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Sanremo 2018: le mie pagelle

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February 3, 2018 by Mosè Viero

È di nuovo quel momento dell’anno. Il momento in cui grazie a uno show televisivo gli italiani smettono di parlare di sciocchezze come il calcio, la politica o le ricette di cucina per dedicarsi finalmente a una cosa seria, anzi serissima: la musica. Certo, spesso è musica che vola rasoterra. Ma è musica, opera dell’ingegno, arte. A cui ci si dedica, per una volta all’anno, senza badare a spese. Sarebbe da fare Sanremo santo, se non lo fosse già.

Ci occuperemo prima dei Big e poi dei Giovani. Ciascuna recensione è corredata dal link al video ufficiale, quando disponibile: non includerò i video direttamente nell’articolo per non appesantirne la lettura su dispositivo mobile. Le recensioni dei Big seguono l’ordine della serata iniziale, mentre quelle dei Giovani sono in ordine casuale.

Buona lettura!


I Big


Annalisa – Il mondo prima di te

Frequentatrice assidua del Festival (ha presenziato ben quattro volte in sei anni), Annalisa è una interprete e una mezza autrice onesta, portatrice di rassicurante medietà. Anche il suo pezzo di quest’anno è pop classico senza alcun guizzo particolare: la cantante l’ha scritto assieme al suo ex Davide Simonetta, con il quale ha messo assieme una sorta di analisi di coppia, ottimistica nonostante la rottura. Il testo si avventura in metafore ardite ma banali (siamo montagne a picco sul mare) e la melodia si apre opportunamente con l’inciso per permettere l’adeguato dispiegamento dell’ugola. Un pezzo che scivola via senza lasciare traccia.
Voto: 5

Video ufficiale


Ron – Almeno pensami

Le ultime partecipazioni di Ron al Festival sono state abbastanza tragiche: quest’anno però il buon Rosalino ha l’asso nella manica, ovvero un inedito di Lucio Dalla. D’accordo, il fatto che il suo autore non l’abbia mai inciso vorrà pur dire qualcosa: ma la condotta lirica del grande Lucio, con quella sua tipica delicatezza bizzarra e stralunata, si sente fin dalle prime battute del testo. Dal punto di vista musicale il brano è molto semplice ma la sua struttura, nonché l’arrangiamento tutto incentrato sulla chitarra acustica, disegnano atmosfere di lieve e commovente intimismo, che rievocano brani come il mitico Cara del 1980. L’interpretazione di Ron, più volte collaboratore di Dalla, è avvolgente e appropriata. Senza dubbio si tratta di uno dei pezzi migliori in gara.
Voto: 7

Video ufficiale


The Kolors – Frida (mai, mai, mai)

Questi baldi giovini sono conciati talmente da bimbiminkia da far sembrare Alessio Bernabei un impiegato del catasto: ergo, d’istinto non farei altro che prenderli a sberle indipendentemente dal pezzo portato in gara. Mi sforzerò di prenderli sul serio. Il brano, se non altro, è migliore di quel che ci si potrebbe aspettare. Cioè: è quasi una non-canzone, essendo basato unicamente sull’effetto tormentone opportunamente amplificato dall’insistente sequenza di percussioni, ma almeno non è fastidioso come il tipico pezzo per adolescenti sdilinquite, tutto svisate, ammiccamenti e sguardi tenebrosi (vedi appunto alla voce Bernabei o anche alla voce Lele, il vincitore dei giovani dello scorso anno – parlandone da vivo). Ovvio che di qui a dire che si tratti un buon pezzo ce ne passa.
Voto: 5


Max Gazzè – La leggenda di Cristalda e Pizzomunno

Max Gazzè è uno dei grandi geni della musica italiana contemporanea, capace di far presa sul grande pubblico pur tenendo livelli d’ispirazione e di esecuzione sempre altissimi. Normalmente a sbancare il botteghino sono soprattutto le sue mitiche marcette (Una musica può fareSotto casaLa vita com’è): le sue ballate, però, non sono da meno, e hanno spesso preso la forma di capolavori sopraffini, amatissimi dal suo pubblico di riferimento (Mentre dormiBuon compleannoDi nascosto). Il pezzo in gara quest’anno è appunto una ispiratissima ballad, incentrata su una commovente leggenda popolare pugliese, incarnazione peraltro di un canovaccio dagli echi millenari. Le liriche, dovute come in quasi tutti i brani di Max a suo fratello Francesco, raccontano la storia con la consueta ma sempre sorprendente abilità nel maneggiare terminologia e metafore, senza mai dar l’impressione di scivolare nel manierismo. L’arrangiamento stratificato e barocco, tutto incentrato sugli archi, un po’ alla Bjork di Homogenic, proietta il racconto nella dimensione trascinante del sogno. Signore e signori, ecco il vincitore.
Voto: 9

