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Festival di Sanremo 2020: le mie pagelle

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February 2, 2020 by Mosè Viero

La nuova edizione del Festival della Canzone Italiana è conclusa. Le serate sono state davvero interminabili e la gara sembrava fare da ancella ai discutibili momenti di spettacolo anziché il contrario. Purtroppo la formula ha incontrato il gradimento del pubblico: potremmo doverci sorbire Amadeus come direttore artistico ancora per tanti anni.

Qui sotto troverete le pagelle delle 24 canzoni dei BIG, in ordine di esibizione; il vincitore è Diodato, con Francesco Gabbani al secondo posto e i Pinguini Tattici Nucleari al terzo. Successivamente ci sono le pagelle dei Giovani, tra i quali ha vinto Leo Gassmann.


BIG


Irene Grandi – Finalmente io

Per la sua quinta partecipazione al Festival, la rocker toscana punta nuovamente sulla premiata ditta Rossi-Curreri, che già le regalò parecchie gioie esattamente vent’anni fa, nel 2000, quando La tua ragazza sempre conquistò la seconda posizione. Finalmente io ha tutto quello che ci si può aspettare da questi autori: una strofa dimessa e parlata “alla Vasco” e un ritornello più energico e melodico “alla Stadio”. Forse è proprio la natura ‘classica’ e fondamentalmente derivativa del brano a costituire il suo punto debole: i ritmi discontinui nascondono a fatica la mediocre ispirazione, e a poco valgono le arditezze liriche, che hanno anzi un’aria vagamente patetica (“Se vuoi fare sesso / facciamolo adesso”). Peccato.
Voto: 6

video ufficiale


Marco Masini – Il confronto

Masini è un cantautore onesto, che ha avuto momenti up e momenti down. La sua partenza negli anni Novanta fu per certi versi sorprendente (Ci vorrebbe il mare mi mette ancora qualche brivido), e forse diede adito ad aspettative un po’ troppo alte, poi in gran parte deluse. Spiace dire che neanche il pezzo in gara quest’anno è particolarmente interessante: è pop inoffensivo e usuratissimo, senza nessuna trovata degna di nota né dal punto di vista melodico né da quello strumentale. Le liriche se non altro evitano l’insopportabile qualunquismo di cui spesso questo cantante si fa portavoce: d’altro canto neanche il tema dell’auto-analisi in chiave di anamnesi è particolarmente originale.
Voto: 5

video ufficiale


Rita Pavone – Niente (Resilienza 74)

Quando seppi della partecipazione di Rita Pavone al Festival, ebbi un attacco di ridarella isterica, immaginando gli abissi di trash nei quali saremmo stati trascinati dalla sua esibizione. Invece tocca dire che il pezzo dell’ex Giamburrasca, scritto per lei dal figlio Giorgio Merk, non è così male. Trattasi di rock energico e trascinante, che peraltro l’arzilla settantaquattrenne interpreta con un coinvolgimento financo eccessivo (l’album version è più trattenuta ed equilibrata). Certo, non è un pezzo che farà la storia: alcuni momenti sono già sentiti (quel “non succede proprio niente” sembra preso di peso dal Messaggio dalla luna scritto recentemente da Fossati per Loredana Bertè), e il testo cerca di apparire contemporaneo con appigli instant francamente evitabili (“meglio cadere sopra un’isola o un reality che qualche stronzo voterà”). La critica tende alla stroncatura, forse anche per via della storia personale e delle prese di posizione dell’artista, spesso un pochetto deliranti. Io dal canto mio rispetto questa signora che, come in passato hanno sempre fatto anche Patty Pravo e Ornella Vanoni, decide di mettersi in gara pur potendo permettersi, per età e carriera, l’ospitata riverente stile Al Bano e Romina. Brava Rita: ti vogliamo più cantante e meno opinionista.
Voto: 6

