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Invito al viaggio – recensione del concerto tributo a Franco Battiato

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September 22, 2021 by Mosè Viero

Ieri sera ho assistito a un evento unico e irripetibile: nell’Arena di Verona c’è stata una maratona live (4 ore e mezza!) dedicata a Franco Battiato e composta da un parterre di artisti di un livello di fronte al quale mai prima d’ora mi ero trovato. Il concerto era previsto da prima della morte del maestro e doveva celebrare i 40 anni dal suo album più famoso, La voce del padrone: chiaramente la dipartita del nostro l’ha trasformato in una rievocazione più globale, dedicata a tutta la sua discografia. La serata è stata registrata: da essa verranno ricavati cd e dvd, e da quel che ho capito potrebbe essere trasmessa anche in televisione.
Certo, non sono mancati i momenti difficili o discutibili. Anche senza tener conto della triste parentesi Sgarbi/Albano, invitati sul palco e costretti ad andarsene dai fischi (secondo me fuori luogo in un evento commemorativo, per quanto io pensi tutto il male possibile dei due figuri di cui sopra e soprattutto di chi li ha chiamati), ho trovato impropriamente retorici i momenti di parola assegnati a Umberto Broccoli e in generale mi è parso che si sia voluto dare troppo spazio al Battiato mistico: credo non si debba mai dimenticare che se il nostro è ancora oggi così amato è anzitutto perché l’incontro con Manlio Sgalambro nel 1994 l’ha tirato fuori dalle secche esoteriche in cui si stava irrimediabilmente impelagando. Anche se forse lui stesso non avrebbe mai voluto ammetterlo, Battiato è stato ‘salvato’ dalla filosofia, che ha posato le sue necessità spirituali dentro binari più razionali e citazionisti, facendo rinascere la sua musica e dando vita a capolavori straordinari, come gli album L’imboscataGommalacca Dieci stratagemmi, tra i migliori della sua carriera. Quest’ultimo, tra l’altro, è stato completamente ignorato dalla serata, ed è un vero peccato.
Ripercorrerò velocemente le varie esibizioni, nell’ordine in cui si sono verificate.
Arisa
Perduto amor
(Fleurs 3, 2002)
La serata è iniziata con una rievocazione della cinematografia di Battiato, molto meno nota rispetto alla sua discografia. Il pezzo di Adamo, interpretato con il consueto puntiglio da Arisa, dà il titolo all’ultimo film del maestro, risalente al 2003, e apriva anche il suo secondo disco di cover (la numerazione è volutamente farlocca, ndr). Esibizione perfetta, ma ho trovato un po’ singolare la scelta di cominciare rievocando una cover anziché un pezzo originale.
Morgan
Come un cammello in una grondaia
(Come un cammello in una grondaia, 1991)
Essendo Morgan sempre imprevedibile (per usare un eufemismo), quando lessi il suo nome in scaletta non fui particolarmente entusiasta. Invece il nostro simpatico zuzzurrellone è stato semplicemente impeccabile e ha mostrato un approccio interpretativo molto affine a quello del maestro. Questo pezzo risale all’epoca battiatesca un po’ oscura che segue i fasti degli anni Ottanta ma precede quelli della stagione sgalambriana: una stagione che meriterebbe una riscoperta. Curiosità: il testo, che cita una celebre metafora surrealista, è stato scritto insieme alla scrittrice svizzera Fleur Jaeggy, che è stata moglie di Roberto Calasso.
Emma
L’animale
(Mondi lontanissimi, 1985)
L’accoppiata è un po’ strana, ma il pezzo è talmente straordinario da riuscire a valorizzare qualunque voce. Molto bello l’arrangiamento, che ha sovrapposto agli archi della Filarmonica dell’Opera Italiana Bruno Bartoletti quelli del Quartetto Italiano.
Simone Cristicchi
Lode all’inviolato
(Caffè de la Paix, 1993)
Siamo di nuovo nel limbo di cui sopra, caratterizzato da temi mistici e spirituali soverchianti: sono tipici del maestro più o meno da sempre ma in questo periodo lo fanno un po’ svaccare verso atmosfere che mia mamma all’epoca chiamava sprezzantemente “da chiesa”. Ottima la scelta di Cristicchi, che da mangiapreti ultimamente è diventato una specie di santone: l’uomo giusto al posto giusto.
Manet Raghunatù
Luna indiana
(L’era del cinghiale bianco, 1979)
Pezzo quasi esclusivamente strumentale, che questo suonatore e danzatore indiano ha accompagnato principalmente con la danza. Un bell’intermezzo, assai suggestivo.