Video ufficiale


Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico

Ornella Vanoni è un gigante della canzone italiana, e le va dato merito per il coraggio di mettersi in gara a più di ottant’anni. [Piccolo excursus: il concetto di “superospite” italiano a Sanremo andrebbe cancellato. O ti metti in gara o sull’Ariston non metti piede. Altrimenti si arriva a paradossi come la Vanoni in gara e Tommaso Paradiso superospite. WHAT?] Interessante la scelta, rivendicata dall’interprete, di portarsi sul palco anche gli autori, i prolificissimi Bungaro (deus ex machina degli album della Mannoia post Piero Fabrizi) e Pacifico (autore di altri pezzi in gara quest’anno e già braccio destro di Malika Ayane). A dire il vero la presenza delle voci maschili, oltre a impreziosire il brano, ne sorregge l’andamento data la prevedibilmente stanca, ma sempre irresistibile, voce della Vanoni. Il pezzo non è male: è pop d’autore classico, arrangiato con cura, dal testo semplice ma non banale. Non si può negare, però, che la sua forza stia anzitutto nel giganteggiare della sua interprete.
Voto: 7

Video ufficiale


Ermal Meta e Fabrizio Moro – Non ci avete fatto niente

Se il didascalismo è il peccato maggiore di cui si può macchiare un artista, Ermal Meta e Fabrizio Moro si meritano millenni di torture inferte da Lucifero in persona. Il pezzo in oggetto è il classico insopportabile pseudo-rap pseudo-impegnato, schierato, in accordo con i tempi, contro il terrorismo. Il ritornello prende le forme di un inconsistente tormentone, peraltro ricopiato paro paro da un altro pezzo del coautore Andrea Febo, fattispecie in odor di irregolarità. Il fraseggio è imbarazzante nel suo mettere assieme suggestioni di ogni tipo ammonticchiandole alla rinfusa come in un ossario: dall’Egitto alle Ramblas, dal Bataclan a Nizza, dalle Torri Gemelle ai bombardamenti nel Vicino Oriente. Gli autori evidentemente ignorano che la catarsi prevede la sublimazione estetica: o forse non lo ignorano affatto e mirano solamente a nascondere il vuoto cosmico della loro ispirazione strumentalizzando la tragicità dei tempi che viviamo. Se vincerà, com’è molto probabile, sarà purtroppo l’ennesima vittoria della pancia sulla testa. Consoliamoci pensando che le vittorie della pancia sono meno dannose a Sanremo che alle elezioni.
Voto: 4

Video ufficiale


Mario Biondi – Rivederti

Il crooner nostrano si mette per la prima volta in gara al Festival e sceglie un pezzo dalla linea melodica sfuggente, che non rimane in testa neanche dopo ottocento ascolti. L’arrangiamento retrò è elegante ma è soprattutto il timbro profondo dell’interprete, indubbiamente fascinoso, a reggere l’intera operazione. Con quella voce, però, si può e si deve fare di meglio.
Voto: 5

Video ufficiale


Roby Facchinetti e Riccardo Fogli – Il segreto del tempo

I Pooh sono stati per decenni l’incarnazione del pop italiano iper-melodico, ovverosia di quella forma-canzone nazional-popolare in cui i gorgheggi virtuosistici fanno perdonare sia la banalità e la ripetitività della ricerca musicale sia il trash involontario delle liriche (gli amanti del genere vadano a cercarsi, se non la conoscono, la canzone La donna del mio amico). Con lo scioglimento del gruppo si sperava che la ricetta, francamente stucchevole dopo tanti anni, potesse andarsene in soffitta. Ma era una pia illusione: i Pooh più che sciogliersi si sono moltiplicati, come il Festival di quest’anno ben testimonia. Il pezzo di Facchinetti, portato in scena con Riccardo Fogli, già membro del gruppo nei primi anni ma poi staccatosi per una poco fortunata carriera solista, è un brano dei Pooh in tutto e per tutto: nell’arrangiamento banale e stra-sentito, nella linea melodica usuratissima, nel testo dal lirismo elementare e riduttivo. Non bastano a salvarlo le irresistibili vocali messe a caso, marchio di fabbrica di Facchinetti: senza contare che le voci del duo sono stanche e provate, e quindi del tutto incapaci di sostenere l’interpretazione live sul palco. Se non facessero pena farebbero quasi tenerezza.
Voto: 3