video ufficiale


Achille Lauro – Me ne frego

Cosa dire di questo pezzo? L’esibizione della prima serata ha già vinto tutto e verrà probabilmente ricordata nella storia della manifestazione come un momento davvero epico. La performance ha avuto almeno due meriti tra i tanti: sconvolgere i vecchi bigotti (leggete i commenti della gggggente sotto il video pubblicato dalla Rai su Facebook) e offrire al pubblico normodotato differenti chiavi di lettura, con la provocazione pura e semplice che s’affianca alla cura estetica e scenografica, che può lasciare posto a sua volta alla lettura simbolica in chiave francescana. Anche la seconda esibizione, nella quarta serata, ha mostrato un sottotesto di spessore, con il suo riferimento alla marchesa Casati, musa simbolista e decadente. Tutto questo ha lo spiacevole e non troppo paradossale effetto di mettere in ombra il brano, che è un classico pezzo dance anni Ottanta con special lento, esattamente come Rolls Royce lo scorso anno. La ripetitività del sound può spiacere solo a chi non frequenta il genere: ma i fan sono in visibilio, e io con loro.
Voto: 7


Diodato – Fai rumore

Diodato è un cantautore che merita sempre una certa attenzione: pur non avendo mai toccato le mie corde fino al punto di farmi avvicinare alla sua opera nella sua interezza, devo riconoscergli un grande mestiere nel maneggiare testi e melodie. Il pezzo in oggetto è una classica ballad a tema sentimentale, con strofa e inciso nettamente separati da tonalità arditamente variate. Nulla di particolarmente eclatante, ma le tessere del puzzle che sono liriche, melodia e arrangiamento vanno al loro posto con una naturalezza inusitata, e il ri-conferimento al termine rumore del suo spessore semantico merita da solo il prezzo del biglietto.
Voto: 7

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VINCITORE!


Le Vibrazioni – Dov’è

La storia di questo gruppo è per certi versi quella del pop italiano contemporaneo: se ci sono stati i The Giornalisti, si deve anche e soprattutto a Sarcina & co. Certo, i tempi d’oro sono ormai passati e Dov’è è un pezzo davvero scialbo, con un ritornello da terza elementare: d’altro canto, l’esperienza del gruppo a livello interpretativo si sente parecchio, e la messa in scena, caratterizzata da un insolito duetto con un interprete della lingua dei segni, ha destato più di qualche interesse.
Voto: 5

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Anastasio – Rosso di rabbia

Il giovanissimo rapper già trionfatore di XFactor presenta al Festival una canzone che è di maniera solo apparentemente: l’abusato tema della rabbia giovanile sembra, in Rosso di rabbia, un pretesto per parlare invece di chi usa la rabbia come posa estetica, come vezzo, e del mondo dello spettacolo che necessariamente ‘disinnesca’ le potenze interiori. L’ispirazione non è male, lo svolgimento poteva riuscire meglio, anche se non manca un appropriato rimando a De Andrè e al suo Bombarolo. La coloritura rock è apprezzabile, anche se si colloca proprio in corrispondenza della parte liricamente più debole, cioè l’inciso.
Voto: 6

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Elodie – Andromeda

La donna dalle sopracciglia importanti torna in gara al Festival dopo la dimenticabile Tutta colpa mia del 2017, e questa volta il suo pezzo spacca. Andromeda porta le firme di Mahmood e Stardust, e la loro impronta si sente in ogni nota. Il fatto che il trionfatore dello scorso anno faccia mostra di un sound già così consolidato e riconoscibile può essere un bene o un male, e solo il tempo ci incanalerà nella giusta direzione di giudizio. Per intanto, ci godiamo questa musica così irresistibilmente contemporanea, capace al tempo stesso di sorprendere con originali trovate d’arrangiamento e di coccolarci tra le braccia dell’inciso più ‘naturale’ e radiofonico che ci sia. Nella nostra personale classifica, si gioca il primo posto con il pezzo di Bugo e Morgan.
Voto: 8

