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Chi odia il lavoro, odia la libertà

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March 30, 2020 by Mosè Viero

Le settimane di inattività forzata dovuta all’epidemia di COVID-19 stanno facendo emergere con forza la problematicità del rapporto che molti hanno con il lavoro e il benessere. A chi vive questa situazione con disagio si affiancano coloro che in un certo senso vedono realizzato il proprio sogno: che non è, semplicisticamente, stare senza far nulla, ma vagheggiare un mondo nel quale ci si limiti a esistere anziché a vivere, con la “Natura” che si riprende i propri spazi, l’inquinamento che finalmente recede e lo Stato che distribuisce a pioggia un “reddito di quarantena” uguale per tutti. A pensarci bene, questo quadro è quanto di più vicino si sia mai visto alla visione collettivista dell’uguaglianza, affiancata al sempre opportuno ecologismo reazionario: e infatti nella retorica del gentismo segregato non manca mai un richiamo al fatto che finalmente davanti al virus “siamo tutti uguali”.

Chi timidamente fa notare che questa assurda situazione deve finire il prima possibile si trova immediatamente bersagliato dagli strali dei tutori dell’ordine: oltre a chi si identifica nel sogno suddetto, in Italia c’è chi gode nel vedere la società irregimentata e le individualità impossibilitate a esprimersi. Mai come in questo momento si vede plasticamente quanto sinistra e destra siano, se vissute agli estremi, paurosamente simili.

Lo stallo è reso ancora più insopportabile dalla sostanziale assenza della politica, che per il momento si è limitata ad alzare le mani e a non fare niente se non bloccare il Paese, assecondando le richieste dei medici e ignorando qualsiasi altra istanza. La politica dovrebbe essere, al contrario, la capacità di sublimare esigenze diverse e in conflitto in un superiore tentativo di perseguire l’interesse collettivo. Ogni scelta politica, *sempre*, comporta dei rischi. E ogni momento in cui la politica ascolta una certa classe di esperti e si basa solo ed esclusivamente su di essa per prendere decisioni sta sostanzialmente sancendo la propria inutilità.

Chi pensa che la quarantena ci stia privando della libertà perché ci tiene chiusi in casa è tremendamente ingenuo. La libertà non è poter andare a fare shopping o a passeggiare, per quanto queste cose siano importanti. La libertà è essere in grado di badare al proprio sostentamento senza ricevere alcunché dall’autorità pubblica. Se la prospettiva di ricevere un “reddito da quarantena” per due mesi o tre mesi o un anno non vi dispiace, la vostra non è solo indolenza: vuol dire che in fondo ritenete accettabile che la vostra sopravvivenza dipenda dalle elargizioni di qualcuno, che da quel momento in avanti potrà disporre di voi e del vostro tempo. La logica del “reddito di cittadinanza” universale va rigettata non perché non ci sono i soldi, ma perché una società di assistiti non può in alcun modo essere una società libera. E la libertà non si sacrifica per nessun motivo, né ci si può illudere che difenderla non comporti alcun rischio.


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