Video ufficiale


Lo Stato Sociale – Una vita in vacanza

Confesso che non ho mai badato più di tanto a questo giovane gruppo bolognese, esponente già ben noto dell’elettropop e del rock indie contemporaneo. È stato un errore, dato che il pezzo in oggetto non è niente male: trattasi di semplicissimo pop moderno, dal ritornello accattivante e dall’arrangiamento ricco e diseguale. Il testo, poi, è interessantissimo e tratta un tema che mi sta molto a cuore, ovvero la schizofrenia che tutti abbiamo nel vivere il lavoro. Perché spendiamo le ore più preziose della nostra vita in attività assurde anche quando non ne avremmo nessun vero bisogno? Perché lo facciamo? La domanda, che è il pilastro retorico della canzone, meriterebbe risposte da parte di sociologi e politologi, soprattutto di stampo marxista, dato che la questione è il vero elephant in the room di ogni teoria economica che metta al centro di tutto il lavoro. Nel piglio leggero con cui questi ragazzi affrontano un tema così ponderoso c’è un’eco dell’operazione fatta da Francesco Gabbani lo scorso anno, anche se l’approccio lirico è completamente diverso dal de-strutturalismo citazionista gabbanico. In realtà se il brano avrà successo sarà soprattutto per via della vecchietta danzerina, l’equivalente del gorilla di Gabbani: componente riduttiva rispetto al resto, ma l’esibizione riempie il palco ed è anche questo un merito.
Voto: 7,5

Video ufficiale


Noemi – Non smettere mai di cercarmi

Noemi ha una voce profondamente caratterizzata che purtroppo finora non ha mai incontrato brani alla sua altezza. Il pezzo in gara quest’anno, scritto dalla sua interprete con altri tre autori tra cui l’onnipresente Diego Calvetti, purtroppo non fa eccezione: la strofa, più parlata che cantata, ha una linea melodica esile, e il ritornello è costruito sulla base di versi alternativamente troncati e trascinati, così da dare alla voce la possibilità di dispiegarsi secondo diverse modalità. Il risultato finale è un po’ asettico, e non aiuta certo il soggetto, che altro non è che l’ennesima riflessione sugli amori finiti. Peccato perché Noemi ci sta simpatica.
Voto: 5

Video ufficiale


Decibel – Lettera dal duca

Quello che va sotto il nome de I Decibel è un gruppo pop/rock/punk dalla storia antica: fondato nel 1977, ha continuato a vivere fino a oggi, anche se generalmente si tende a considerare come parte ‘canonica’ della sua produzione solo i brani in cui compare la voce di Enrico Ruggeri, che dal 1980 al 2016 ha avuto una brillante carriera solista. Ora però la formazione è tornata a essere quella originaria: Enrico Ruggeri, Fulvio Muzio e Silvio Capeccia. L’album della reunion, intitolato Noblesse Oblige, è un lavoro notevolissimo, forse il miglior disco italiano del 2017, e dimostra come la collaborazione con i suoi ‘vecchi’ colleghi abbia fatto molto bene alla vena creativa di Ruggeri, spesso inutilmente ipertrofica. Il brano Lettera dal duca purtroppo non è all’altezza dei pezzi migliori di Noblesse Oblige, pur essendo tutto sommato godibile. L’impressione è che la partitura non si stacchi mai da una certa tonalità monocorde, incapace di alzarsi oltre il tono minore e di ‘spaccare’ con adeguate arditezze d’arrangiamento. Le liriche, che vogliono essere omaggio al grande David Bowie, sono interessanti ma poco incisive, e non bastano a risollevarle l’originale ricorso all’inglese per il bridge dopo il ritornello. Peccato!
Voto: 6,5

