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La Biennale di Venezia, ovvero il racconto mancato

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October 30, 2017 by Mosè Viero

A Venezia sta per chiudersi la cinquantasettesima Esposizione Internazionale d’Arte, meglio nota come la Biennale, evento che dal 1895, anno della sua prima edizione, rappresenta uno dei più importanti palcoscenici dell’arte contemporanea mondiale. Affiancata da qualche anno dalla sorella sempre meno minore dedicata all’architettura, la Biennale d’arte è un appuntamento imperdibile non solo per gli appassionati del genere ma anche, più in generale, per chi voglia vivere fino in fondo la vita culturale della città: ogni due anni, ma ormai in realtà ogni anno complice l’appena citata Biennale d’architettura, gli eclettici padiglioni liberty dei Giardini e le austere Corderie e Sale d’Armi dell’Arsenale si aprono alle più improbabili opere d’arte, installazioni e performance (da pronunciarsi rigorosamente alla Marina Abramovic parodiata da Virginia Raffaele). Chi non è sul pezzo dal punto di vista critico ed ermeneutico può sempre fingere di essere al luna park: in ogni caso, il divertimento è assicurato.

Anche perché chi voglia cercare di afferrare senso e significato non tramite una preparazione pregressa bensì tramite gli apparati presenti in loco è destinato a sbattere la testa al muro, in senso metaforico ma anche fisico. Ecco un paio di esempi di come la prestigiosissima Biennale offre le informazioni necessarie a decifrare le opere esposte: con targhettine scritte in caratteri lillipuziani, attaccate al muro a quota bassissima, lontano dall’opera a cui si riferiscono e spesso anche in penombra se non completamente al buio.

Chi riesca a intraprendere l’erculeo sforzo necessario alla decifrazione rimarrà peraltro, il più delle volte, con in mano un pugno di mosche. La prima metà del testo riporta solitamente una inutile mini-biografia dell’artista, o peggio ancora un elenco dei premi vinti in passato. Poi arriva un qualche accenno sull’opera esposta, ma può anche trattarsi di una semplice descrizione oppure di frasi in critichese stretto: elaborate circonvoluzioni sintattiche per comunicare concetti semplicissimi, arditissimi voli pindarici per spiegare banalissime ovvietà, o anche frasi semplici e dirette che riescono però a non dire assolutamente nulla.

Intendiamoci: la Biennale è un evento che fa della disomogeneità la sua cifra, essendo composta da padiglioni, vere e proprie mostre indipendenti l’una dall’altra. Il curatore di ciascuna edizione si limita a ideare e organizzare il cosiddetto padiglione centrale, da diversi anni suddiviso tra Giardini e Arsenale, e a dare l’approvazione per gli altri, in genere collegati a un qualche Paese del mondo (le cosiddette partecipazioni nazionali), ciascuno dei quali ha un suo curatore. Gli approcci dunque sono quanto mai differenziati e discontinui, e questo è senza dubbio parte del fascino dell’evento nel suo insieme.

Purtuttavia, nel mio frequentare l’esposizione nelle sue ultime almeno sette edizioni, non ho potuto fare a meno di notare una caratteristica ricorrente, che è, per l’appunto, il sostanziale disinteresse per la fruizione ragionata delle opere esposte. Solo alcuni padiglioni fanno eccezione e offrono un apparato didattico ‘leggero’, pratico e funzionale. Non delude quasi mai, da questo punto di vista, il padiglione inglese, impeccabile nell’offrire ai visitatori un pieghevole con una descrizione veloce e puntuale delle opere esposte, quest’anno le sculture di Phyllida Barlow riunite sotto il titolo Folly. In questa ultima edizione portano a casa il risultato, tra gli altri, anche il padiglione ungherese (Peace on Earth di Gyula Varnai: sei opere in totale, opportunamente spiegate dal pieghevole in omaggio e legate da un filo conduttore chiaro e semplice) e il padiglione russo (Scene change di Grisha Bruskin: una mostra/installazione introdotta efficacemente da due -DUE!- semplici frasi, più che sufficienti a inquadrarla e a renderla fruibile).

In quasi tutti gli altri padiglioni, ahinoi, si naviga a vista, quando non direttamente nella nebbia. Paradossalmente è spesso il padiglione centrale a essere il meno ‘maneggevole’ dal punto di vista didattico: non a caso gli esempi nefasti mostrati sopra in fotografia sono tutti da esso provenienti. In genere funziona così: il racconto del curatore (quest’anno la francese Christine Macel, che ha dato alla sua opera il garrulo titolo Viva Arte Viva) si dipana attraverso diverse sezioni, ciascuna delle quali presenta opere legate da un flebile filo conduttore, enucleato tramite apposito spiegone introduttivo. Passato quest’ultimo, il visitatore è lasciato a se stesso, o meglio è lasciato all’interazione con le targhettine di cui sopra. Che sono non solamente inutili, ma financo dannose, visto che chi volesse leggerle tutte non avrebbe tempo per guardare le opere. L’approccio luna-park diventa allora non solo il rifugio dell’inesperto, ma anche l’unica via d’uscita per l’appassionato che non voglia perdere due diottrie e guadagnare un’ernia per leggere pagine di deliri appese ad altezza nano da giardino.

Più volte mi sono chiesto: perché? È forse così difficile copiare l’approccio inglese (e, quest’anno, anche ungherese e russo) e dare al visitatore la possibilità di capire e di intendere, offrendogli uno spunto interpretativo sotto forma di una o due frasi per ogni opera, scritte a caratteri cubitali a inizio mostra o da tenere con sé in mano durante l’esplorazione? Come mai così pochi si preoccupano di questo aspetto così fondamentale? Forse si tratta del frutto malato dell’approccio manageriale con cui si vive e si giudica, negli ultimi tempi, l’evento culturale, secondo il quale a contare non è tanto lo spessore scientifico o didattico dell’esposizione, quanto il numero dei visitatori che l’hanno avvicinata, cioè il suo semplice incasso. Forse, peggio, siamo ancora vittime del pregiudizio romantico borghese secondo cui l’arte dovrebbe parlare solo un linguaggio lirico e irrazionale, che riuscirebbe a toccare le corde dello spettatore indipendentemente dalla sua preparazione specifica. Se vista da questa prospettiva, la deficienza didattico-comunicativa della Biennale è l’altra faccia della medaglia che mostra, sul recto, le tamarrissime ‘goldinate’ ospitate al momento nella Basilica palladiana di Vicenza: ammassi informi di capolavori tenuti insieme dalla vacua retorica del bello. Chi non ha niente da dire lo dice benissimo, chi avrebbe tantissimo da dire non lo fa e preferisce, anziché impegnarsi seriamente nella divulgazione, perpetuare il mito della incomprensibilità dell’arte contemporanea. Intendiamoci: rispetto all’armamentario reazionario messo in scena dalle pseudo-mostre di Goldin, il comitato scientifico della Biennale splende come Alpha Centauri nelle notti di cielo terso. Ma a cosa serve costruire mirabolanti lavori di ricerca se non si dedica sufficiente impegno al racconto?


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