Paola Turci
Povera patria
(Come un cammello in una grondaia, 1991)
Brano dell’epoca ‘oscura’ ma amatissimo dal pubblico, anche perché venato da un certo populismo che piace sempre alla gggente. Musicalmente è semplicemente perfetto, e l’interpretazione di Paola Turci è commossa e commovente.
Gianni Morandi
Che cosa resterà di me
(Giubbe rosse, 1989)
Questo pezzo ha avuto una storia particolare: scritto in origine proprio per Morandi, Battiato poi la prende anche per sé, però cambiandogli il titolo in Mesopotamia e inserendola solo nel suo primo album live. Morandi è Morandi: amato da tutti, può permettersi di fare qualsiasi cosa. La sua esibizione è, come sempre, incredibilmente piena di energia.
Mahmood
No Time No Space
(Mondi lontanissimi, 1985)
Non poteva esserci idea migliore che accoppiare questo pezzo d’avanguardia, a suo tempo potente hit radiofonica, con il più giovane e il più postmoderno tra gli artisti coinvolti. Il risultato spacca: non mi stupirei se Mahmood lo facesse diventare un classico del suo repertorio.
Angelo Branduardi
Il re del mondo
(Mondi lontanissimi, 1985)
Il grande e mai abbastanza valorizzato Branduardi è sembrato quasi sprecato nella sua fugace apparizione, ma ha regalato una interpretazione profonda e sentita, di un pezzo non tra i più conosciuti di Battiato ma da lui amatissimo e molto spesso inserito nei concerti. Il brano ha una architettura strumentale poderosa e lunghi momenti liberi dal canto: l’orchestra è stata più che mai protagonista.
Max Gazzè
Un’altra vita
(Orizzonti perduti, 1984)
Il pezzo ha una strofa in falsetto difficilissima da ‘prendere’, tanto che lo stesso Battiato l’ha ricalibrata nella sua reinterpretazione inclusa nella raccolta Inneres Auge del 2009. Ma ci vuole ben altro per intimidire il buon Max, che sceglie l’approccio originale e se la cava senza il minimo graffio. Il talento non è acqua.
Carmen Consoli
Tutto l’universo obbedisce all’amore
(Fleurs 2, 2008)
Il pezzo, tra gli inediti del terzo disco di cover del maestro, era interpretato in duetto proprio con la cantantessa, che quindi sceglie in un certo senso di restare nella sua comfort zone. È un po’ un peccato: sia perché Carmen l’ha già reinterpretato più a modo suo nella sua raccolta Per niente stanca, sia perché non è tra i brani migliori di Battiato. Pazienza.
Jovanotti
L’era del cinghiale bianco
(L’era del cinghiale bianco, 1979)
Il buon Lorenzo non era mai stato annunciato tra i partecipanti, probabilmente perché la sua presenza era incerta. Questo ha fatto sì che il suo ingresso abbia letteralmente mandato in visibilio la platea: e a ragione, dato che la sua interpretazione di questo pezzo fondamentale, la prima vera prova pop del maestro, è stata vigorosa, intensa e partecipata.
Lacuna Coil
Strani giorni
(L’imboscata, 1996)
Interpretazione tiratissima di quello che è forse il più straordinario pezzo rock del maestro, un capolavoro che per quanto mi riguarda può competere ad armi pari con La cura, il brano che lo segue nella tracklist dell’album della vera e propria ri-consacrazione di Battiato, album che può vantare forse il più incredibile incipit della storia della musica italiana (Di passaggio – Strani giorni – La cura: WOW!) Le voci di Cristina Scabbia e Davide Ferrario si alternano e si sovrappongono come nell’originale, riuscendo alla perfezione a ricreare la sua atmosfera trascinante. Che emozione!
Alice
Io chi sono?
(Il vuoto, 2007)
Prospettiva Nevski
(Patriots, 1980)
La cura
(L’imboscata, 1996)
Nomadi
(Fisiognomica, 1988)
Vista la sua affinità elettiva col maestro, di cui è stata metà artistica per tanti anni, non stupisce che ad Alice sia stato assegnato un piccolo mini-concerto: né stupisce il commosso omaggio che la platea ha voluto dedicarle, con una partecipatissima standing ovation. Le interpretazioni sono state tutte notevoli, forse a tratti un po’ rotte da una comprensibilissima commozione: per l’ultima si è unito l’autore del brano Juri Camisasca, altro importante collaboratore di Battiato.