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Bugo e Morgan – Sincero

Ogni volta che vedo un’esibizione di Morgan tiro sacramenti di ogni sorta pensando a che occasione sprecata sia quest’uomo. Certo, nei suoi momenti d’oro ha prodotto opere davvero mirabili, ma poi si è trasformato in un personaggio televisivo trash, ‘sporcando’ anche retrospettivamente la sua immagine (sta facendo la stessa fine, ahinoi, anche la brava Malika Ayane, la cui ultima canzone impreziosisce la pubblicità di uno spazzolino elettrico. Brrrr!) Sincero è un pezzone, che strizza chiaramente l’occhio a chi è cresciuto frequentando il cantautorato pop degli anni Ottanta e Novanta. L’arrangiamento tutto basato sulle tastiere richiama in particolare la produzione d’epoca del grande Franco Battiato, alle atmosfere del quale rimandano anche le liriche, spesso costruite attorno a frasi nominali, con l’imperativo che fa capolino qua e là, in particolare nel riuscitissimo specialino. L’andamento omogeneo di melodia e arrangiamento richiede tempo per apprezzare il dettaglio: ma chi ha orecchie per intendere intenderà.
Voto: 7

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Edit: SQUALIFICATI!
Durante la performance della quarta serata, Morgan ha cambiato il testo riempiendolo di insulti più e meno velati contro il suo compagno di gara. Bugo ha reagito abbandonando il palco. Da regolamento, i due artisti sono stati squalificati per defezione (peraltro, anche cambiare il testo è di per sé motivo di squalifica). Vedi quanto scritto sopra: Morgan è un artista interessante, ma anche un irrimediabile cialtrone.


Alberto Urso – Il sole ad est

Lo confesso: non ho mai capito il senso di queste contaminazioni tra pop e musica lirica. Dev’essere un mio limite, visto che Andrea Bocelli con questa ‘chiave’ ha aperto le porte del mercato discografico internazionale: ma io quando sento un pezzo come Il sole ad est non posso fare altro che chinarmi per raccogliere i miei attributi che rimbalzano per la stanza. Senza contare che il brano in oggetto, fuori tempo massimo come non mai, farebbe pena anche senza alcuna contaminazione. E poi: vogliamo parlare della D eufonica nel titolo? Da stroncare anche solo per quello.
Voto: 2

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Riki – Lo sappiamo entrambi

Poteva mancare la quota bimbominkia? Ovviamente no. Questo giovanotto sconosciuto ai più occupa la nicchia ecologica di Benji e Fede o di Einar o di Lele (chi se li ricorda?) È giusto anche rappresentare il mondo teen, per carità: ma la roba più scema che ascoltavo io ai tempi era Mariah Carey, che a confronto con questi qua sembra il genio della musica. Cos’è andato storto?
Voto: 2

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Rapahel Gualazzi

Gualazzi è un artista singolare: un po’ pop, un po’ swing, qualche volta rock, i suoi pezzi hanno spesso un’aria irresistibilmente vintageCarioca rientra appieno nella fattispecie, esibendo una ricchezza strumentale inusitata, che si rispecchia anche in una messa in scena degna di nota. Melodicamente, non siamo di fronte a uno dei pezzi più catchy del nostro: è musica ben curata, ma Gualazzi poteva e doveva fare di più.
Voto: 6

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Piero Pelù – Gigante

Piero Pelù è un personaggio particolare: rocker ribelle e fuori dagli schemi da giovanissimo, poi folgorato sulla via della popolarità di massa prima coi Litfiba e poi da solista, infine personaggio televisivo vagamente trash con tendenze complottare. Dal punto di vista della produzione musicale si è sempre mantenuto sopra la soglia dell’accettabile, ma le ultime trovate veramente memorabili risalgono ormai ai lontani anni Novanta. Il pezzo in gara è una cavalcata rock onesta e godibile, un po’ banalizzata dall’abusato tema del dialogo intergenerazionale e trattenuta a terra da liriche a tratti discutibili (“tu sei il mio Gesù”).
Voto: 6

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Elettra Lamborghini – Musica (e il resto scompare)