Video ufficiale


Elio e le Storie Tese – Arrivedorci

Già la prova sanremese precedente di EelST, Vincere l’odio, non ci aveva convinto. Quella di quest’anno, presentata con una nuova formazione che a Rocco Tanica sostituisce Vittorio Cosma, ci convince ancora di meno: concepito come un pezzo d’addio visto l’imminente scioglimento del gruppo, non sembra nemmeno un brano del suo repertorio. Si tratta di una melodia ostentatamente classica corredata da un testo che parte con una trovata originale soffermandovisi però troppo lungamente e lasciando poi spazio a pochi e rapidi versi di commiato conclusi dalla ripetizione in coro, a mo’ di mantra, del titolo. La demenzialità ha lasciato il posto a un malinconico didascalismo che rinuncia del tutto alla cifra principale di questo straordinario gruppo di artisti, l’originalità, o forse sarebbe meglio dire l’effetto sorpresa. Basti ripensare alla geniale La terra dei cachi del 1996 o alla sorprendente La canzone mononota del 2013. A confronto, Arrivedorci è non tanto brutta quanto banale e prevedibile. Per un pezzo di EelST, non ci potrebbe essere aggettivazione peggiore.
Voto: 5

Video ufficiale


Giovanni Caccamo – Eterno

Quello portato in gara da Caccamo è senza dubbio il pezzo più sanremese, se intendiamo con questo termine i brani classicamente melodici e corredati dal tema sentimentale dispiegato con adeguata altisonante retorica. Il brano, dovuto al suo interprete coadiuvato dal sempreverde Cheope (Alfredo Rapetti, figlio di Mogol, già compagno della Pausini e autore di mille suoi successi), è ben confezionato ma banale e strasentito. Forse il problema maggiore, peraltro, è che non sembra tanto adatto alle corde del cantante, più consono al fraseggio sussurrato che all’ampia apertura su tonalità alte.
Voto: 4,5

Video ufficiale


Red Canzian – Ognuno ha il suo racconto

L’altro membro dei Pooh in libera uscita al Festival è Red Canzian: e va detto che rispetto ai suoi colleghi Facchinetti e Fogli il buon Red sembra pieno di energia. Il pezzo poi, pur essendo classico, banale e familiare come da ricetta tradizionale, ha se non altro qualche eco vagamente rock ed esibisce un andamento crescente che sa trascinare. Come qualche anno fa ci toccò nostro malgrado dare un voto decente a un brano di Nek (di NEK!) per il suo avere il pregio incredibile di sembrare quasi una canzone vera, questa volta ci tocca dare la (quasi) sufficienza a uno dei Pooh per la stessa ragione. Dove andremo a finire?
Voto: 5,5

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Luca Barbarossa – Passame er sale

Luca Barbarossa è un personaggio davvero adorabile. Semplice, tranquillo, simpatico, talentuoso in più di un settore, ha scritto, qualche era geologica fa, dei pezzi davvero validi e rimasti impressi nella memoria collettiva di più generazioni. Romano purosangue, ha composto diversi brani dedicati alla Città Eterna: in questa edizione del Festival fa un passo in più e presenta un pezzo in romanesco, peraltro declinato in termini sufficientemente temperati da permettere una comprensione universale. Passame er sale è una commovente riflessione sull’amore a lungo termine, svolta con piglio popolaresco e folk, tramite accenti che ricordano un certo cantautorato impegnato, da Mannarino agli Avion Travel. Il risultato non è niente di eccezionale, ma il pezzo è sommamente equilibrato, ha un giro armonico veicolato magistralmente ed è interpretato con misura e sentimento.
Voto: 7

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Diodato e Roy Paci – Adesso

Diodato è un giovane cantautore valdostano; nel 2014 si piazzò secondo tra i Giovani con il brano Babilonia. Ora ce lo ritroviamo tra i Big in un duetto che suona un po’ pretestuoso dato che il suo compagno di viaggio Roy Paci si limita a un paio di assoli di tromba nell’incipit e nell’explicit. Il brano è musicalmente molto semplice e appoggia gran parte del suo peso, più che ai fiati, pure importanti, all’incedere della batteria, che nell’inciso sottolinea perentoriamente l’invito al carpe diem in cui si risolve il tema (Capire che adesso è tutto ciò che avremo). Il risultato non è malvagio, ma neanche memorabile.
Voto: 6

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Nina Zilli – Senza appartenere