Morgan e Fabio Cinti
Segnali di vita
(La voce del padrone, 1981)
Il primo pezzo tratto dall’opera massima e celeberrima del maestro viene assegnato coraggiosamente a Morgan, qui accompagnato dal cantautore Fabio Cinti, già suo (di Morgan) collaboratore. L’interpretazione è ancora una volta senza sbavature eccessive: questo, paradossalmente, ci infastidisce alquanto, perché ci fa pensare a cosa potrebbe essere Morgan se avesse avuto un manager capace di prenderlo a frustate quando vuole farne una delle sue.
Bluvertigo
Shock in my town
(Gommalacca, 1998)
L’esibizione deve essere ripetuta per via di un problema tecnico, e anche la seconda istanza sembra soffrire di un problema al microfono di Andy, ma l’approccio multiforme di questa band arguta e patinata è perfetto per il rock ardito e citazionista del pezzo di apertura di quello che è considerato da molti uno dei migliori album del maestro, ahinoi un po’ trascurato dall’evento in Arena.
Gianni Maroccolo, Antonio Aiazzi, Andrea Chimenti
Aria di rivoluzione
(Sulle corde di Aries, 1973)
Da oriente a occidente
(Sulle corde di Aries, 1973)
Al grande musicista e talent scout Gianni Maroccolo, già membro dei Liftiba ai tempi del loro percorso indipendente e ‘scapestrato’, viene assegnato un compito difficile: quello di rievocare il Battiato più pungente e sperimentatore, dell’epoca precedente la sua ‘conversione’ al pop più regolato. Il risultato è una performance notevolissima sotto il profilo della strumentazione, che però non può far altro che soccombere di fronte al richiamo dei brani di più larga fama e di più ampio consumo.
Vinicio Capossela
La torre
(L’arca di Noè, 1982)
Il piglio fantasioso e circense del buon Vicinio si accoppia alla perfezione a questo divertissement, esempio eminente del gusto del maestro per l’invettiva, spesso peraltro rivolta ai suoi simili (in questo caso artisti e cantanti). L’interpretazione è ottima, e aiuta a calarsi nell’atmosfera anche l’outfit del cantante, che sulla testa indossa a mo’ di cappello una specie di torre di Babele.
Extraliscio
Voglio vederti danzare
(L’arca di Noè, 1982)
Sembra semplicemente perfetta l’idea di accoppiare questa band stralunata a uno dei pezzi più noti e ‘danzerecci’ del repertorio del maestro. L’interpretazione è fin troppo ‘tranquilla’, almeno dal punto di vista dell’arrangiamento, che come in tutte le altre esibizioni soffre forse di una eccessiva tendenza al rispetto filologico: ma l’operazione nel complesso funziona e fa divertire alla grande il pubblico.
Juri Camisasca
Attende Domine
(Telesio, 2011)
L’ombra della luce
(Come un cammello in una grondaia, 1991)
A Juri Camisasca, che torna sul palco dopo il duetto con Alice, vengono affidati altri due brani del repertorio mistico di Battiato, in consonanza con le sue ricerche spirituali, condotte per lungo tempo fianco a fianco con il musicista siciliano. Le atmosfere sono rarefatte e sognanti, le interpretazioni delicate e commosse.
Eugenio Finardi
Oceano di silenzio
(Fisiognomica, 1988)
La voce roca e profonda di un consumato rocker come Finardi sembra francamente sprecata nell’interpretazione dell’ennesima preghiera mistica di Battiato: l’esperienza e il rigore nell’amministrare il canto si fanno sentire e pagano, ma la sensazione è che entrambe andassero messe al servizio di un pezzo più robusto e cantabile.
Fiorella Mannoia
La stagione dell’amore
(Orizzonti perduti, 1983)
Il pezzo appartiene al repertorio della voce più amata dai cantautori italiani da tempo immemorabile, ed è stata anche incisa nel live Certe piccole voci del 1999. Anche Fiorella decide quindi di restare nella sua comfort zone, ed è un peccato perché a questa straordinaria interprete puoi davvero far cantare qualunque cosa, anche l’elenco del telefono. Il pubblico non manca di far sentire la sua copiosa approvazione, dovuta a decenni di carriera e a centinaia e centinaia di live segnati da una perfezione vocale difficile da trovare altrove.
Luca Madonia
Summer on a solitary beach
(La voce del padrone, 1981)
Già leader dei Denovo, il cantautore siciliano Luca Madonia è stato tra gli amici più importanti del maestro e gli è rimasto vicino fino agli ultimi momenti. Forse per queste ragioni più sentimentali che di talento gli viene assegnato un pezzo decisivo, il brano di apertura dell’opera magna di Battiato: il risultato non è disprezzabile e ha il pregio di tentare di staccarsi un po’ dal rispetto filologico, anche se non sempre con modalità appropriate.