La presenza in gara di un pezzo come quello di Elettra Lamborghini mi permette di affrontare un tema che mi sta molto a cuore. C’è un colossale equivoco quando si giudicano le opere dell’ingegno: potremmo chiamarlo il problema del confronto inopportuno e inconsistente. È un inghippo che mi tocca affrontare continuamente anche nella mia attività, attualmente a tempo perso, di critico videoludico. Detto in poche parole: un’opera dell’ingegno va valutata in base a ciò che offre, non in base a criteri di carattere universale. Il critico non deve avere in mente l’a-priori del manufatto perfetto e giudicare sulla base degli scartamenti da quel modello, né mettere tutti i prodotti dell’ingegno in un unico calderone e scegliere il migliore: deve, al contrario, calibrare il proprio metro ritagliando il più possibile il sotto-genere. Ecco: nella limitatissima nicchia nel quale si colloca, questo pezzo non è affatto male. Certo, Elettra non ha voce: come anche Romina Power o Viola Valentino, eppure non ci ricordiamo particolari proteste. Certo, l’arrangiamento spagnoleggiante grida vendetta al cospetto del cielo, ma ormai per la nostra ereditiera è una specie di marchio di fabbrica. Comunque, la procace performer è la prima in assoluto ad aver twerkato, purtroppo timidamente, sul palco dell’Ariston: non dovrebbe bastare questo per garantire la vittoria?
Voto: 7

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Enrico Nigiotti – Baciami adesso

Confesso di non capire Nigiotti: sulla carta dovrebbe portare a casa risultati dignitosi, se non altro per via delle illustri collaborazioni passate. Invece sia il pezzo di quest’anno sia il Nonno Hollywood della scorsa edizione mi sembrano operazioni scialbe e anonime, prive di mordente e di personalità, adagiate su formule stilistiche di pura e semplice maniera. Se ne poteva fare a meno. Il video però merita un’occhiata, ma su quello io sono un po’ di parte.
Voto: 4

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Levante – Tikibombom

Levante è una giovane cantautrice già mirabilmente ‘centrata’ ed evoluta pur essendo alle prime battute della sua carriera: dagli inizi indirizzati verso il pubblico dei giovanissimi si è progressivamente spostata verso stilemi più affini alla platea dei trenta/quarantenni, come testimoniano anche le recenti illustri collaborazioni (Max Gazzè, Carmen Consoli). Il suo stile interpretativo diseguale e la sua creatività di scrittura sono ben rappresentati dal pezzo in oggetto, che affronta un tema molto frequentato, l’esaltazione della diversità, con piglio sufficientemente originale. Non mancano le imperfezioni, per esempio gli accenti mal collocati o il titolo oscuro e dalla simbologia riduttiva. Ma è sicuramente uno dei brani più interessanti tra quelli in gara.
Voto: 7

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Pinguini Tattici Nucleari – Ringo Starr

Il gruppo indie capitanato da Riccardo Zanotti porta sul palco dell’Ariston la sua formula ormai consolidata, fatta di rock temperato da sfumature folk e pop, colorate da atmosfere classic sulle quali appoggiano tematiche ironiche e disincantate. Ringo Starr è un divertissement che rende omaggio agli ‘ultimi’ usando come ispirazione il più defilato tra i baronetti di Liverpool: la linea melodica e gli arrangiamenti funzionano fin dal primo ascolto, e le liriche regalano qualche soddisfazione (“Il cerchio della vita impone che per un re leone / vivano almeno tre iene”). La consuetudine e la prevedibilità del fraseggio lasciano però un po’ di amaro in bocca in chi si aspettava una qualche sorpresa in più.
Voto: 6

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Tosca – Ho amato tutto

Tosca è una cantante classicamente raffinata, dalla carriera costellata da illustri collaborazioni (da Ron, con il quale ha vinto il Festival nel 1996, a Lucio Dalla a Ivano Fossati) e segnata da un’intensa attività teatrale. Il pezzo con cui si presenta al Festival è scritto interamente dal grande musicista e produttore Pietro Cantarelli, che andrebbe santificato solo per aver prodotto e arrangiato l’album Lampo viaggiatore di Fossati, forse uno dei lavori più belli di tutta la storia della musica italiana. Si tratta di una ballad lenta tutta pianoforte e archi, dalle liriche delicate e dalla costruzione tutta incentrata sul magnetismo dell’interprete. Non si può certo dire che sia un brutto pezzo, ma la linea melodica sfuggente e le atmosfere fin troppo rarefatte la rendono poco adatta al ‘consumo’ veloce del Festival.
Voto: 6