Nina Zilli è un’artista con i controattributi, una diva nel senso più ampio del termine, e nelle sue performance live ha una capacità di tenere il palco non comune. Spiace che si presenti a Sanremo con un brano irrisolto, classico ma non sufficientemente orecchiabile, in bilico tra pop nazional-popolare e cantautorato soul alla Alicia Keys, che ne trattiene le virtuosistiche abilità vocali anziché consentirne il dispiegamento e che rinuncia ai barocchismi d’arrangiamento che sono ormai cifra stilistica dell’artista. Le liriche, incentrate nell’esaltazione dell’indipendenza femminile, svolgono il tema con scolastica proprietà, ma sono anch’esse come imprigionate dall’intelaiatura musicale, risultando talvolta eccessivamente compresse e quasi incomprensibili. Peccato.
Voto: 5

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Renzo Rubino – Custodire

Il giovane cantautore Renzo Rubino arrivò terzo tra i Giovani con il curioso pezzo Il postino (amami uomo) nel 2013 e fu in gara tra i Big nell’anno successivo con i brani Ora Per sempre e poi basta. Quest’anno ci riprova con una canzone semplice e orecchiabile, costruita su un giro di note classico e familiare. Il tema, assai complesso, è quello dei conflitti in famiglia: il testo però lo affronta con modalità superficiali e stucchevoli, e ben poco può fare, per risollevare le sorti del pezzo, il vocione profondo dell’interprete, più adatto alla strofa dimessa che al ritornello in crescendo. Proprio no.
Voto: 4

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Enzo Avitabile e Peppe Servillo – Il coraggio di ogni giorno

Avitabile è musicista di prim’ordine e dalla carriera luminosa, anche se lontana dai riflettori che illuminano il mainstream: ha collaborato con Pino Daniele, Edoardo Bennato, Giorgia (è suo uno dei brani più originali del repertorio della cantante: E c’è ancora mare). Al Festival si presenta accompagnato da un altro grande della musica italiana, Peppe Servillo, già leader degli Avion Travel, cantante caratterizzato da espressività interpretativa senza pari. Se aggiungiamo il fatto che il testo de Il coraggio di ogni giorno è del bravo Pacifico non stupisce la buona qualità del risultato: il pezzo è un cadenzato e avvolgente viaggio in sonorità al contempo classicamente pop ed etnicamente mediterranee, con echi arabeggianti e un arrangiamento vario e stratificato. I due special che intervallano gli ultimi ritornelli lasciano spazio rispettivamente a un intervento dei fiati e a un breve inserto in dialetto napoletano, entrambi ottimamente fusi con il concerto generale. La consumata esperienza di autori  e interpreti si sente lontano chilometri.
Voto: 7

Video ufficiale


Le Vibrazioni – Così sbagliato

Il gruppo capitanato da Francesco Sarcina è stato, per molti versi, precursore e pioniere in un sottogenere, quello che potremmo chiamare il pop-rock giovane contemporaneo, oggi assai frequentato per non dire abusato. Il pezzo in gara è estremamente energico e ha un incipit in rapido crescendo che ricorda quello di Un’emozione da poco di Ivano Fossati, portato al successo da Anna Oxa. Più avanti il brano si stabilizza secondo canoni più consueti: il ritornello è un classico esempio di rock orecchiabile ma opportunamente spezzato da pause e diseguali sospensioni, com’è comune in quel sottogenere di cui sopra, in particolare nelle sue incarnazioni più mainstream (qualcuno ha detto Negramaro?) Il risultato non è malvagio ma nemmeno memorabile: l’impressione è che il gruppo di Sarcina abbia dato il meglio di sé nel periodo a cavallo tra la fondazione e i primi anni Duemila, e che oggi non possa far altro che dedicarsi a rassicuranti esercizi stilistici di maniera.
Voto: 5,5

Video ufficiale


I Giovani


Mudimbi – Il mago

Michel Mudimbi è un simpatico rapper decisamente sui generis: ha già un album all’attivo e i suoi pezzi sono quasi tutti leggeri e spiritosi, lontani da quell’aria tenebrosa, un po’ da gangster, che hanno tanti esponenti di questo sotto-genere particolare. Il brano scelto per l’Ariston è un lavoro a più mani, dovuto al suo interprete coadiuvato da una pletora di co-autori, tra i quali spicca Andrea Bonomo, già penna per numerosi cantanti italiani di un certo peso (Eros Ramazzotti, Nek, Giuliano Palma). Il tema si confà alla perfezione alla poetica dell’artista: la vita è un disastro, e voltarla in commedia è l’unico modo per uscirne vivi, per così dire. Il soggetto, non originalissimo, è svolto con trovate niente male (A complicare siam tutti esperti A esser felici siam tutti incerti La verità sta tra due concetti Finché la barca va e Orietta Berti), sorrette da un impianto musicale molto classico, con ritornello che suona fin troppo familiare. Il risultato finale non è disprezzabile: Il mago è un pezzo leggero, onesto e simpatico, e il videoclip che lo correda ne rafforza la natura di innocuo ma curato divertissement.
Voto: 6,5