Baustelle
I treni di Tozeur
(Mondi lontanissimi, 1985)
Questo brano amatissimo, con cui il maestro partecipò assieme ad Alice all’Eurovision, viene assegnato alla band di Bianconi & Bastreghi, e il risultato è notevole, anche se viene in parte rovinato da problemi al microfono del cantante. L’energia però è esplosiva, e il pubblico la registra e la interpreta con trasporto.
Giovanni Caccamo
Gli uccelli
(La voce del padrone, 1981)
Confesso che non ho mai capito Caccamo, e dopo la sua esibizione all’evento in Arena continuo a non capirlo. Il cantautore siciliano, che vidi quand’era un perfetto sconosciuto aprire proprio un concerto di Battiato al Teatro Filarmonico di Verona, ha avuto legami importanti con il maestro, quindi è stato giusto coinvolgerlo: la sua esibizione porta a casa il risultato, ma il carattere vocale e la virtù scenica non sembrano tanto all’altezza.
Colapesce e Dimartino
Bandiera bianca
(La voce del padrone, 1981)
Sentimiento nuevo
(La voce del padrone, 1981)
I due cantautori siciliani, diventati nell’arco di pochi mesi vere e proprie star e infatti accolti con ovazioni dal pubblico dell’Arena, trattano come solo loro sanno fare due pezzi amatissimi dell’album più celebre del maestro. L’attenzione all’approccio e alla tonalità si accompagnano a un gusto lieve per l’ironia che Battiato avrebbe amato moltissimo e che è un po’ latitato nel corso di questo evento.
Gianna Nannini
Cuccuruccuccu
(La voce del padrone, 1981)
L’energia inarrestabile di questa cantante si accompagna molto bene a un pezzo ritmato e conosciutissimo come questo: l’interpretazione a dire il vero è più di pancia che di voce, e richiede forse un po’ troppo l’intervento catartico del pubblico, ma nella parte finale della lunghissima serata forse era proprio quello che serviva.
Vasco Brondi
Magic shop
(L’era del cinghiale bianco, 1979)
Il giovane cantautore veronese, già frontman del gruppo Le luci della centrale elettrica, esegue con buona verve la seconda traccia del primo album pop del maestro, che è una ficcante satira al business dello spiritualismo e dell’esoterismo. Forse il brano non ha la popolarità che meriterebbe: è stata una buona idea metterlo in scaletta.
Enzo Avitabile e Mario Incudine
Stranizza d’amuri
(L’era del cinghiale bianco, 1979)
Il più popolare pezzo in siciliano del maestro viene curiosamente ‘convertito’ in un pezzo in napoletano: il risultato è un po’ bizzarro e ha fatto sicuramente rizzare i peli sulla schiena ai fan più rigorosi, ma tutto sommato si è trattato di un momento apprezzabile e a suo modo anche simpatico.
Diodato
E ti vengo a cercare
(Fisiognomica, 1988)
Brano amatissimo, caratterizzato da una perfezione formale e compositiva difficilmente riscontrabile in generale nel panorama cantautorale, E ti vengo a cercare è stato valorizzato come non mai dalla voce al contempo potente e misurata di Diodato. A questo ragazzo non si può davvero dire niente, almeno dal punto di vista della pura e semplice interpretazione.
Colapesce, Dimartino, Luca Madonia, Carmen Consoli, Giovanni Caccamo, Mario Incudine
Centro di gravità permanente
(La voce del padrone, 1981)
Tutti i siciliani si sono riuniti assieme per una sorta di rito collettivo, all’insegna dell’unico brano fino a questo punto mancante dell’album più celebre del maestro, giustamente messo in scena dalla prima all’ultima traccia. Il risultato non è stato forse il massimo a livello formale, ma ha compensato la commovente unione delle voci e dei corpi, a dar vita a un momento corale di cui si sentiva decisamente la mancanza.
Subsonica
Up patriots to arms
(Patriots, 1980)
Il pezzo fa parte del repertorio dei Subsonica da molti anni, ma ha fatto comunque piacere vederlo suonare dal vivo, a dar forma a un finale incredibilmente energico, come se la band fosse ancora ferma a quando i suoi membri avevano vent’anni. La strumentazione al contempo avveniristica e retrò ha incarnato alla perfezione, quasi come arguto cappello conclusivo, la natura multiforme dell’opera di Battiato, al contempo nostalgica di tradizioni millenarie e volta al futuro.

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