Francesco Gabbani – Viceversa

La partecipazione del Gabba a questo Festival si può spiegare solo con motivi promozionali, visto che il nostro ha già vinto tutto quel che poteva vincere e visto soprattutto che la mirabile prova di Occidentali’s karma potrà difficilmente essere eguagliata. Il nuovo pezzo è molto diverso dal successo del 2017 e dal suo piglio ironico e argutamente citazionista: Viceversa è un semplice esercizio pop dalla struttura molto classica, con ritornello nel quale l’immancabile tormentone prende le forme di un irresistibile fischiettio. Per comporre il testo, il cantante si è fatto affiancare dal bravo Pacifico, braccio destro storico di Malika Ayane e in gara due anni fa assieme a Ornella Vanoni: il risultato non è disprezzabile e mostra con evidenza la mano del coautore, che da sempre tratta le parole con misura e precisione. Non siamo di fronte a una canzone che farà la storia, ma Gabbani ha ormai un carisma che lo rende capace di portare al successo anche i pezzi più ‘normali’.
Voto: 7

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Paolo Jannacci – Voglio parlarti adesso

Il buon Paolo, figlio del grande Enzo e da sempre ottimo musicista, inevitabilmente messo in ombra dall’ingombrante figura paterna, è un personaggio davvero simpatico. Peccato che abbia scelto come primo ‘vero’ passo nel mondo dei cantautori un pezzo stanco e retorico, incentrato ancora una volta sul dialogo tra generazioni, questa volta del padre con la figlia. Le immagini poetiche stentano a decollare e il fraseggio si attesta sui modi prevedibili della più classica ballad sentimentale, senza alcun appiglio che permetta di mostrare almeno un minimo le doti dell’interprete. Fatichiamo a capire il senso dell’operazione.
Voto: 4

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Rancore – Eden

Questo giovane rapper romano di origine croato-egiziana è già salito sul palco dell’Ariston lo scorso anno, in un featuring con Daniele Silvestri per l’intenso pezzo Argentovivo. Quest’anno ci mette la faccia, avendo dalla sua la produzione dell’inossidabile Stardust: Eden è un brano interessante, tutto costruito, dal punto di vista tematico, su metafore che partono dalla mela per passare attraverso la Genesi, il mito greco, Newton e Steve Jobs. Il ritornello funziona musicalmente ma si perde nel collocare le liriche, uscendone non troppo agevolmente con un’onomatopea. Nei pezzi rap è sempre importante che le parole siano ben scandite: l’orchestrazione complessa a cui spinge il palco sanremese da questo punto di vista non sempre aiuta.
Voto: 6

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Junior Cally – No grazie

Questo povero rapper è stato oggetto, prima del Festival, di polemiche talmente primitive e reazionarie che per quanto mi riguarda meriterebbe di vincere a mani basse. Ma lasciamo perdere questo aspetto, al quale dedicherò un articolo apposito nei prossimi giorni. Il pezzo in oggetto è rap fortemente contaminato, tanto da avere una linea melodica molto riconoscibile non solo nel ritornello ma anche nella strofa: c’è anche l’ormai classica struttura che pone l’inciso in incipit. Il testo declina il nichilismo tipico di questo genere musicale concentrandosi anzitutto in ambito sociale e politico, non senza precisi riferimenti a due personalità di rilievo (Salvini e Renzi). Il risultato è caratterizzato da un certo qualunquismo, ma il messaggio arriva comunque forte e chiaro.
Voto: 6

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Giordana Angi – Come mia madre

Questa giovane cantante dalla voce ruvida “alla Noemi” è alla seconda partecipazione a Sanremo: ci provò già nel 2012 nella categoria Giovani, venendo però subito eliminata. Come mia madre è un pezzo anonimo e trascurabile, l’ennesima variazione sul tema del dialogo intergenerazionale, davvero abusato quest’anno sul palco dell’Ariston. Se a questo aggiungiamo i contenuti con momenti quasi surreali (“l’amore non è solo un posto / è il tuo modo di fare”) e una voce che come già detto è essa stessa derivativa, non può risultarne nulla di buono.
Voto: 4


