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Disonore al merito

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November 21, 2018 by Mosè Viero

Quello che dovrebbe essere il principale partito anti-sovranista, ossia il PD, appare dall’esterno come una accozzaglia di correnti in perenne scontro per il semplice motivo che cerca di contenere al suo interno istanze che non sono solo vagamente dissimili ma proprio radicalmente divergenti. Una buona parte del PD pre-renziano, quello che i giornalisti talvolta chiamano “della ditta”, è in realtà assai vicino a certe posizioni sovraniste e populiste, e quindi è destinato al conflitto sempiterno con coloro che invece vedono come ruolo ‘moderno’ per il partito proprio l’opposizione senza se e senza ma a sovranismo e populismo.

Abbiamo avuto una visione plastica di tutto questo anche nell’ultima assemblea nazionale del partito, tenutasi a Roma il 17 novembre. Ha fatto particolarmente scalpore, a livello mediatico, l’intervento di un giovane candidato alla segreteria di nome Dario Corallo, che ha snocciolato, durante i pochi minuti del suo discorso, idee e sistemi di pensiero agli antipodi di quella che è stata l’ideologia e l’azione del Partito Democratico negli ultimi anni. Al partito liberal Corallo ha contrapposto una concezione di sinistra anti-capitalista e ‘pauperista’, assecondando la retorica della necessità della vicinanza, fisica e politica, agli ‘ultimi’, con accenti non troppo dissimili da quelli utilizzati, ma con ben altra agilità postmoderna, da Salvini e Di Maio quando parlano del ‘popolo’ e della ‘gente’.

I grandi media si sono concentrati soprattutto sull’attacco di Corallo al professor Burioni, reo di essere ‘arrogante’ con gli ignoranti: una concretizzazione perfetta di quel che scrivevamo quando definivamo il populismo come vicinanza fisica e verbale al ‘popolo’ condita da totale disinteresse per l’affrancamento del popolo da malessere e (appunto) ignoranza. Io vorrei però mettere l’accento su un altro brano dell’intervento di Corallo, quello incentrato sulla demolizione della meritocrazia, o meglio, per usare le parole del ‘giovane’, della favoletta della meritocrazia. Sostiene il sedicente democratico: i migliori emergeranno e si costruiranno una buona posizione sociale ed economica, ma il nostro partito non deve occuparsi dei migliori bensì di tutti gli altri, del novantanove per cento che non può farcela ad emergere perché non ne ha i mezzi.

Apparentemente sembra giusto. Se la sinistra deve occuparsi dei più deboli, deve essere più attenta a chi non ce la fa anziché a chi ce la fa. In realtà, questo è un esempio perfetto di come può essere pericolosamente distraente la retorica quando la si utilizza senza nessun riferimento alla contingenza. Se l’obiettivo della sinistra è aiutare chi non ce la fa, bisogna anzitutto indicare a queste persone un orizzonte d’azione. Oltre a dire che siamo dalla sua parte, cosa vogliamo fare per affrancare chi non ce la fa dalla sua condizione? Certo, la politica deve impegnarsi per creare le condizioni anziché l’ascensore sociale funzioni, ma l’ascensore sociale non può prescindere dallo sforzo e dalle capacità del singolo. Se vuoi migliorare la tua condizione, devi anzitutto impegnarti, affinare le tue capacità e i tuoi talenti, perché una società che funziona è una società che premia i migliori, e facendolo migliora se stessa nel suo insieme. Alla fine l’idea di meritocrazia è questa roba qua.

Il sinistrorso d’antan ribatterebbe che la società non premia affatto i migliori ma solo i più fortunati e spregiudicati. E quindi? Un buon sistema per riconoscere e smascherare la retorica finto-progressista è il seguente: chiedere quale sarebbe l’alternativa. Se la meritocrazia è un concetto reazionario e classista, qual è l’alternativa? Se quelli che non ce la fanno sono solo sfortunati e/o esclusi dai meccanismi del potere, andrebbero aiutati e sostenuti tutti, nessuno escluso. Questo è il ragionamento che porta dritto al reddito di cittadinanza così come immaginato dai grillini. Il problema è che nel mondo reale quelli che non ce la fanno sono, in larga parte, sfaccendati che sperano di tirare avanti tramite l’assistenza pubblica, non certo dei geni incompresi dal sistema.

Potremmo dire che se la sinistra liberale e meritocratica pecca per la sua idealizzazione della società, vista come subito pronta a premiare i migliori, la sinistra statalista e anti-meritocratica pecca per la sua idealizzazione del popolo, visto come una accolita di bravissime persone ostacolate dal bieco classismo della società capitalista. Le due pecche si annullano a vicenda? No. Perché idealizzare la società spinge verso l’impegno, mentre idealizzare il popolo spinge verso la rassegnazione. Non siamo affatto, qui, di fronte a due utopie di segno uguale e contrario: siamo piuttosto di fronte a una utopia e a una distopia. La sinistra liberare si immagina una società diseguale ma dinamica, nella quale l’impegno e il talento determinano il successo o l’insuccesso dell’individuo; la sinistra statalista si immagina una società eguale ma statica, nella quale impegnarsi e affinare il proprio talento non serve a nulla. L’idea di uno Stato che risolve i problemi e si impegna per annullare le diseguaglianze può comprensibilmente solleticare l’interesse di chi vive queste ultime sulla propria pelle: ma non bisogna mai dimenticare che se lo Stato interferisce eccessivamente con le dinamiche di una società libera alla fine impedisce l’avanzamento della società nel suo insieme. L’alternativa alla meritocrazia, in altre parole, è l’assistenzialismo; e l’assistenzialismo è, da che mondo è mondo, la tomba del progresso, dell’innovazione, della spinta in avanti. Mi verrebbe da dire che se la sinistra è progresso, la battaglia per la meritocrazia è la battaglia più di sinistra che possa esistere.


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