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In memoria di Anna Marchesini

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October 7, 2016 by Mosè Viero

Ho già adocchiato una vetrinetta in sala riunioni con un piccolo cofanetto verde di porcellana, credo.
Ritengo sia ideale per contenere le mie ceneri. E’ una aspirazione che piano piano trovero’ il coraggio di far uscire alla luce. Che detto di un mucchietto di ceneri non è appropriato.
Posso tentare…. e se mi ribocciano?
E se poi l’Accademia trasloca?
E se durante il trasloco il cofanetto verde si rompe? No eh! essere spazzata via dall’Accademia no mai più!

marchesini

Il 30 luglio di quest’anno è mancato uno dei personaggi a cui è maggiormente legata la mia formazione, culturale in senso stretto e umana in senso lato. Grazie ad Anna Marchesini ho imparato il gusto della risata fragorosa, la leggerezza ironica con cui è d’uopo affrontare contrattempi e disgrazie, ma anche tutta una serie di valori che sono connessi con la sua attività di attrice comica solo indirettamente. È, questa, la caratteristica precisa della grande arte: farsi appiglio tramite cui arrampicarsi verso altezze imprevedibili prima di tutto dallo stesso artista. La fruizione di un’opera dell’ingegno verso cui si prova affinità e interesse è esperienza privata e personale per antonomasia: e il buon critico, di riflesso, è colui che, in una sorta di percorso uguale e contrario, riesce a descrivere questa esperienza dandole un sapore universale.

L’appiglio principale che mi ha dato Anna si potrebbe concretizzare nella seguente frase: lavorare bene è rivoluzionario. Spiegherò meglio cosa intendo.

Un comico ‘parlante’ è anzitutto colui che porta in scena un testo divertente. Questo, almeno, è il pensiero-base da cui è partita la mia fruizione della comicità, un genere teatral-televisivo con cui ho sempre avuto affinità fortissima. Certo, il comico dotato di grande espressività può amplificare l’effetto: ma il centro rimane comunque il testo, la “battuta”. Ebbene, Anna Marchesini mi ha dimostrato oltre ogni incontrovertibile dubbio quanto questa chiave di lettura sia sciocca e ingenua. Me l’ha dimostrato con la sua arte: la teorizzazione compiuta sarebbe arrivata solo dopo anni, principalmente tramite i testi esegetici del grande Daniele Luttazzi.

Scendiamo più nel dettaglio. Il comico è davvero un tizio con la faccia simpatica che racconta ‘battute’? Questo equivoco nasce soprattutto con i cosiddetti stand up comedian, con i monologhisti: performer che apparentemente puntano tutto sulla sapidità del testo e assai poco sugli effetti scenici. Artisti come il già citato Luttazzi ma anche come il Beppe Grillo o il Benigni degli anni d’oro sembrano portare in scena se stessi, le loro idee: al povero di spirito qual ero io negli anni dell’adolescenza, i loro spettacoli apparivano anzitutto quali spunti di riflessione su grandi tematiche etiche e politiche, più efficaci e dirompenti in quanto ‘arricchiti’ e resi più spregiudicati dalla presenza dell’elemento buffo e divertente.

Anna Marchesini ha sempre esibito, al contrario, una comicità contenutisticamente leggerissima, quasi inconsistente: la risata, nelle sue performance, deriva anzitutto dalla sua espressività, dalla sua mimica, dalla sua presenza scenica. La parte di me più ottusamente militante quasi si vergognava del sommo piacere ricavato dalla fruizione delle sue prove d’attrice: dov’è l’impegno, dov’è lo spessore etico nel godere delle performance di una pur raffinatissima clown? Purtuttavia, qualcosa non tornava. La comicità *realmente disimpegnata* mi ha sempre fatto ribrezzo: Pippo Franco, il Bagaglino, Striscia la notizia et similia mi infastidivano più del TG4 di Emilio Fede. E oggi Enrico Brignano mi infastidisce più di Bruno Vespa. Qual è la differenza tra questi artisti e Anna Marchesini? Non è, come si potrebbe pensare, il fatto che molta di quella comicità disimpegnata è anche espressamente reazionaria: questo è di nuovo l’equivoco di cui sopra, secondo cui tutto dipende dai contenuti.

La differenza tra Anna Marchesini e Pippo Franco non ha nulla a che fare con i contenuti: ha anche fare con la qualità della messa in scena. A trascinarmi in una fruizione quasi estatica delle performance di Anna era ed è la perfezione del suo lavoro: i tempi comici sopraffini, la ricerca infaticabile di espressioni e tonalità, il colore sempre diverso delle caratterizzazioni. Lo spettatore sensibile coglie intuitivamente, di fronte a un lavoro di alta qualità, lo sforzo titanico di preparazione che ci sta dietro. Nell’istante in cui afferra tutto questo, lo spettatore è inconsciamente portato ad afferrare anche il rispetto con cui l’artista lo ha trattato, ed è spinto a sentirsi allo stesso livello dell’artista, in autentica comunione con lui.

E si badi: questo vale per qualunque tipo di artista. Anna Marchesini mi ha aiutato a mettere a fuoco anche la fruizione dei comici completamente differenti da lei, quali ad esempio gli stand up comedian di cui si parlava sopra. Luttazzi, Grillo e Benigni erano comici eccezionali non tanto e non solo per la qualità dei loro testi: calibrare la salienza della satira e della comicità è solo una minima parte dell’immenso lavoro che deve svolgere il buon performer comico. Ogni elemento, in una messa in scena, è frutto di scelte e riflessione intellettuale: la postura, l’espressione, i tempi, il ritmo. L’errore fatale era stato pensare che gli stand up comedian stessero mettendo in scena se stessi, quando invece erano clown esattamente quanto Anna: solo, clown di tipo diverso e con scopi differenti. Ecco perché, per esempio, se racconti una battuta di un grande comico usando le sue stesse parole non farai mai ridere quanto lui. Ed ecco perché chi accusa Luttazzi (o qualunque altro comico) di aver “copiato” dimostra di non capire assolutamente nulla di comicità e di essere rimasto all’idea di arte che io avevo più o meno a sei anni.

Fare arte è dare vita, attraverso il lavoro, a qualcosa di appassionante e stimolante. A rendere grande un artista non è, come vuole la (reazionaria) idea pseudo-romantica dell’ispirazione, il fuoco sacro dell’intuizione: a rendere grande un artista è anzitutto la quantità e la qualità del lavoro. Ma è un discorso che si può estendere anche al di fuori dell’ambito delle opere dell’ingegno. Il più grande insegnamento che mi ha lasciato Anna è proprio questo. Vuoi migliorare la vita tua e degli altri? Comincia restando distante dalla mediocrità. Lavorare bene ti porterà rispetto e ti darà libertà. Lavorare bene è rivoluzionario.


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