Michele Zarrillo

Zarrillo è alla sua tredicesima partecipazione al Festival: autore e interprete di pop inoffensivo e manierato, ha avuto una fase ispirata negli anni Novanta, nei quali ha prodotto le sue opere senza dubbio migliori (Cinque giorniL’elefante e la farfalla). Quest’anno prova a rimettersi in carreggiata con un pezzo dal sound sorprendentemente movimentato, che strizza l’occhio alle atmosfere e alla vocalità contemporanee, un po’ sulla scia di quanto tentato negli ultimi anni da Nek. Il risultato purtroppo è meno soddisfacente, soprattutto a causa del diverso piglio interpretativo, apparentemente più adatto, forse anche per l’azione della memoria, a colori più intimi e raccolti.
Voto: 4


GIOVANI


Eugenio in Via di Gioia – Tsunami

Questo simpatico gruppo piemontese, il cui nome racchiude quello di tre dei quattro componenti (Eugenio Cesaro, Emanuele Via e Paolo Di Gioia), è esponente del frequentatissimo genere del pop-folk indie. Il pezzo in gara è in realtà puro e semplice pop contemporaneo, che strizza l’occhio alle produzioni più popolari, in particolare ai The Giornalisti. Le ‘stanze’ giustappongono una strofa psichedelica, un bridge ritmato con sincope elettronica e infine un ritornello tutto strumentale: ne risulta un insieme variegato ma fin troppo disomogeneo e vagamente artefatto. Il testo, ennesima variazione sul tema del disorientamento delle nuove generazioni nella contemporaneità, non aiuta a rendere l’operazione sufficientemente memorabile.
Voto: 5

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Fadi – Due noi

Thomas Fadimilouyi, in arte Fadi, è un ragazzo italo nigeriano dal timbro vocale davvero singolare. Giudicarlo è operazione complicata perché le voci dal ‘colore’ fortemente caratterizzato sono intrinsecamente controverse. Basti pensare a personaggi come Carmen Consoli, Malika Ayane, Norah Jones: o si amano o si odiano, non c’è via di mezzo. Il pezzo in oggetto è un classico ‘lentazzo’ dalla strofa dimessa e dal ritornello aperto, che peraltro arriva improvvisamente come uno schiaffo e nel quale la voce da suadente chansonnier dell’interprete si trasforma in un urlo quasi belluino. Lo confesso: io non sono convinto.
Voto: 4

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Fasma – Per sentirmi vivo

Fasma, nome d’arte di Tiberio Fazioli, è un rapper della scena romana, classe 1996, molto popolare tra i giovani non solo della Capitale. Il suo brano ha tutte le carte in regola per mandare in visibilio il suo pubblico di riferimento, pur non rinunciando a stratagemmi di presa più ampia: se l’autotune che imperversa nella strofa può far perdere la ragione a chi ha più di trent’anni, il ritornello, decisamente più rock che rap, accenderà qualche entusiasmo anche in chi ha i primi capelli bianchi. Le liriche, immancabilmente concentrate sui drammi dell’amore post-adolescenziale, non rinunciano, pur con il consueto abuso dell’iperbole (“perché in fondo ti uccido / perché in fondo mi uccidi”), a toccare corde di toccante sincerità. Forse è il migliore tra i pezzi in gara.
Voto: 6

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Gabriella Martinelli e Lula – Il gigante d’acciaio

È interessante segno dei tempi, che forse meriterebbe d’essere indagato anche in chiave sociologica, il fatto che quest’edizione della gara dei Giovani è ‘inquinata’ da ben tre pezzi “impegnati”, ma con quella particolare declinazione dell’impegno, ahinoi così frequente sul palco dell’Ariston, che cancella il lirismo sostituendolo con la retorica più squallida, nel tentativo di racimolare voti e sostegno non con l’estetica ma con l’etica. Il pezzo in oggetto parla nientemeno che dell’Ilva di Taranto, con un testo che definire raccapricciante è eufemistico (“Mio padre lavora in un posto grandissimo, lui lo chiama il Gigante d’acciaio / con grandi camini che fumano sul mare e gli ho sentito dire / che dà lavoro a diecimila persone / eppure papà da lì se ne vuole andare / dice sempre: non possiamo scegliere se vivere o lavorare / se scappare o morire”). Se non altro, a questa imperdonabile retorica si affianca una struttura rock solida, per quanto banale e prevedibile: il ritornello, che si limita a ripetere due volte la frase “Non ci sarà un’altra volta”, ha l’aria di essere un placeholder che può essere piazzato con senso in qualunque canzone.
Voto: 3

