianza: avremmo una rappresentanza parlamentare, ma quest’ultima non farebbe quasi niente di concreto e per di più voterebbe contro quasi tutto quello che venisse proposto dalla coalizione di centrosinistra a guida renziana.
Secondo il criterio di primo ordine, dunque, la scelta cade sulla coalizione di centrosinistra. Resta da decidere quale partito prediligere per il voto polinominale. Le due liste Insieme e Civica Popolare otterranno con ogni probabilità una percentuale bassissima, quindi votare per loro significherebbe disperdere la propria preferenza, almeno nell’ambito della coalizione. Le due forze davvero ‘in gioco’ sono il Partito Democratico e la lista +Europa capitanata da Emma Bonino. Quali conseguenze concrete per la collettività avrebbe una affermazione maggiore, in seno alla coalizione, del Partito Democratico? E quali una affermazione maggiore della lista +Europa? Qui la domanda da porsi è la seguente: meglio un centrosinistra trainato con decisione dal suo partito maggiore, ovvero il PD, o meglio un centrosinistra più ‘bilanciato’, in cui trovi più spazio l’opzione ultra-europeista, più liberista e più libertaria rappresentata dalla lista Bonino? A mio avviso pur essendo auspicabile una certa affermazione della lista +Europa, anche solo per il suo posizionamento esplicitamente europeista e per il suo essere dalla parte dei diritti civili con ancora più decisione del PD, un bottino più elevato assegnato a quest’ultimo sarebbe, nel momento storico in cui ci troviamo, più utile a livello generale. Per combattere la berta spaccablocchi del populismo e dei neofascismi occorre essere uniti e forti. La leadership renziana ha mille limiti, primo tra tutti il suo essere irrimediabilmente sbruffona e auto-centrata, ma il suo attivismo ha avuto comunque effetti incommensurabilmente migliori per la collettività rispetto all’immobilismo delle gestioni precedenti: basti pensare alle leggi sui diritti, sulle quali il PD pre-renziano e i suoi antenati hanno fatto melina per decenni senza combinare niente. Il mio voto per il proporzionale andrà dunque, secondo il criterio di primo ordine, al Partito Democratico.

Passiamo ora al criterio di secondo ordine. Quali tra i partiti e le coalizioni votabili sono più vicini alle mie idee e alla mia sensibilità? Iniziamo con lo scartare i partiti votabili ma comunque assai lontani dal mio mondo ideale per come questo si presenta nell’anno 2018. Le due liste Potere al Popolo e Per una Sinistra Rivoluzionaria sono ancorati a una idea di politica e di società ormai, dal mio punto di vista, giurassica: la classe operaia, le barricate, il protezionismo, lo Stato onnipresente, l’interventismo pubblico in ogni dove. Se fossimo negli anni Settanta non avrei dubbi e li sosterrei: ma nel frattempo è uscito Spiderman 2 (cit.) Il fatto che oggi la società sia più ‘liquida’ di quel che era in passato non deve essere affrontato cercando di riportare indietro le lancette della storia. Io non rimpiango affatto il tempo in cui eravamo tutti lavoratori a tempo indeterminato ultra-tutelati: quello schema sociale era adatto a una determinata situazione economica che nel frattempo è cambiata. Il cambiamento si affronta assecondandone i meccanismi virtuosi e non cercando di bloccarlo. En passant, questa dovrebbe essere la lezione principale assorbita proprio da chi ha una ispirazione marxista, come questi partiti fuori dal tempo millantano di avere a ogni piè sospinto. In questo discorso potremmo far rientrare anche la lista Liberi e Uguali, anche se nel suo caso la vicinanza a ricette economiche sorpassate è meno decisa e temperata da una certa accettazione dei meccanismi dell’economia contemporanea (si pensi alle mitiche ‘lenzuolate’ bersaniane, ossia le liberalizzazioni di molti settori, tra cui anche il mio, per le quali il buon Pierluigi sempre sarà lodato dal sottoscritto). Il vero problema della lista di Pietro Grasso, in realtà, è la sua evidentissima natura solo ed esclusivamente anti-renziana: questo neonato schieramento serve principalmente a dare seggi in Parlamento ai politici ‘rottamati’ dal segretario del PD, come ad esempio D’Alema o lo stesso Bersani, che peraltro si è auto-rottamato da solo. Il fatto che questi personaggi siano stati al Governo per anni rende automaticamente vacue e incoerenti non solo le loro promesse, mai realizzate quando ce n’era davvero la possibilità (vedi la melina sui diritti civili, o vedi D’Alema che nel sostenere il NO al referendum costituzionale promette una nuova riforma in poche settimane), ma anche la loro sedicente intransigibilità verso Berlusconi, con il quale c’è stata affinità d’intenti in passato più da parte loro che da parte di Renzi.
Restano dunque in lizza la coalizione di centrosinistra e la lista Dieci Volte Meglio. Quest’ultima ha un programma interessante e innovativo, che mette al primo posto nientemeno che la ricerca della felicità, come la Costituzione Americana, e che pone l’accento sulla meritocrazia, la digitalizzazione, la creazione di occupazione nell’ambito delle nuove società ‘liquide’ di cui sopra. Lo stampo è liberale ed europeista, l’impostazione è giovane e dinamica. Quel che manca del tutto è l’ideologia: e per quanto mi riguarda è un problema. I ragazzi di Dieci Volte Meglio apparentemente non sono né di destra né di sinistra: non parlano del problema dei neofascismi in crescita, parlano poco di problematiche quali l’immigrazione e i diritti civili, sembrano concentrati esclusivamente sul versante economico. Rebus sic stantibus, non posso votarli. Sarebbe stato meglio, credo, mettere il loro entusiasmo al servizio della coalizione di centrosinistra, tramite una lista collegata.
L’unica opzione che resta sul campo è dunque la coalizione di centrosinistra. Ma quale partito al suo interno è più vicino alla mia sensibilità e ai miei valori? Certamente non mi fanno venire i brividi due schieramenti come Civica Popolare e Insieme, entrambi incarnazione di scialbo centrismo, più rispondenti a meccanismi di affermazione di leader e correnti anziché di alti ideali. Rimangono il Partito Democratico e la lista +Europa di Emma Bonino. Dovessi basarmi unicamente sul programma, quest’ultima vincerebbe a mani basse: il partito erede della tradizione radicale è solidamente europeista, convintamente in lotta contro localismi e sovranismi di ogni tipo, in prima linea per i diritti civili (ius soli, legalizzazione delle droghe, matrimoni omosessuali) ed è anche l’unico partito che nel suo programma cita l’insopportabile ingiustizia delle pensioni retributive, vero e proprio furto generazionale in atto nel silenzio generale, un tema che mi sta molto a cuore. Senza contare che si tratta di uno schieramento fieramente laico, anche se va detto che il clericalismo spinto sembra, in queste elezioni, una tendenza minoritaria e poco rappresentata. Volendo fare i conti della serva, il suo programma presenta anche una proposta che sarebbe la manna dal cielo per le povere Partite IVA come me, vessate da prelievi fiscali e previdenziali assolutamente sproporzionati: quella di estendere il cosiddetto regime dei minimi a chiunque abbia fino a 60 mila euro di fatturato all’anno. Epperò: io, che non ho mai votato per il Partito Democratico in tutta la mia vita, sono molto soddisfatto dal lavoro svolto complessivamente dall’ultima Legislatura. Sono soddisfatto, in particolare, per il suo attivismo sul tema dei diritti. Più in generale, mi piace l’idea di un partito progressista forte che ha obiettivi chiari e che cerca di portarli a casa costi quel che costi, anche se il costo, per dire, è allearsi temporaneamente con un poco di buono come Denis Verdini. Il PD ha fatto approvare la legge sulle Unioni Civili facendola votare a gente che fino a un attimo prima era assieme a omofobi della peggior specie: inciuci come questo mi mandano in sollucchero, perché secondo me così deve fare una forza politica seria. Un grande partito è un partito che porta gli altri sulle sue posizioni, adoperando la sua forza di persuasione per portare a casa risultati che hanno conseguenze concrete sulla vita di tutti. E quindi: se per la prima volta posso votare per un grande partito con convinzione e non solo perché non c’è niente di meglio, devo forse io privarmi di questo piacere? No, non me ne priverò. Mi spiace per la lista +Europa, a cui va tutta la mia simpatia, ma io questa volta sento più vicino ai miei valori e alla mia sensibilità il Partito Democratico, quindi a esso andrà il mio voto al proporzionale.