Video ufficiale


Mirkoeilcane –  Stiamo tutti bene

Spiace dirlo vista la serietà del tema, ma il pezzo del giovane cantautore Mirko Mancini, in arte Mirkoeilcane, è la classica paraculata sanremese. Definiamo in questo modo quei brani il cui unico scopo è toccare la sensibilità del pubblico tramite un testo diretto e sconvolgente, facendo per forza di cose scivolare nel background l’intera forma-canzone: sostituendo, in altre parole, l’estetica con la retorica. Esempi tipici: Pensa di Fabrizio Moro, Vietato morire di Ermal Meta, Signor tenente di Giorgio Faletti. Il brano in oggetto è vicinissimo proprio a quest’ultimo esempio: più che una canzone, sembra una sessione di reading accompagnata da un tappeto sonoro che, manco a dirlo, prende le forme di una ritmica alienante e incalzante, nella quale il ritornello, appena accennato, si inserisce a fatica. Certo, restare insensibili di fronte alla storia di un povero bimbo che assiste impotente alla tragedia delle traversate del Mediterraneo è impossibile, se si ha un cuore e qualche neurone. Ma nell’insistita retorica di questo fiume di parole messe in musica c’è qualcosa di sottilmente fastidioso: forse è la sensazione di trovarsi di fronte a materiale grezzo, a un tema non svolto, o per meglio dire svolto limitando al minimo la ricerca estetica. Sarà senz’altro una scelta poetica precisa: ma è una scelta che non ci convince.
Voto: 5

Video ufficiale


Eva – Cosa ti salverà

Eva Pevarello è un volto a me noto, dato che qualche tempo fa ebbi occasione di ascoltarla live aprire un concerto di Carmen Consoli. Il suo è un personaggio particolare: l’aspetto punk contrasta con la voce delicata e il repertorio pop giunge come un qualcosa di inaspettato. Il pezzo portato a Sanremo porta le firme di due autori giovani ma tutt’altro che inesperti: Antonio Di Martino (tre album e un romanzo alle spalle) e Antonio Filippelli (già coautore e produttore di Levante). È un brano classicissimo, che ricorda altre ottocentosei canzoni diverse. La strofa, dimessa pur se interpretata con tonalità alta, si alterna a un ritornello aperto, adeguatamente sostenuto da accordi chiari e facilmente memorizzabili: non manca un evitabile specialino, peraltro ben risolto e affiancato a un ritornello finale che spezza la struttura dei precedenti con un’appropriatissima sincope. Il testo, che si muove sugli stessi binari di Fatti bella per te portata in gara lo scorso anno da Paola Turci, si affianca alla melodia accompagnandone l’andamento in qualche modo dolente ma senza esibire guizzi di particolare creatività e anzi risultando in più passaggi un po’ troppo plain ed eccessivamente colloquiale. Si può fare di meglio.
Voto: 5,5

Video ufficiale


Lorenzo Baglioni – Il congiuntivo

Lorenzo Baglioni (nessuna parentela col direttore artistico del Festival) è volto noto non solo a chi frequenta la musica demenziale ma anche a chi segue la comicità televisiva, avendo partecipato alla trasmissione Colorado. I suoi pezzi hanno quasi dato vita a un sotto-genere particolare, la canzone didattica: forse l’esempio pre-sanremese più riuscito è la mitica Le leggi di Keplero, che su YouTube vanta un milione e mezzo di visualizzazioni. Il brano per l’Ariston ribadisce la medesima poetica, prendendo questa volta come tema il verbo più bistrattato dai bimbiminkia e dai politici 5 Stelle sul web. Il risultato è esilarante, soprattutto perché il testo, ostentatamente letterale come certi passaggi dei brani di Elio e le Storie Tese, si inserisce a perfezione in una melodia pop altrettanto ostentatamente di maniera, quasi da boyband di quart’ordine. Nell’intelaiatura melodica l’autore è riuscito financo a inserire, a mo’ di specialino, l’intera coniugazione al congiuntivo dei verbi essere e avere, con tanto di apposito coretto per specificare il tempo. D’accordo, la formula è destinata a usurarsi in breve tempo: intanto però è una benvenuta ventata di novità.
Voto: 7