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Leo Gassmann – Vai bene così

Figlio d’arte, il giovane Leo presenta un brano che nelle prime battute promette benissimo: la strofa, costruita su toni bassi e colorata da un approccio interpretativo molto teatrale, ha un incipit liricamente intenso (“Solo tu sai quanto fa male sentirsi l’ultimo in una finale di artisti”). Nel prosieguo, purtroppo, i contenuti si distendono su toni più fiacchi e prevedibili, e l’humbleness vocale lascia il posto a gorgheggi consunti. Il pezzo mostra comunque una costruzione e un arrangiamento intensi e curati, che arrivano a impreziosire il finale addirittura con un coretto gospel, non del tutto ‘centrato’. Peccato perché poteva dare di più.
Voto: 6

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VINCITORE!


Marco Sentieri – Billy Blu

Nel terzetto di canzoni retorico-didascalico-paracule, quella di Marco Sentieri merita senz’altro il primo posto. Questo patetico predicozzo contro il bullismo è involontariamente comico: il protagonista, esponente della ricca borghesia senza valori, sfoga la sua idiozia contro il povero Billy Blu del titolo, invidioso forse dei suoi buoni risultati scolastici. Ma il colpo di scena è dietro l’angolo: una sera il cattivone decide di farla finita e sta per gettarsi da un ponte, ma da lì sta passando, guarda a volte i casi della vita, proprio lo sfigatello dei tempi della scuola, che ovviamente lo salva. I due diventano amici e il cattivo può spiegare le ragioni della sua cattiveria: il padre “che non c’era”, la madre “piena d’ansia”. Perché la stronzaggine non è mai endogena, ha sempre una qualche causa meccanica, come la legge di gravità. Al nostro bullo sono mancati, dice il Marcone, “due schiaffi d’amore”. Personalmente, mi sono sentito così offeso come ascoltatore di musica solo dopo Luca era gay di Povia. Questa roba è talmente indegna che anche solo chiamarla spazzatura è farle un complimento.
Voto: 0


Matteo Faustini – Nel bene e nel male

Questo baldo giovane bresciano, classe 1994, porta sul palco del Festival una ballad ultraclassica, resa purtroppo un po’ stentata, sulla strofa, dalla malsana idea di includere una piccola parte recitata, che essendo nell’incipit rischia di rimanere nella memoria più delle parti più riuscite, come ad esempio il ritornello, ben caratterizzato da un uso molto moderno del vocalizzo. Il tema, la difficoltà che aiuta a crescere, è purtroppo banalissimo, e le poche immagini poeticamente interessanti (“anche le montagne eran barriere, adesso sono un bel paesaggio”) sono immerse in un oceano di trivialità (“andare fino in fondo è il miglior modo per riuscire finalmente a galleggiare”).
Voto: 4

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Tecla – 8 marzo

La terza canzone retorico-didascalico-paracula si occupa, com’è prevedibile dal titolo, di violenza sulle donne. La povera e probabilmente incolpevole interprete, che vocalmente è una specie di clone di Anna Tatangelo, si barcamena come può dentro un pezzo vecchissimo per struttura e per contenuti, caratterizzato da un testo che in un paese civile dovrebbe portare alla galera. Esempi sparsi: “E nelle vene gli anticorpi alla paura / i silenzi che ci fanno da armatura / è resilienza, io so la differenza / tra uno schiaffo e una carezza”; “se ci crolla il mondo addosso come sempre ci rialziamo / nonostante a volte uomo non vuol dire essere umano”; “in fin dei conti siamo solo di passaggio / come le rondini, come l’8 marzo / e non basta ricordare di una festa con un fiore / se qualcuno ci calpesta”. Ok, è giusto non calpestare le donne: ma gli attributi dello spettatore, chi li tutela dal calpestio?
Voto: 1

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