I due criteri, alla fine, hanno finito per combaciare. Ma è fondamentale per me sottolineare il fatto che il criterio di primo ordine vince sempre sul criterio di secondo ordine. Se anche ci fosse in lizza un partito con ideali e sensibilità identici ai miei, voterei comunque centrosinistra al maggioritario e Partito Democratico al proporzionale. Perché il criterio di primo ordine è l’unico che conta. È, questa, una nozione che ho pienamente compreso solo di recente e che ritengo una delle parti più importanti del mio bagaglio di formazione politica. Al voto si va assumendosi una responsabilità e valutando solo e anzitutto la conseguenza concreta del nostro gesto. Lo spiega ottimamente, molto meglio di come potrei spiegarlo io, il giornalista e scrittore Francesco Cundari in questo articolo, appena pubblicato dalla rivista Studio, del quale citerò, per concludere, ampi stralci.

Le elezioni politiche, in un Paese democratico, non sono un concorso di bellezza, non sono Miss Italia, e non sono nemmeno Sanremo. La domanda non è quale delle forze politiche in gara corrisponda meglio alla vostra idea di forza politica ideale, o quale dei loro programmi vi venga voglia di cantare sotto la doccia. Non si tratta dei vostri gusti, delle vostre passioni o dei vostri sogni di bambino, e tanto meno delle vostre idiosincrasie. […] Oggetto del dibattito dovrebbero essere solo ed esclusivamente le conseguenze concrete, per la collettività, del prevalere dell’uno o dell’altro schieramento. […] L’unico modo razionale di affrontare la responsabilità del voto è valutare che cosa hanno fatto negli ultimi cinque anni di legislatura le forze politiche che hanno guidato il Paese sulle questioni fondamentali, e che cosa su ciascuna di tali questioni hanno fatto, detto o promesso le forze politiche di opposizione. In questi anni, ad esempio, il Partito democratico ha compiuto alcune scelte che hanno diviso politici e commentatori, e sono state motivo di battaglia in parlamento: dalla riforma della scuola a quella del lavoro, dagli 80 euro alle unioni civili, dalla battaglia per la flessibilità in Europa a quella per la gestione comune dell’immigrazione. Se su ciascuna o molte di queste scelte pensate che avesse ragione il centrodestra oppure il Movimento 5 Stelle nel contrastarle, e pensate pure che le loro proposte in merito siano più efficaci, più credibili e più giuste, farete bene a votarli. Se pensate invece che su ciascuna di tali questioni avrebbero fatto e farebbero di peggio, è ragionevole che votiate per il Pd. Tutto il resto – quale grado di simpatia ispiri in voi questo o quel candidato, quanto il tale o il tal altro partito abbia deluso voi o i vostri bisnonni negli ultimi trecento anni, quanto vi piaccia o invece vi dispiaccia il modo di parlare, vestire o pettinarsi del leader o del vice-leader – come già detto, non rileva. Non conta. Non interessa.


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