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Giulia Casieri – Come stai

Quella della giovane e bella Giulia Casieri è forse la voce più promettente tra quelle in gara: pur con qualche acerbità è potente, multiforme, fortemente caratterizzata, capace di virtuosismi in bilico tra Giorgia e la compianta Amy Winehouse. Il brano che la accompagna è un palcoscenico perfetto per consentirne il dispiegamento: a metà tra un rap e una aggressiva melodia su base elettro-pop, ha un ritornello interamente basato sull’anafora (Come stai Come sei Come dici Cosa vuoi). Le liriche purtroppo non sempre sono all’altezza delle atmosfere profonde evocate dal comparto sonoro, ma quest’ultimo è, se non altro, ben piazzato su gambe forti e su tonalità decisamente contemporanee, cosa non scontata sul palco di Sanremo.
Voto: 6,5

Video ufficiale


Ultimo – Il ballo delle incertezze – VINCITORE!

Il giovanissimo Nicolò Moriconi, in arte Ultimo, porta in scena un brano scritto interamente da lui medesimo. La partenza, con classica accoppiata di voce e piano, promette bene e ricorda, anche per il timbro vocale, le migliori prove di Sergio Cammariere; peccato che con il ritornello il brano svacchi un po’, anche perché la voce dell’interprete si trasforma, nelle tonalità alte, da quella di Cammariere a quella di Gigi d’Alessio. Anche la melodia alterna momenti convincenti a momenti zoppicanti, soprattutto quando le suggestioni portate avanti dalle liriche vengono sbrigativamente liquidate con il ripetuto inciso e mi chiedo dov’è il senso / se c’è un senso a tutto questoIl ballo delle incertezze è in tutto e per tutto un pezzo irrisolto, che non si decide a stare né dalla parte del cantautorato né da quella del pop di più largo respiro: il suo interprete peraltro ha la vita davanti e il tempo per affinarsi non gli mancherà.
Voto: 5

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Leonardo Monteiro – Bianca

Se il pezzo di Giulia Casieri è pienamente contemporaneo, quello del buon Leonardo Monteiro, già ballerino ad Amici, è giurassico. Volendo essere più precisi, il sound ci riporta in pieni anni Novanta: l’arrangiamento, le tonalità, la stessa postura interpretativa dell’italo-brasiliano, con le sue svisate a metà tra il gospel e il rythm & blues, evocano immediatamente Babyface, Mariah Carey, Whitney Houston. E ci fanno tra l’altro rendere conto di quanto male sia invecchiato quel tipo di musica: sembra più attuale e godibile, oggi, un brano di Massimo Ranieri degli anni Sessanta rispetto a quella roba, che pure tanto ha dato agli esponenti della mia generazione. Non risollevano certo questa specie di viaggio nel tempo le liriche del brano, sommamente vacue e insensate pur essendo opera della consumata coppia Ciappelli-Tosetto (già autori per Ramazzotti, Giorgia, Patty Pravo, Fiorella Mannoia). Senza dubbio il peggiore tra i pezzi in gara.
Voto: 4

Video ufficiale


Alice Caioli – Specchi rotti

La giovane interprete e coautrice di questo brano, che nel video sfoggia una mise da coniglietta di Playboy, insiste molto, nelle interviste, sul fatto che il tema sarebbe il suo difficile rapporto col padre. In realtà Specchi rotti è una banalissima divagazione sul male di vivere, dato che il testo non esplicita mai il fatto che il disagio della protagonista sarebbe dovuto a problemi con i familiari. Il testo, continuamente spezzato in enjambement dall’andamento sincopato della melodia (in particolare nel ritornello), è una successione di sconnesse metafore, che prendono spesso la forma di poco ispirati chiasmi e ossimori (silenzi colmi di parolepresenze assenti). L’arrangiamento è prevedibile e consunto: il ritmo lento della strofa si solleva quasi del tutto nell’inciso, per mettere più in evidenza i gorgheggi dell’interprete, che vorrebbe tantissimo essere Antonella Ruggiero. Ma non lo è.
Voto: 4,5

Video ufficiale


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